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Milano alle prese con una Fashion Week diversa dal solito

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Credit: Ansa

Coronavirus, Brexit, inquinamento e questione San Siro: la settimana della moda diventa un test cruciale per la città

Milano, Fashion Week 2020

Giustamente fiera del proprio ruolo di punto di riferimento mondiale per il settore della moda, Milano si appresta a tagliare il nastro dell’edizione 2020 della Fashion Week, che dal 18 al 24 febbraio monopolizzerà l’attenzione della città con 56 sfilate, 96 presentazioni, più eventi di moda e culturali, per un totale di 188 appuntamenti.

Partita nel 1958, la manifestazione negli ultimi anni ha goduto anche della rinnovata grandeur di una metropoli che, dopo il successo di Expo 2015, si sente sempre più internazionale, sempre più “the place to be”. L’edizione 2020 segna il debutto di nuove maison quali Ports 1961, Gilberto Calzolari e Vìen, Moon Boot, Giordano Torresi e Patrizia Pepe, nonché il ritorno di Moncler e Philipp Plein.

Non tutte le novità sono positive. Questa Fashion Week sarà anche un test della capacità di Milano di reagire alle difficoltà che, con sfortunato tempismo, si sono parate insieme sul suo cammino.

La prima è certamente il coronavirus, che ha già impattato negativamente sulla 40esima edizione della BIT, la Borsa Internazionale del Turismo svoltasi nei padiglioni di Fiera Milano City.

Per tenere vivo il legame con uno dei mercati di maggiore rilevanza a livello planetario, la Camera della Moda ha lanciato il progetto “China we are with you”, che consentirà anche agli stilisti e ai buyer rimasti a casa in via prudenziale di seguire la settimana milanese, backstage compresi, via web. Le incertezze derivanti dall’epidemia impediscono di elaborare previsioni economiche sul primo semestre del 2020: una stima prudenziale paventa un calo del fatturato tra l’1,5 per cento e il 2,5 per cento e dell’export dallo 0,5 per cento all’1 per cento. Un ulteriore ostacolo per le esportazioni del tessile italiano è dato dalla Brexit, vista la storica sensibilità dei britannici nei confronti del Made In Italy.

La prima Fashion Week dopo la concreta separazione tra l’Unione Europea e la Terra d’Albione rappresenta quindi un esame, anche se proprio Milano si candida a “ponte” con Londra: se non sul piano politico, almeno su quello economico. Chi certamente avrebbe da guadagnare da una maggior presenza all’ombra della Madonnina è Monsieur Bernard Arnault. Il suo gruppo (LVMH) è titolare di marchi di lusso quali Louis Vuitton, Bulgari, Sephora e Fendi, oltre a Moët & Chandon ed Hennessy. Da mesi se ne parla come del prossimo proprietario del Milan, anche se l’ipotesi è stata più volta smentita da suo figlio Antoine. Eppure, a Milano tutti gli insider sembrano convinti che sia solo questione di tempo: una volta conclusa la trattativa con il Comune sul nuovo stadio, il fondo Elliott (che a sua volta nega) cederà il club rossonero proprio ad Arnault, con annessi i diritti edificatori che consentirebbero al suo gruppo di radicarsi col ulteriori punti vendita nel cuore della capitale della moda e dell’economia italiana. Un tema che causa numerosi mal di pancia tra i residenti della zona intorno a San Siro e gli ambientalisti in genere: a un anno dalle elezioni, sul tema il Sindaco Sala si sta giocando una partita diplomatica dal livello di difficoltà pari al salto nel cerchio di fuoco.

Forse persino più delicata è la questione ambientale, che peraltro rappresenta uno dei temi-chiave di questa edizione della Fashion Week. Vanno benissimo i materiali riciclati utilizzati per la costruzione del Fashion Hub all’interno della Permanente e gli eventi “plastic free” organizzati dalla Camera della Moda, ma il vero test è rappresentato dalla gestione del traffico.

Durante la settimana della moda, i milanesi sono abituati a ingorghi folli, motorini parcheggiati in tripla fila sui marciapiedi e taxi introvabili, ma questa edizione arriva a breve distanza dal blocco delle auto deciso lo scorso 2 febbraio, per via del costante sforamento del livello delle polveri sottili. Molti nell’occasione hanno criticato la deroga concessa a chi si recava in auto a San Siro, dove peraltro si arriva comodamente col metrò. Anche per questo, è probabile che il livello di pazienza del milanese-medio sia decisamente più basso del solito.

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