Lorenzin: “La Legge 23 della Lombardia ha fallito, ma la lezione del Covid-19 serva a tutto il Paese”

L'ex ministra della Salute ha commentato le vicende della regione, considerando fallimentare l'esperienza della "riforma Maroni" della sanità regionale. Il rischio di una ripresa dei contagi in autunno suggerisce però un cambiamento più ampio, nel segno della prevenzione territoriale

Di Giorgio Del Re
Pubblicato il 24 Lug. 2020 alle 11:27 Aggiornato il 24 Lug. 2020 alle 12:01
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Beatrice Lorenzin, ministra della Salute dal 2013 al 2018. Credit: Facebook

“La Legge 23 ha fallito e quindi va cambiata. Non bisogna avere paura di dire dove si è sbagliato, per cambiare. Perché non ci possiamo permettere di fare gli stessi errori. Questi errori valgono vite umane, quindi non si possono fare”. A dirlo è Beatrice Lorenzin, che conosce molto bene il tema, essendo stata ministra della Sanità quando la Lombardia, nel 2015, promulgò quella che è conosciuta anche come “Riforma Maroni”.

La deputata del PD ha ricordato in questo modo quanto accadde allora: “Quando ci portarono la Legge 23 al tavolo della discussione. Ci fu un grande dibattito, perché non era certo una cosa facile. La decisione alla fine fu questa: ‘Se la Lombardia, che è questa grande Regione, vuole fare una trasformazione in questo senso, che è in controtendenza al Patto della Salute (che io stessa avevo fatto), mettiamola alla prova’. La macchina era scricchiolante già nel 2016, quando facemmo più richiami. Non so cosa sia successo adesso, ma mi parrebbe pretestuoso e ideologico continuare in uno schema operativo che non ha funzionato”.

Lorenzin ha parlato della revisione della Legge 23 nel corso della presentazione del libroLa resa – Per amore della Lombardia: capire il disastro per guarine le ferite” (Ledizioni), scritto dall’europarlamentare Pierfrancesco Majorino e dal giornalista di TPI Lorenzo Zacchetti: “Gli autori hanno ben spiegato che il Covid-19 è stato un fatto travolgente, nessuno si aspettava una cosa del genere, e quindi non possiamo dare la croce addosso e chi si è trovato per primo alle prese con il problema e con il focolaio più grande. Però sicuramente la Legge 23 in questi anni non ha dato alla Lombardia gli strumenti per attrezzarsi, sia per prevenirlo, che per intervenire in modo più puntuale. Ci si è anche dimenticati degli schemi di lavoro che già c’erano in Lombardia, per esempio in merito che si doveva fare nella gestione di una pandemia in luoghi come le RSA: il contrario di quello che invece è stato fatto”.

Oggi coordinatrice del Forum Salute del PD, Lorenzin ha commentato anche l’analisi storica che viene fatta nel libro, evidenziando il problema della perdita della “cultura dell’igiene e della prevenzione”: “Già durante l’epidemia di influenza spagnola che colpì la Lombardia un secolo fa, le misure della quarantena erano le stesse che usiamo oggi, quando ci si trova di fronte a un fatto sconosciuto. Qual’era la differenza? Il sistema sanitario di allora era tutto focalizzato sull’igiene pubblica, in quanto nasceva per combattere le grandi epidemie: la spagnola, appunto, il tifo, il colera, la TBC, la poliomielite e altre grandi epidemie che si cercava di combattere, per evitare che intere popolazioni fossero decimate”.

Negli ultimi vent’anni, il sistema della prevenzione è stato mano a mano depotenziato in tutta Italia. La riforma del Titolo V della Costituzione ha introdotto il federalismo sanitario che, per come è stato scritto e come è stato attuato, presenta dei buchi. E durante il Covid-19 abbiamo visto come questi buchi siano enormi, giganteschi. È venuta meno la catena di comando e di controllo che è necessaria in un’epidemia, ovvero i meccanismi di prevenzione necessari per fare quello che facevano una volta gli addetti dell’ufficio di igiene pubblica operativi durante l’epidemia di spagnola, cioè andare in giro a fare i ‘detective’, cercando di stanare i focolai prima che si formassero”.

“Su questo tema dovremmo ritornare, non solo in questi mesi, per prevenire un nuovo lockdown che nessuno di noi si può permettere, ma anche per il prossimo futuro. Perché noi avremo altre epidemie e altri virus. Questo è un mondo cambiato, i cambiamenti climatici ci travolgono anche dal punto di vista sanitario e dobbiamo essere in grado – in modo riformista e radicale – di fare delle trasformazioni in tempi veloci. Non abbiamo il tempo di fare riflessioni e dibattiti: dobbiamo fare delle riforme adesso, mentre c’è la crisi e contestualmente alla risoluzione dei problemi”.

“Dobbiamo cambiare lo schema mentale e farlo cambiare anche all’apparato amministrativo, che in questo frangente ha dimostrato tutte le sue debolezze nella capacità di cambiare lo schema. Adesso, grazie ai fondi europei, siamo entrati nello schema di come spendere, mentre negli ultimi vent’anni chiunque abbia lavorato nella Pubblica Amministrazione si è dovuto porre il problema di come non spendere. Rispetto al caso specifico della Lombardia, che ho visto dall’esterno ma sentendomi molto coinvolta, va detto che la Legge 23 ha fallito. E lo dico io che sono neutra, in questo dibattito. Ha fallito perché i risultati li abbiamo visti nella gestione della crisi”.

Lorenzin ha anche espresso forte preoccupazione per l’incapacità di cogliere per tempo i segnali dell’epidemia che si stava diffondendo sul territorio: “È scoppiata in una regione come la Lombardia, molto forte sia dal punto di vista economico che sanitario, anche se poi abbiamo visto come questa forza sia concentrata sull’alta complessità e sulla ricerca e non su quella che è la base dell’igiene pubblica, cioè la prevenzione e l’organizzazione della medicina del territorio. Però non mi aspettavo proprio che il virus potesse circolare per più di un mese (ora si ipotizza per quasi due) senza che il sistema di allerta che la Lombardia ha fosse capace di intercettare il fatto che c’era qualcosa che non andava. Questo è un elemento che ci deve fare molto preoccupare: il sistema di allerta (che tra l’altro è coordinato tra Istituto Superiore di Sanità, Regioni, ma anche il Centro Europeo, quindi ci sono state lacune anche in Europa) era stato tutto informato di quanto accaduto a Wuhan”.

“I virologi in tutto il mondo e l’OMS sapevano che lì c’era un virus. Possiamo dire che non è stato comunicato nel modo giusto, che c’è stata lentezza… però si sapeva che c’era un virus. Quindi, se tu cominci ad avere un numero impressionante di polmoniti interstiziali e altre situazioni anomale, colpisce il fatto che non sia venuto in mente a nessuno, se non dopo, per la forzatura di un medico che ha voluto a tutti i costi fare un’autopsia per capire cosa non stesse andando. Questo è stato il primo errore. Il secondo è stato la gestione dei triage. Le linee guida parlano chiaro: non si può mettere una persona con la febbre a 40° e un sospetto di polmonite in mezzo agli altri pazienti. Sono tutte misure normali di sicurezza e guardate che sarebbe successo anche nel resto d’Italia”.

Ciò spinge l’ex ministra a prospettare un cambio di passo che non si limiti a una singola regione: “Dobbiamo imparare da quello che è accaduto per fare una riforma per la Lombardia, ma io direi anche per l’Italia. Chi è responsabile del rispetto delle linee guida per la sicurezza all’interno degli ospedali? I direttori sanitari. Non è per dare la colpa a loro o ai direttori generali, ma probabilmente quello che è venuto meno negli ultimi vent’anni, sia in Lombardia che in altre parti del nostro Paese, è che si è persa la cultura dell’igiene, della prevenzione e il rispetto delle linee guida“.

“È prevalsa invece, a livello locale, quella che io chiamo ‘la sindrome della circolare’: ti ho mandato una circolare, mi sono tolta la responsabilità, la cosa è finita. Noi dobbiamo togliere questo elemento di non efficacia alla sanità pubblica e riappropriarci di quelli che erano i vecchi dipartimenti di prevenzione, fatti in un certo modo, con un rapporto diverso con le direzioni sanitarie e generali, con una riorganizzazione dei medici di medicina generale e di tutti gli attori del territorio, dalla farmacia all’infermiere e ricostruire in tempi brevi un sistema”.

Un sistema che, secondo Lorenzin, deve in primo luogo proteggere la popolazione dal rischio di una ripresa dei contagi nel prossimo autunno: “Su questo non ci dormo la notte, perché ad oggi non abbiamo un vaccino e nemmeno una terapia (forse ci sarà ad ottobre, ma ancora non lo sappiamo) e il virus riprenderà a circolare, insieme all’influenza stagionale. Quindi noi dobbiamo essere in grado di garantire, in Lombardia come nelle altre regioni italiane, che ci sia un meccanismo che funzioni. Accanto ad esso, va costruita una riforma molto forte della parte socio-sanitaria, per la presa in carico dei pazienti, degli anziani e dei malati cronici. Tra l’altro, abbiamo un problema enorme relativo all’epidemia e ai pazienti cronici: c’è gente che aveva tumori, malattie vascolari, cardiache, diabete che a causa del Covid-19 non ha potuto a fare le visite programmate”.

“Accanto a questo, dobbiamo fare tutto il resto. Quindi, come ho detto chiaramente varie volte, io sono per utilizzare il MES. Non utilizzare 36 miliardi che ci possono servire da un lato per fare queste riforme sulla linea della prevenzione e in seconda battuta per ospedali, territorio, infrastrutture tecnologiche, PET, laboratori di diagnostica molecolare e tutte quelle macchine che il pubblico non ha comprato negli anni e alle quali i cittadini che devono avere una diagnosi non hanno accesso. Con queste spese ‘one shot’ dobbiamo riorganizzare un sistema che sia all’avanguardia. Il terzo punto per me rimane quello costituito da ricerca, IRCCS/IZS, cioè investimenti sul medio-lungo termine che rappresentano un volano, con leve da 1 a 146. Non saremo bravi quanto gli americani, ma ci ripaghiamo questo investimento nel medio-lungo termine”.

La radicalità suggerita da Lorenzin nel riformare la Sanità non si spiega “solo” con i danni causati dal Covid-19, bensì con problemi esistenti da tempo: “Non è che prima la Sanità stesse bene. Eravamo già definanziati o sottofinanziati, con una popolazione anziana che chiede il 2% di PIL in più sotto forma di assistenza, con problemi legati all’ambiente e con problemi legati ai LEA e all’accesso alle terapie. Questa è l’occasione per far diventare questi temi un’agenda nazionale e non solo dei ministri della Salute o degli assessori che sono sempre impegnati a racimolare qualche risorsa. Mi pare che, oggettivamente, in Parlamento e sui territori siamo quelli in grado di fare la differenza su questi temi”.

Lo specifico della Lombardia deve quindi essere una lezione per tutto il Paese, con i temi posti del libro che Lorenzin considera quali questioni nazionali: “Sulla Lombardia c’erano già stati dei segnali relativi alla destrutturazione del sistema, sia nella gestione di alcuni fattori di rischio, sia sulla prevenzione. Ve ne cito uno: come è possibile che negli ospedali di Brescia sia entrata Stamina? Questo nessuno mai lo ha chiarito fino in fondo, ma come è possibile che in una regione del genere sia riuscita ad entrare una terapia che non era validata, non aveva un brevetto e di cui gli operatori interni non sapevano cosa accadesse all’interno? Qualcosa non ha funzionato nelle direzioni”.

“Anche sul tema delle vaccinazioni in Lombardia c’è stata una forte carenza, con un ampio numero di persone non vaccinate. Questo fa capire come i presidi territoriali, cioè coloro che puntano alla prevenzione, fossero venuti meno ormai da anni. E poi ti ritrovi il problema su altre questioni. Negli ultimi anni abbiamo avuto episodi come i focolai di legionella e altre situazioni che ricordo bene e che si concentravano sempre nelle stesse zone”.

Queste considerazioni, ovviamente, non inficiano gli aspetti positivi che la sanità lombarda certamente può vantare: “Non possiamo non dire che la Lombardia ha delle risorse pazzesche, ad esempio un distretto oncologico paragonabile a quello che va da Boston a Baltimora e a New York, con la differenza che il nostro sistema sanitario è universalistico: quindi in Lombardia si è realizzata una catena di valore, dal punto di vista delle scienze della vita, veramente eccezionale. Però non ci si può permettere che una regione così dimentichi tutto l’altro pezzo del sistema sanitario, quello che poi serve nel momento del bisogno. Questa è una lezione per tutta l’Italia e spero che la si sia imparata tutti e che quindi agiremo, aiutando il Governo a muoversi nel modo più incisivo su questi temi“, ha concluso Lorenzin, nell’ambito di un dibattito che ha visto la partecipazione anche della parlamentare Elena Carnevali e dei rappresentanti del Forum Sanità Nazionale dei Giovani Democratici Stefano Manai Ferretti e Federico Boggio.

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