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Sulle rotte del Sahel: la frontiera arretrata dell’Europa tra migranti e jihad

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Un trafficante di migranti ad Agadez, in Niger, che ogni giorno porta circa 80 persone in Libia. Credit: Kristin Palitza/dpa

Molti sono i migranti che passano per il Niger, per raggiungere la Libia e da lì attraversare il Mediterraneo. Ma qual è la situazione complessiva nel paese crocevia del Sahel?

La frontiera più a sud dell’Europa? Non è a Lampedusa, e neppure in Libia, ma ad Agadez, in Niger. 

In questa antica città di carovaniera, come in alcuni centri del vicino Mali – due paesi chiave della prima fascia subsahariana denominata Sahel – si incrociano vecchie e nuove rotte di migranti, in fuga da guerre, terrorismo, povertà e cambiamenti climatici.

Non a caso presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani si è appena recato con una delegazione di imprenditori proprio in Niger, quasi a rispondere alla precedente azione del Ministro degli Interni italiano Matteo Salvini che già fine giungo aveva incontrato le autorità libiche.

Prima ancora dell’arrivo in territorio libico e del tentativo di attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, molti sono i migranti che passano per il Niger.

Sempre di meno, in realtà, data la pressione al contenimento dei flussi verso l’Europa voluto dall’Ue alle prese con quella che viene definita “emergenza migratoria”.

E questo nonostante il numeri degli sbarchi abbia registrato nel primo semestre 2018 un netto calo rispetto  allo stesso periodo dell’anno precedente.

Tutti i fronti del Niger 

Il calo dei flussi nel Mediterraneo corrisponde a quello dei migranti che puntano verso la Libia, anche grazie all’azione deterrente messa in atto dai governi locali. Nel solo Niger si registra una diminuzione del 95 per cento rispetto ai dati del 2016.

Ma qual è la situazione complessiva nel paese crocevia del Sahel?

“Ci sono molti fronti aperti sotto il profilo umanitario e della sicurezza”, spiega dalla capitale nigerina Niamey a TPI la rappresentante dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) Alessandra Morelli, che poi aggiunge: “Nonostante la situazione di emergenza, il Niger rimane però accogliente e solidale”.

Lo ha ribadito il presidente nigerino Mhamadou Issoufou, alleato chiave in Sahel per i paesi occidentali.

I fronti dell’emergenza in Niger in cui opera Unhcr sono almeno cinque. A sud e ovest, gruppi jihadisti come Boko Haram nella regione meridionale di Diffa, al confine con la Nigeria, e Al Qaeda al confine con il Mali producono decine di migliaia di rifugiati e sfollati dai due Paesi confinanti che si aggiungono agli sfollati nigerini della regione occidentale di Tillaberi.

Inoltre, Agadez è come già detto sia la via transito verso la Libia, mentre un programma specifico di Unhcr, chiamato Emergency Transit Mechanism (Etm) si occupa di prelevare dalle prigioni libiche soggetti bisognosi di protezione internazionale e ricollocarle in diversi Paesi occidentali, tra cui l’Italia. Nel complesso, le ricollocazioni sono state finora oltre 1500.

“Le tragedie che si consumano nel Mediterraneo, accadono  prima nel Sahel”, conclude Morelli riferendosi alle drammatiche condizioni in cui i profughi affrontano le rotte migratorie attraverso il Sahara.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stima come il numero di chi muore attraversando il deserto sia nettamente maggiore di chi perde la vita attraversando il mare per tentare l’approdo in Europa.  

Il sogno europeo (impossibile) degli hotspot in Africa 

Durante la visita in Libia, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva fatto riferimento alla necessità di costruire centri di protezione e identificazione dei migranti alle frontiere esterne della Libia, che coincidono sostanzialmente con quelle di due Paesi del Sahel: il Mali e il Niger.

L’idea non solo del responsabile del Viminale, ma di molti leader europei, sarebbe quella di appaltare la gestione dell’immigrazione ai Paesi africani, con centri di smistamento in loco.

Secondo Luca Raineri, ricercatore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, non si tratta di una prospettiva né originale né sostenibile. “Non vedo discontinuità tra le parole di Salvini e quelle del suo predecessore Minniti, né dall’atteggiamento di Merkel o Macron: è una proposta che l’Ue ha sul tavolo da mesi”, afferma Raineri. 

Inoltre, lo studioso sottolinea come la contrarietà più forte all’ipotesi venga dai governi degli stessi Paesi africani, spaventati dalla prospettiva che gli hotspot possano rappresentare un fattore di attrazione entro i loro confini tale da rendere ancor più caotico il fenomeno migratorio.

“Non bisogna dimenticare che l’85 per cento degli spostamenti migratori avvengono tradizionalmente tra i Paesi africani”, argomenta Raineri, spiegando come dai Paesi a sud del Sahel si muovono durante la stagione secca persone in cerca di lavoro verso la Libia e l’Algeria.

Tuttavia, il rafforzamento dei controlli di frontiera per ragioni di sicurezza, ha creato il paradosso per cui molte persone si ritrovano senza lavoro e rimangono anche intrappolate all’interno del loro territorio.

“I governi del Sahel dipendono finanziariamente dagli aiuti della comunità internazionale e dell’Ue in primis. Per questo finiscono per anteporre le esigenze securitarie dei loro partners ai bisogni delle popolazioni locali”, conclude Raineri. 

Oltre l’emergenza: ritorno ad Agadez

Una parte degli aiuti ai paesi del Sahel sono finanziati dall’Unione europea attraverso il Fondo Fiduciario per l’Africa (Trust Fund).

Il Niger riceve circa 200 milioni di euro. Una cifra che molti osservatori giudicano non sufficiente né sempre spesa, come abbiamo appena visto, nel migliore dei modi. Non mancano tuttavia gli esempi virtuosi.

Laura Abbado lavora su progetti di urbanizzazione in Niger per il Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (Cisp), ong internazionale con sede a Roma.

Grazie al loro lavoro, in sei villaggi della regione di Diffa sono sorti nuovi quartieri, dotati di abitazioni per i soggetti più vulnerabili: sfollati che ritornano nella loro comunità, rifugiati e le loro famiglie. “Il metodo che usiamo nel costruire consiste nel pensare a lungo termine. Solo così l’urgenza può diventare meno violenta”, sottolinea Abbado parlando a Tpi dalla capitale nigerina Niamey. 

Per lei – archeologa di formazione con un passato di cooperazione in Medio Oriente – lavorare sulla dimensione culturale è il modo migliore per lenire le ferite di chi fugge da guerra e violenza. E superare quella che, vista dall’Europa, sembra essere un’emergenza senza fine. 

“Proteggere il luogo in cui risiedi è la vera ricchezza che porta allo sviluppo. Ad Agadez – città patrimonio Unesco dal 2013 – abbiamo lavorato con la comunità locale per mantenere le abitazioni della città in terra cruda e per far rinascere la tradizione della lavorazione dei gioielli, che si stava perdendo”, conclude Abbado.

Così, la perla del deserto vede di nuovo un futuro.

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