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“Vi spiego come funziona Jinwar, il villaggio siriano di sole donne che vuole abbattere il patriarcato”

Di Futura D'Aprile
Pubblicato il 30 Mag. 2019 alle 10:44 Aggiornato il 10 Ott. 2019 alle 10:10
Immagine di copertina
Credit: Rojava Information Center

Villaggio donne Siria – La guerra in Siria ha portato morte e distruzione nel paese mediorientale, ma dal deserto creato da 8 anni di conflitto sono nati dei progetti fino a poco fa impensabili.

Uno di questi è Jinwar, uno spazio costruito dalle donne per le donne, dove le sue abitanti sono libere dal giogo del patriarcato e del capitalismo.

Nel villaggio, che sorge a pochi chilometri da Qamishlo vicino al confine con la Turchia, gli uomini posso entrare, ma non è permesso loro pernottare né tantomeno vivere: il potere decisionale è tutto nelle mani delle donne, che a Jinwar hanno dato vita ad uno spazio di libertà e di riscatto.

Per capire come funziona il villaggio e qual è il progetto alla sua base, TPI ha intervistato una ragazza italiana che ha trascorso sette mesi a Jinwar tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019.

Perché sei andata a Jinwar?

Sono andata a Jinwar perché volevo vedere nella pratica il processo di liberazione delle donne, l’evoluzione del progetto del Rojava e la nuova realtà che stava prendendo vita nella Siria del Nord. Volevo partecipare in maniera attiva alla realizzazione di questa rivoluzione, per cui ho deciso di trascorrere 7 mesi nel villaggio.

Credo che si possa andare a Jinwar in molti modi. Per me era interessante farlo “con le mani”, dando il mio contributo nella pratica, per questo le mie compagne mi hanno proposto di andare nel villaggio nelle ultime fasi della sua costruzione. 

Jinwar è un simbolo di quello che sta accadendo nella Siria del Nord e di ciò che già da tantissimi anni si sta pensando di creare nelle montagne, nella resistenza curda e all’interno della guerriglia.

Quando sono arrivata a Jinwar l’ho fatto anche con l’idea di poter vivere un momento  storico e di vedere nella pratica qualcosa di rivoluzionario.

Raccontaci la tua esperienza a Jinwar

Jinwar è un villaggio dove vivono donne che provengono da contesti molto diversi tra di loro, ma che stanno scommettendo per la creazione di una collettività diversa, che vada oltre le logiche patriarcali, in cui le donne sono libere dal controllo di mariti, padri e fratelli. 

L’esperienza della vita in collettivo è stata molto interessante. Ho avuto modo di vedere come tante donne diverse tra di loro riescono a gestire uno spazio unico nel suo genere e che si relaziona con i villaggi che sorgono nei dintorni attraverso progetti cooperativi.

Dentro le mura di Jinwar c’è una scuola in cui si insegna sia in arabo che in curdo aperta anche ai bambini dei dintorni, c’è il forno, ci sono gli orti e i frutteti, l’Accademia (che è intesa come uno spazio di formazione per gli adulti della zona) e il centro medico, che diventerà la sede dello studio e del recupero della saggezza popolare, della medicina naturale tramandata per linea matriarcale.

Jinwar è il riassunto di tanti progetti che hanno a che vedere con la messa in pratica della liberazione della donna e per me è stato molto importante viverlo in prima persona. Sono anche riuscita ad entrare in contatto una realtà diversa, a vedere una versione della donna del Nord della Siria che non fosse solo quella della combattente delle YPJ con il kalashnikov.

Dentro il Rojava, guerra di Siria
Credit: Jinwar.org

Come funziona l’Accademia?

Sarà uno spazio di formazione sulla jineoloji (la scienza della donna, ndr) che è uno dei pilastri teorici e ideologici del movimento di liberazione delle donne. Ci saranno corsi per le abitanti di Jinwar, ma è anche inteso come uno spazio di incontro per le compagne che vivono nei villaggi dei dintorni.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

L’idea di base è che la liberazione delle donne porta alla liberazione della società, ma perché ciò accada bisogna anche liberare gli uomini. Per questo l’idea è quella di creare anche dei corsi specifici per gli uomini che fanno parte della vita delle donne di Jinwar, così da insegnare loro il rispetto e cosa significa il patriarcato.

Lo spazio di formazione è fondamentale all’interno del movimento: siamo di fronte a una rivoluzione interna per cui l’Accademia diventa uno spazio di formazione tanto per le donne quanto per gli uomini.

Gli uomini cosa pensano del villaggio e di questi corsi a loro dedicati?

Come succede anche qua in Italia nei confronti degli spazi non misti la maggior parte dei compagni sono superficialmente tolleranti, ma in pochi sono in grado di accettare davvero il fatto che una donna possa vivere da sola in un contesto unicamente femminile.

Sono proprio questi gli uomini che per primi dovrebbero essere educati, ma è un processo molto difficile perché vedono come una vulnerabilità il fatto che tante donne possano e riescano a stare insieme o come un sacrilegio che ragazze con figli o divorziate possano vivere senza una figura maschile al fianco.

Qual è il rapporto con gli uomini?

Gli uomini non possono fermarsi a Jinwar, non possono pernottare né tantomeno viverci. Possono passare alcune ore nel villaggio e dare una mano alla sua costruzione, se lo desiderano. 

Uno dei problemi che mi sono posta mentre ero lì era che cosa avrebbero fatto con i ragazzi che tra 3-4 anni saranno uomini. Resteranno a Jinwar o dovranno andare via? Le compagne mi hanno risposto che i bambini che sono stati educati in una comunità di sole donne forse non saranno gli stessi uomini di adesso, si rapporteranno in maniera diversa con la parte femminile della società e avranno un diverso approccio alla mascolinità.

Per ora non si pongono il problema di cosa fare con questi ragazzini tra qualche anno, però stanno scommettendo molto su di loro e sul fatto che saranno “uomini liberi”.

Come è organizzata la vita?

Nel villaggio ci sono 25 bambini e 12 donne: queste ultime si riuniscono in assemblea ogni 15 giorni per decidere le priorità e i compiti da svolgere per raggiungere presto un’autosufficienza economica attraverso il forno, i frutteti e l’orto. Giorno per giorno si porta avanti l’agenda stabilita dall’assemblea.

Durante la giornata ognuna svolge le proprie mansioni e poi ci si vede tutte per il pranzo: ogni mese una compagna diversa ha l’incarico di cucinare. Il pranzo è un momento molto bello, fatto di condivisione e di costruzione di nuclei familiari atipici.

La vita è principalmente quella di campagna, molto diversa da quella che facciamo noi della città. In un contesto urbano la resistenza è vista come una forma di conflitto, mentre in Siria del Nord si basa sulla costruzione di una realtà differente. Ci sono molti momenti collettivi e credo che questa condivisione sia l’arma di autodifesa più forte.

Villaggio donne Siria: il video di Jinwar: 

È un modello replicabile?

Sì, infatti stanno pensando di ricrearlo nel Sud-est (Taqqa, Raqqa e Deir el Zor), nella Siria più araba e a Shengal, a maggioranza yazida. Il modello deve essere adeguato alla realtà locale, ma stanno cercando di espanderlo.

Chi si occupa della protezione del villaggio?

Prima la guardia notturna era affidata ad alcuni compagni che si erano offerti volontari, ma da qualche mese le donne a coppie si incaricano della protezione del villaggio. Anche la questione dell’autodifesa assume una grande importanza nel progetto di Jinwar. Il villaggio appartiene alle donne e sono loro a difenderlo.

Da italiana cosa pensi di Jinwar  e di questa rivoluzione?

Non penso si possa fare un copia-e-incolla dalla Siria all’Italia. Io stessa voglio essere portatrice della mia storia e di quella del mio paese, per cui credo che il modello di Jinwar possa essere in parte trasportato in Italia, ma la scommessa è costruire una vita in collettività su scala maggiore.

Come funziona la gestione dei conflitti?

Ci sono tante problematiche legate alla convivenza e al rapporto con gli uomini, ma ci troviamo di fronte ad un progetto in continua trasformazione. I conflitti nel villaggio ci sono, ma la vita in collettivo è fatta di rapporti quotidiani e anche la gestione del conflitto avviene giorno per giorno.

Non esiste un ente superiore che decide chi ha ragione e chi torto: è un processo continuo di scambio che avviene spesso all’interno dell’assemblea e che utilizza anche la pratica della critica e dell’autocritica. Si cerca sempre una mediazione e un confronto giornaliero, non si rimanda mai ad un’autorità superiore.