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La storia di Donald Trump, l’imprenditore edile che arrivò alla Casa Bianca

È stato un imprenditore edile esordiente negli anni Settanta, il re degli yuppies negli anni Ottanta, una star della tv nei Duemila e ora è l'inquilino della Casa Bianca

Di TPI
Pubblicato il 9 Nov. 2016 alle 12:36
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Donald J. Trump (la “J” sta per John) è nato il 14 giugno
1946 a New York, in particolare nel Queens, quarto dei cinque
figli di Fred Trump, imprenditore edile, e Mary MacLeod Trump, immigrata
scozzese arrivata a Ellis Island a bordo di un transatlantico nel 1930.

All’età di tredici anni i genitori lo iscrivono alla New York
Military Academy, e il giovane Trump continua a studiare in ambienti militari
fino al 1964, anno del diploma, prima di entrare alla Fordham University e
successivamente alla Wharton School of Finance in Pennsylvania, dove si laurea
in economia nel 1968.

La formazione militare non gli impedisce di evitare la
guerra del Vietnam, per la quale in quegli anni tutti i giovani della sua età
erano chiamati alle armi: Trump sfrutta per quattro volte il rinvio per motivi
di studio, e quando non può più farvi ricorso, accusa un difetto fisico ai
talloni per venire definitivamente riformato.

A questo punto Trump, terminati gli studi, inizia a lavorare
per l’azienda di famiglia, allora battezzata Elizabeth Trump & Son, dal nome
della nonna di Donald, che già nei primi anni del secolo aveva dimostrato un
talento imprenditoriale in ambito immobiliare, e con il figlio Fred (padre di
Trump) aveva fondato la compagnia nel 1923.

Nel 1973, quando il rampollo ormai in ascesa condivide col padre la gestione della società, una causa civile mette nei guai la compagnia di
famiglia: secondo un’associazione di difesa dei diritti civili, infatti, la
prassi degli agenti immobiliari dei Trump era di non affittare case a inquilini
neri, favorendo invece le domande dei bianchi e violando così la legge sul Fair
Housing.

La causa si conclude con un impegno da parte della compagnia
a formare i suoi dipendenti secondo le leggi statunitensi che impongono la non
discriminazione in campo immobiliare.

Nel 1974 è Donald, allora ventottenne, ad assumere il
controllo della società (che nel 1980 verrà ribattezzata una volta per tutte
Trump Organization), e con il padre occupato con i quartieri più popolari di
Queens e Brooklyn, si dedica a espandere le sue proprietà immobiliari a
Manhattan, cuore finanziario di New York.

Il suo primo grande successo è la ristrutturazione di un
vecchio hotel, il Commodore, che nel 1980 viene ribattezzato Grand Hyatt e si è
dimostra un grande successo, col risultato di rendere Trump il più noto immobiliarista
tra i giovani rampanti dell’area newyorchese.

Nel frattempo, nel 1977 ha sposato Ivana Zelnickova
Winklmayr, una modella ceca emigrata negli Stati Uniti, con la quale avrà tre
figli: Donald J. Trump Jr., Ivanka ed Eric. I due divorzieranno nel 1992, e al primo matrimonio ne seguiranno altri due:
nel 1993 con l’attrice Marla Maples, e nel 2005 con la modella slovena Melania
Knauss.

—–

Il suo successo, anche a livello di culto della personalità,
è sancito nel 1982 con l’apertura di un monumentale edificio sulla Fifth
Avenue, la Trump Tower, cinquantotto piani di lusso (l’ultimo dei quali riservato all’ufficio
dello stesso Trump) che sono il segnale visibile della notorietà raggiunta dall’imprenditore.

L’altra sua mossa fortunata, risalente agli stessi anni, è
quella che riguarda l’apertura di diversi casinò a suo nome, in particolare
nella città di Atlantic City, New Jersey, sorta di Las Vegas della Costa
orientale.

Trump diventa il simbolo dell’America degli yuppies, idolatrato
dagli aspiranti milionari impiegati a Wall Street e corteggiato da riviste, cinema
e televisione, che spesso lo vedono in copertina, o ospite per brevi apparizioni. Il libro del 1987 The Art of
the Deal
, in cui offre i suoi consigli per il successo, diventa
un bestseller e ne conferma lo status di massima personalità tra i nuovi ricchi
statunitensi.

Se gli anni Ottanta sono il decennio dell’ascesa e della
celebrità, i Novanta presentano anche i primi problemi, nella forma di un calo
nei ricavati del suo impero immobiliare e in una serie piuttosto lunga di
bancarotte (sei, per la precisione), che portano Trump a chiedere prestiti notevoli
per evitare che il collasso della compagnia, che nel frattempo ha acquistato resort
turistici, campi da golf, una compagnia aerea e un’università privata. Nel 1996
inizia inoltre a collaborare con la tv nazionale NBC, acquistando la Miss
Universe Organization, che si occupa dei concorsi di bellezza Miss America,
Miss USA e Miss Teen USA.

Gli anni Duemila vedono Trump toccare un nuovo picco di
popolarità quando, a partire dal 2004, il magnate diventa protagonista del
reality show della NBC The Apprentice,
programma che vede un gruppo di concorrenti impegnati in una serie di prove
imprenditoriali per ottenere un posto di lavoro presso la Trump Organization. La
frase-tormentone di Trump, pronunciata quando uno dei concorrenti viene
eliminato per aver dimostrato scarso talento, è “You’re fired!”, “Sei
licenziato”.

Le opinioni politiche di Trump durante questa fase della sua
vita non sono un mistero ma, anche se negli anni più di una volta ha espresso la
volontà di scendere in campo in prima persona, il suo coinvolgimento non è mai
stato concreto, anche perché la sua affiliazione ai due maggiori partiti sembra
piuttosto ondivaga: negli anni Ottanta si dichiara sostenitore dei Repubblicani
di Ronald Reagan (un outsider arrivato alla politica dopo una carriera da
attore), per poi stringere rapporti d’amicizia personale con Bill Clinton e
infine schierarsi apertamente contro Barack Obama, di cui mette in dubbio
addirittura l’effettiva nascita nel territorio degli Stati Uniti.

—–

È però il 16 giugno 2015 che comincia la “terza vita” di
Donald Trump, che dopo i suoi precedenti exploit come magnate dell’edilizia e celebrità
televisiva, decide di annunciare ufficialmente, dalla sua Trump Tower, l’intenzione
di candidarsi per la carica più ambita del paese, quella di presidente degli
Stati Uniti, lanciando per la prima volta lo slogan che porterà avanti per
tutta la sua campagna “Make America great again!”, “rendiamo di nuovo grande l’America”.

I commenti dei media variano tra l’incredulità e lo scherno
palese, ma nei mesi successivi Trump elimina dalla scena uno dopo l’altro tutti
gli sfidanti che avrebbero potuto rubargli la nomination come candidato del
Partito Repubblicano: il senatore del Texas Ted Cruz, il governatore dell’Ohio, John Kasich, e l’ex governatore della Florida, nonché figlio e fratello di ex
presidenti statunitensi, Jeb Bush.

Lo stesso Grand Old Party, come viene soprannominato il
Partito repubblicano, sembra imbarazzato dall’ascesa senza precedenti di questo
outsider, che nei suoi comizi trascina le folle parlando di divieto di immigrazione
per i musulmani negli Stati Uniti, isolazionismo politico ed economico, sostegno al
possesso di armi per i comuni cittadini, supporto al presidente russo Putin, contrasto all’avanzata cinese, maggiore potere alle forze dell’ordine, stop all’arrivo dei rifugiati e
addirittura la proposta di costruire un muro che divida il paese dal Messico
per evitare l’immigrazione irregolare.

Tutto sembra ricordare i toni patriottici che avevano
portato Ronald Reagan al successo nel 1980 e poi, con maggiore margine, nel
1984, quando al grido di “It’s morning again in America”, il presidente-attore
aveva risvegliato il patriottismo degli statunitensi facendo leva sull’opposizione
al blocco sovietico e favorendo il liberismo a fronte di una crisi
occupazionale molto simile a quella recente.

A maggio 2016, dopo una serie di vittorie alle primarie del
partito, Trump guadagna 1.238 delegati, quanto basta per garantirgli la nomination
ufficiale, che verrà ufficializzata durante la convention repubblicana,
tenutasi a Cleveland nel luglio dello stesso anno, con la scelta di Mike Pence,
governatore dell’Indiana, come candidato alla vicepresidenza. Non mancano le
polemiche, come quando sua moglie Melania tenne un discorso che sembra plagiato
parola per parola da alcune dichiarazioni di Michelle Obama, attuale first lady
e teoricamente agli antipodi in quanto a valori politici.

Negli stessi giorni, dopo una battaglia durata mesi contro
il senatore del Vermont Bernie Sanders, gli avversari del Partito democratico
offrono la nomination ufficiale a Hillary Clinton, già first lady dal 1992 al
2000 e poi senatrice e segretario di Stato per Barack Obama, che l’aveva
battuta alle primarie del 2008.

Trump la ribattezza “crooked Hillary”, “Hillary la disonesta”,
soprattutto a causa dello scandalo che ha coinvolto Clinton in un’investigazione
dell’Fbi riguardo all’uso di account non protetti per lo scambio di email
riservate nel periodo in cui era stata segretario di Stato.

Trump subisce un ultimo duro colpo alla sua campagna da
parte del Washington Post, che a ottobre 2016 pubblica una registrazione audio
risalente al 2005 in cui si sente il candidato alla presidenza pronunciare
frasi, poi definite “chiacchiere da spogliatoio”, in cui si vanta del successo
dei suoi approcci sessuali a causa della sua celebrità.

I tre dibattiti televisivi che lo vedono opporsi a Clinton
vengono unanimemente salutati come vittorie della candidata democratica, i
media sono schierati in un fronte compatto contro Trump, e gli stessi esponenti più noti del Partito repubblicano, che dovrebbe sostenerlo, come gli ex
presidenti George H.W. e George W. Bush, dichiarano che non lo voteranno.

Trump è ormai per la maggior parte dei media una figura a
metà tra lo spauracchio e la caricatura, tra le decine di imitazioni che si
susseguono nei programmi televisivi di satira, in cui si ridicolizzano la sua
improbabile pettinatura e il colorito arancione, e gli editoriali che in tutto
il mondo lo presentano come il possibile artefice di una crisi globale a
livello economico e politico.

Un ultimo sussulto alla campagna viene dall’annuncio dell’Fbi
secondo cui una nuova serie di email di Clinton è sotto indagine, e fino all’ultimo
giorno i sondaggisti sembrano d’accordo nel vedere la candidata democratica in
vantaggio, seppur leggerissimo, grazie all’elettorato femminile, a quello di
origine latinoamericana e al supporto di Barack Obama, presidente uscente con
un tasso di gradimento molto alto.

L’8 novembre gli Stati Uniti vanno al voto e i risultati
sembrano però tradire tutte le aspettative: Donald Trump guadagna gli “stati in
bilico” più ambiti, ovvero Florida e Ohio, e da lì in poi nella notte comincia
una marcia inarrestabile verso una vittoria schiacciante, inattesa, che non dà
a Clinton nemmeno l’onore di una battaglia all’ultimo voto. L’ultimo conteggio
lo dà vincitore, e quindi presidente eletto, con 290 delegati contro i 218 di
Clinton.

All’età di settant’anni inizia oggi una nuova, ennesima vita
di Donald John Trump, questa volta come quarantacinquesimo presidente degli
Stati Uniti.

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