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Gli Houthi rivendicano un raid contro un aeroporto in Arabia Saudita. Spunta l’asse tra Bin Salman e Erdogan nel Mar Rosso

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Il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan. Credit: AGF

I ribelli filo-iraniani lanciano un attacco nel sud del regno in risposta alle incursioni aeree di Riad nei governatorati di Saada e Hajjah. Intanto il presidente turco telefona al principe ereditario per blindare le rotte commerciali internazionali e benedire la neonata coalizione multinazionale volta a proteggere la navigazione nello Stretto di Bab el-Mandeb. Ma i delicati equilibri regionali sembrano appesi a un filo e l'Italia è in prima linea

Riparte l’escalation in Yemen tra gli Houthi, alleati dell’Iran, e l’Arabia Saudita, con i ribelli impegnati oggi in un raid aereo contro l’aeroporto di di Najran, nel sud del regno arabo, che intanto riceve la benedizione della Turchia per la nascente coalizione multinazionale promossa da Riad al fine di proteggere la libera navigazione nel Mar Rosso.
Da una parte, dunque, si riapre una crisi che fatica a trovare una via d’uscita definitiva. Dall’altra, invece, i vertici delle principali potenze sunnite della regione si muovono per costruire un fronte comune a tutela delle rotte marittime ormai trasformate in vere e proprie trincee, nel quadro del conflitto scatenato il 28 febbraio scorso dagli Usa e da Israele contro l’Iran.

Botta e risposta
L’ultimo e più rumoroso campanello d’allarme è suonato nel quadrante sud-occidentale della penisola arabica, quando le milizie yemenite degli Houthi, forti della loro storica alleanza con l’Iran, hanno lanciato un nuovo attacco con droni contro l’Arabia Saudita. L’obiettivo finito nel mirino dei ribelli, secondo una nota diramata dalla loro agenzia di stampa ufficiale Saba, si trovava presso l’aeroporto di Najran, nel sud del regno. A confermare ufficialmente i contorni dell’operazione è intervenuto Yahya Saree, portavoce del movimento armato, che ha rivendicato il bombardamento di un “obiettivo nemico sensibile” proprio nello scalo aeroportuale. Il comunicato diffuso ha rincarato la dose, confermando l’utilizzo di un velivolo senza pilota per l’incursione e assicurando che il drone avrebbe centrato il proprio bersaglio con assoluta precisione.
L’azione militare contro l’aeroporto di Najran non nasce però dal nulla, ma si inquadra in una rigida logica di botta e risposta, che caratterizza ormai da tempo il conflitto in corso in Yemen da più di 11 anni. I ribelli hanno infatti giustificato il lancio del drone come una rappresaglia contro le operazioni aeree saudite, accusando Riad di continue violazioni dello spazio aereo controllato dagli Houthi in Yemen. Nel documento diffuso per rivendicare l’attacco, Saree punta esplicitamente il dito contro il vicino, spiegando che l’azione costituisce una “risposta mirata” ai raid con droni lanciati dai sauditi nei governatorati di Saada e Hajjah, territori strategici per le milizie alleate dell’Iran.

Alleanze regionali
Mentre si riaccende l’escalation lungo i confini terrestri tra Yemen e Arabia Saudita, i canali della diplomazia lavorano senza sosta, rilanciando un dialogo che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato per lo meno complicato. In questa cornice di tensioni si inserisce infatti il lungo colloquio telefonico andato in scena ieri tra il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan. I due leader, secondo una nota diramata dal ministero degli Esteri di Riad, hanno sfruttato l’occasione per fare il punto sulle modalità “per rafforzare le relazioni bilaterali”, spaziando su diversi ambiti di cooperazione. Ma il nucleo centrale del confronto è stato dominato dall’analisi degli ultimi, convulsi sviluppi regionali, con un’attenzione inevitabilmente catalizzata dalle tensioni in corso nel Mar Rosso.
Su questo fronte specifico, il presidente Erdoğan non ha usato mezzi termini per ribadire la ferma e totale condanna di Ankara nei confronti degli attacchi perpetrati proprio dagli Houthi contro le navi in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb, tra la penisola araba e il Corno d’Africa, garantendo di fatto a Riad il supporto turco. Ma il capo di Stato turco si è spinto oltre la mera solidarietà di facciata. Nel corso della telefonata infatti, Erdoğan ha accolto la recente creazione di un’alleanza multinazionale per la difesa marittima promossa e guidata proprio dall’Arabia Saudita e nata con l’obiettivo vitale di proteggere la libera navigazione nell’area.

Un fronte tutt’altro che secondario
Il Mar Rosso rischia di imporsi come nuovo fronte di tensione nel quadro della guerra scatenata il 28 febbraio scorso da Usa e Israele contro l’Iran. Oltre all’escalation in corso nello Stretto di Hormuz, gli Houthi, alleati di Teheran, minacciano infatti di interrompere i traffici marittimi anche sull’altro versante della penisola araba. I sodali della Repubblica islamica hanno proclamato un blocco navale contro le spedizioni dell’Arabia Saudita nello Stretto di Bab el-Mandeb. Un annuncio, seguito ai raid sauditi contro obiettivi degli Houthi in Yemen, che rischia di strozzare le forniture di petrolio a livello mondiale e in particolare verso l’Europa. Quest’imbuto naturale, situato all’estremità meridionale del Mar Rosso, funge da via d’accesso al Canale di Suez, unendo di fatto l’Europa all’Asia attraverso una delle arterie commerciali più trafficate del pianeta. Stretto appena 29 chilometri nel suo punto più angusto, da questo passaggio scorre quasi il 15% del commercio marittimo mondiale. Si stima che le precedenti interruzioni alla navigazione in questo tratto di mare, avvenute tra il 2023 e il 2025, siano costate all’economia globale circa 20 miliardi di dollari all’anno. Ora però, il blocco minaccia direttamente la capacità di Riad, il primo esportatore di greggio al mondo, di aggirare l’impasse a Hormuz. Gli Stati Uniti, ha avvertito a luglio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, “si occuperanno” degli Houthi, se attueranno questo blocco marittimo.
Una crisi che riguarda sempre di più anche l’Italia e non solo perché tra le principali destinazioni dei traffici in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb. Dalla seconda metà di marzo infatti, secondo il ministero della Difesa, il Governo ha schierato, su richiesta dei nostri partner nell’area, circa 400 militari dell’Aeronautica in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein nell’ambito della Task Force Air-Arabia. Un altro contingente, pari a circa 300 militari (di cui la metà dislocati in Arabia Saudita), farebbero invece parte della Task Force Land – Arabia, con lo schieramento di almeno una batteria di missili, una di artiglieria e un radar per la difesa aerea tra Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein. In un certo senso, siamo già in prima linea.

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