Usa 2020: perché, nonostante sia molto indietro nei sondaggi, Trump può ancora vincere le elezioni

Di Iacopo Luzi
Pubblicato il 11 Ago. 2020 alle 17:28 Aggiornato il 11 Ago. 2020 alle 17:32
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Immagine di copertina
Donald J. Trump e Joe Biden (fotomontaggio): Credit: ANSA

Usa 2020: perché, nonostante sia molto indietro nei sondaggi, Trump può ancora vincere le elezioni

A guardare e leggere i media italiani, la risposta sembrerebbe abbastanza semplice: il 3 di novembre non ci sono dubbi, Joe Biden, il candidato presidenziale democratico vincerà le elezioni. Prima di addentrarci nell’argomento, però, è giusto dare un po’ di contesto. A supportare questa ipotesi sono, innanzitutto, i sondaggi: non un solo sondaggio, ma praticamente tutte le principali inchieste elettorali realizzate finora vedono in vantaggio Joe Biden rispetto a Donald Trump con un distacco di punti che oscilla fra i 5 e i 15, con una media generale che vede, secondo RealClearPolitics (uno dei siti più affidabili per queste cose) Biden vincitore con quasi il 50 per cento dei voti e Trump dietro con un 42 per cento.

Certo, va detto che i sondaggi non sono mai totalmente affidabili e si basano sugli umori degli elettori, per loro natura labili. Eppure, anche se lo scarto, in generale, fosse minore (cosa molto probabile), rimarrebbe comunque sia in grande vantaggio il candidato del partito dell’elefante. Un vantaggio a prova pure di errore e di possibili umori. Sembrerebbe la fine del discorso, ma il problema è che mancano ancora tre mesi, per la precisione 84 giorni, alle elezioni e tutto può cambiare.

Sembra la solita frase fatta che si dice prima di qualsiasi elezione, ma la realtà è che queste presidenziali 2020 saranno diverse da tutte quelle che abbiamo visto finora.

Usa 2020: il peso della pandemia
In primis, perché avviene nel mezzo di una pandemia, che negli Stati Uniti ha già superato cinque milioni di casi e più di centosessantamila morti e che ha influenzato totalmente la campagna delle primarie, prima, e ora quella delle presidenziali(sebbene la parte più accesa incomincerà formalmente dopo le convention nazionali dei democratici e dei repubblicani di questo mese).

Proprio parlando delle due convention, solitamente un evento cruciale di ogni anno presidenziale con decine di migliaia di partecipanti, quest’anno i due eventi saranno quasi esclusivamente virtuali con Joe Biden che neanche si recherà nella città di Milwaukee per il suo discorso d’accettazione della nomination. Allo stesso tempo, il presidente Donald Trump, che sognava di poter avere uno stadio pieno in Jacksonville, Florida, ha dovuto a malincuore far marcia indietro, a causa del numero esorbitante di contagi che avrebbe reso qualsiasi assembramento di massa una vera e propria fiera del Coronavirus.

Le convention, con tutta la loro fanfara e la grande partecipazione, spesso sono fondamentali per indirizzare le decisioni degli elettori, mentre ora la situazione è alquanto incerta: Biden farà il discorso direttamente da casa sua, nello stato del Delaware, mentre il presidente sta ancora scegliendo il luogo, che potrebbe essere il campo di battaglia di Gettysburg, famoso scenario della guerra di secessione americana, oppure la stessa Casa Bianca (anche se non potrebbe, in teoria, essendo i due luoghi delle proprietà federale).

Senza contare che la campagna presidenziale vive di comizi, incontri con gli elettori, eventi pubblici. Anzi, i mega raduni organizzati dal presidente sono sempre stati il suo forte e dovevano essere uno dei suoi assi nella manica per cercare di essere rieletto quest’anno. Nulla di tutto ciò ha avuto luogo finora per motivi di sicurezza sanitaria e sarà così quasi certamente fino a novembre, visto che il tasso dei contagi non sembra minimamente destinato a scendere, mentre solo i prossimi dibattiti televisivi, senza pubblico, potrebbero forse ricordare una parvenza di una campagna presidenziale normale. Ma non saranno comunque la stessa cosa.

Parlando del Coronavirus, i due candidati si stanno comportando in maniera diametralmente diversa: Trump spinge per un ritorno alla normalità, provando a minimizzare, anche di fronte l’evidenza, la realtà dell’emergenza e a minimizzare il virus, mentre Biden sfrutta la tremenda gestione della pandemia in questi mesi da parte dell’amministrazione attuale come un’arma a suo vantaggio, con un chiaro messaggio: “Con me non sarebbe mai successo tutto questo”.

Tuttavia, per quanto l’ex vicepresidente stia cercando di proporre una seria e innovativa agenda che possa convincere l’ampio spettro dei votanti democratici, anche i più radicali, compresi gli stessi votanti repubblicani del 2016, i vari analisti continuano a non aver dubbi: sarà un “referendum” sull’operato del presidente Trump. Si voterà se avere Trump per altri quattro anni oppure no. Niente di più.

Joe Biden, per quanto abbia alle spalle una grande carriera politica, una persona come Barack Obama e il resto dei candidati democratici, incluso Bernie Sanders, fin dalla sua iniziale scesa in campo non è mai stato visto come un personaggio forte e in molti dubitano sulla sua tenuta mentale e la sua età (c’è chi pensa che possa fare un solo mandato proprio per quest’ultima cosa). Ha vinto le primarie quasi da underdog, con pochissimi milioni di dollari raccolti in donazioni, ed è stato scelto dagli elettori più che altro perché visto come colui che potesse avere più speranze di battere Trump e mettere d’accordo i variegati animi che compongono il Partito Democratico. Una cosa che, quattro anni fa, Hilary Clinton non era riuscita a ottenere.

È quasi la metà di agosto e ancora non si conosce il nome del vicepresidente, che sarà donna e probabilmente afroamericana: una scelta complessa che potrebbe portare ulteriori consensi a Biden o togliergli elettori e il ritardo nell’annunciarlo denota una certa titubanza su quale strada intraprendere che non sia quella di essere l’antitesi del presidente. Nei prossimi giorni si saprà sicuramente il nome del vicepresidente, ma qualunque esso sia, se non farà danni o causerà scandali, forse sarebbe il miglior scenario per Biden.

A vedere questa campagna, più il candidato dem resta zitto e più guadagna consensi, mentre il presidente, che parli ai giornalisti o sul podio della Casa Bianca, non manca di fare uscite a vuoto che lo mettono in cattiva luce. Basti solo pensare alla sua ultima grande intervista, concessa ad Axios, dove, di fronte all’incalzante reporter che gli faceva notare il grande numero di morti negli Stati Uniti, la sua tremendamente poco empatica risposta è stata: “It is what it is (È ciò che è)”.

E va detta una cosa: senza questa pandemia, con i suoi terribili danni all’economia e all’occupazione, e senza le proteste che hanno infiammato gli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd, alle quali Trump ha risposto definendo i manifestanti degli “anarchici – criminali – terroristi”, probabilmente non ci sarebbe stato nemmeno un dubbio su chi avrebbe vinto. A febbraio, nonostante anni di politiche divisive e un processo d’impeachment scampato solo per decisione del Senato, in mano ai repubblicani, nessuno dubitava della vittoria del tycoon newyorkese, grazie a un’economia e un tasso d’occupazione che stavano andando oltre ogni più rosea aspettativa.

Mentre ora il presidente è in difficoltà, annaspa, se la prende con il voto per posta sempre più incoraggiato nei vari stati (per evitare contagi), accusandolo di essere un sistema che porterà a delle frodi immani, e ipotizza una posticipazione delle elezioni, cosa che non ha nemmeno il potere di fare, essendo una decisione in mano solo al Congresso. Senza entrare troppo nel discorso, è dimostrato che è praticamente impossibile manipolare il voto per posta, sarebbe più probabile farsi colpire da un fulmine, mentre rimandare le elezioni non è nemmeno un’ipotesi presa in considerazione dai suoi alleati repubblicani più fedeli. Si è votato anche in tempo di guerra, si voterà pure in tempo di Coronavirus.

Usa 2020: cosa può cambiare in questi mesi?
Certamente i prossimi mesi riserveranno molte sorprese e, come è successo nel 2016, potrebbero emergere degli scandali o delle rivelazioni all’ultimo momento, come la storia delle email della Clinton o il video in cui Trump rivelava degli atteggiamenti sessuali predatori in un dietro le quinte. Il rischio di una nuova intromissione straniera, in particolare russa (che spinge per la vittoria repubblicana), è qualcosa di reale come ha già confermato negli ultimi giorni l’intelligence americana.

Il tema del vaccino, una cosa sulla quale sta facendo molto affidamento Trump, potrebbe giocare a favore del presidente. Farlo arrivare prima delle elezioni di novembre, come da desiderio presidenziale, potrebbe conferire un grosso vantaggio a Trump, una mossa da salvatore della patria, ma è assolutamente irrealistico pensare che possa essere pronto un vaccino sicuro ed efficace per quella data, mentre accelerare i tempi potrebbe portare a conseguenze pericolose. Lo dicono gli scienziati, lo ha confermato l’epidemiologo Anthony Fauci e dubito che le cose cambieranno. Anche perché, guardando all’agenda di Trump, per il momento non esiste nessun’altra proposta che non sia: “Altri quattro anni del vostro Donald”.

“Non ti dimenticare di ciò che è successo nel 2016” è la frase che più si ripete, fino allo sfinimento. È vero. Legittimamente ciò che è successo nel 2016, quando nessuno immaginava una vittoria di Donald Trump, potrebbe succedere di nuovo. La cantonata presa quattro anni fa dai giornalisti, in primis il sottoscritto, ancora brucia. Tutti convinti che avrebbe vinto la Clinton, ignorando cosa succedesse nel cuore del paese. Perché, gli Stati Uniti sono un paese immenso, la vita a New York non è come la vita nello stato del Kansas. E parlando di Trump, la sua base fedele lo rivoterà di nuovo senza esitazioni, sfidando anche il Covid-19.

Gli umori della gente che vive nelle grandi città non sono gli stessi di chi vive nelle zone rurali, nelle cittadine. Sono mondi paralleli. Persone che spesso non seguono il flusso quotidiano delle news e del fact-checking e che preferiscono credere a un presidente che, fino a due settimane fa, disconosceva il valore delle mascherine, piuttosto che credere agli scienziati.

È anche vero che, specie quando parliamo di alcune categorie indecise che avevano votato Trump nel 2016 perché non convinte dalla Clinton, come le casalinghe bianche di mezz’età, ora molte di queste categorie sembrano preferire Biden. Una cosa non da poco e che potrebbe far pendere l’ago della bilancia negli stati indecisi. Senza contare che, al contrario del 2016, Biden ha un vantaggio anche in stati chiave, come la Florida e il Texas, che 4 anni fa erano state due roccaforti del presidente. Insomma, il rischio di prendere una nuova cantonata da parte dei giornalisti, come nel 2016, è plausibile.

A essere onesti, oggi come oggi, nonostante i sondaggi e i vari segnali, è possibile stabilire che entrambi i candidati, realisticamente, abbiano il 50 per cento delle possibilità di vincere le elezioni. Poi bisognerà vedere quanto ci si metterà per avere i risultati, perché con il voto per posta in molti stati, potrebbero volerci giorni, se non settimane, e allo stesso tempo bisognerà vedere come si comporterà il presidente Trump in caso di sconfitta.

Finora ha lasciato ben intendere che dovrà vedere se accettare o meno il risultato, qualcosa d’impensabile, ed è una possibilità reale che dichiari dei brogli e annulli tutto o che si inventi chissà cosa per annullare il risultato. Ripeto, sembra fantascienza, ma ricordiamocelo: con Trump tutto è possibile. In quattro anni di presidenza forse questa cosa è l’unica certezza che abbiamo imparato da lui.

Uno scenario, in conclusione, possibile, visto che ci saranno anche le elezioni per il Senato e della Camera dei rappresentanti a novembre, potrebbe essere questo: Trump vincitore, ma con il Senato che passa in mano ai democratici, che così avrebbero il controllo totale del Congresso, visto che è difficile che possano perdere la Camera dopo solo due anni. Sarebbe uno scenario affascinante e paradossale con il presidente Trump che avrebbe le mani legate, un po’ com’era successo a Obama nei suoi ultimi anni di presidenza. Un’impasse totale per almeno altri due anni.

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