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Usa 2020: ecco perché le primarie Dem in Iowa sono un test decisivo

Come funziona il caucus, i candidati, la storia dell'Iowa nelle recenti elezioni: tutto quello che c'è da sapere sulle primarie "First in the Nation"

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 4 Feb. 2020 alle 08:43
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Immagine di copertina
Caucus, Usa 2020 Credit: Ansa

Usa 2020: ecco perché le primarie in Iowa sono un test decisivo

Con i caucus dell’Iowa comincia la corsa potenzialmente assai lunga che sceglierà l’avversario (o l’avversaria) democratico di Donald Trump alle presidenziali Usa del 3 novembre prossimo.

Come funzionano i caucus

Intanto, bisogna ricordare che il caucus è una riunione dei dirigenti di un partito politico per la scelta di candidati alle elezioni o a ricoprire cariche pubbliche, per stabilire programmi o fissare l’ordine del giorno per le assemblee generali del partito. Non sono gestiti come in Italia dai partiti stessi, ma regolati da leggi statali che quindi cambiano da Stato a Stato. Tradizionalmente il primo stato a votare è l’Iowa.

“First in the Nation” per caso, con una lunga storia che ha a che fare (anche) con carenza di personale e una vecchia fotocopiatrice: quando l’Iowa ottenne il primo slot della corsa dopo la modifica delle regole (prima votava a marzo/aprile) nessuno ci fece troppo caso, poi nel 1976 il fino ad allora semi sconosciuto Jimmy Carter (Jimmy who?, lo chiamavano) usò il successo nei caucus (per la precisione arrivò secondo dopo i “non schierati”) per far partire la sua campagna e da allora lo Stato ha sempre lottato – con successo – per mantenere il suo privilegio.

In Iowa, il Grand Old Party ha delle regole molto semplici. Gli iscritti al caucus, su base distrettuale, si recano nei luoghi adibiti  (scuole, biblioteche, centri culturali, chiese, palestre) e votano. Una volta che i voti sono contati, il candidato con più voti vince quel caucus. Chi prende più voti, e di conseguenza vince più caucus statali, si aggiudica tutti i delegati dello Stato. Anche i repubblicani quest’anno terranno dei caucus, ma per loro le primarie sono però più che altro simboliche. Il partito, attraverso il Republican National Committee, ha infatti votato compatto per offrire sostegno a Trump.

Il processo dei democratici è molto più complesso e avvincente. Ogni candidato ha un rappresentante di lista, che si posiziona in una determinata area della stanza. Gli attivisti scelgono vicino a quale rappresentante di lista mettersi e si fa un primo conteggio. Una volta conclusa questa fase, ogni rappresentante di lista può cercare di convincere gli altri attivisti a seguirlo.

Dopo di che, si fa l’ultimo conteggio e ogni candidato prende delegati in base a quante persone ha convinto – ma deve raggiungere almeno il 15 per cento del totale per poterseli assicurare. Se un candidato non supera questa soglia, i suoi sostenitori devono decidere dove riposizionarsi, altrimenti verranno inseriti nel conteggio del candidato che ha preso più voti.

L’Iowa nella storia delle elezioni Usa

Nonostante il peso limitato del voto – quest’anno per esempio vengono eletti 41 delegati su 3979, poco più dell’1 per cento in termini di allocazione dei delegati che parteciperanno alla convention democratica di Milwaukee del luglio prossimo –  l’Iowa è decisivo, come la storia recente ci insegna.

Perché è proprio il “momentum”, lo slancio, a rendere l’Iowa importante. Si dice che ci siano solo tre modi di uscire dall’Iowa: come primi, come secondi o come terzi. È da lì infatti che si prende la rincorsa (vedi Obama nel 2008) per portare a casa la nomination.

Non si conquista la nomination solo grazie a un successo in Iowa, ma un cattivo risultato in questi caucus – come possono ben testimoniare Jeb Bush (2016) o Howard Dean (2004) – può affondare le campagne di candidati considerati fino ad allora forti e credibili.

Un po’ di storia: da quando, nel 1972, i caucus dell’Iowa inaugurano la stagione delle primarie democratiche, in più del 50 per cento dei casi il vincitore di questo voto ha poi ottenuto la nomination.

Che diventa addirittura il 100 per cento per le elezioni successive al 1992: dal 2000 in poi, infatti, chi ha prevalso in Iowa (cioè Gore nel 2000, Kerry nel 2004, Obama nel 2008 e Hillary Clinton nel 2016 contro Bernie Sanders) ha poi rappresentato i democratici alle presidenziali.

Quattro anni fa Donald Trump ruppe le regole con una campagna assai poco convenzionale, che in Iowa non mise praticamente mai piede giungendo nondimeno secondo, con il 24.3 per cento delle preferenze.

Usa 2020, perché le primarie in Iowa sono così importanti

Molti sono i nodi chiave delle primarie in Iowa. Il primo è che portano a una scrematura, non definitiva ma importante, del vastissimo numero di aspiranti alla Presidenza che si erano inizialmente presentati.

I candidati competitivi che sono arrivati alla vigilia dell’Iowa sono: l’ex Vice Presidente Joe Biden; il senatore del Vermont Bernie Sanders; la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren; l’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg; e la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar. A questi va aggiunto l’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, che entrerà però nella contesa solamente con il voto del super-Tuesday del 3 marzo, quando si voterà in quattordici Stati – inclusi i due, California e Texas, con il maggior numero di abitanti – e più di un terzo dei delegati complessivi sarà assegnato.

Biden, Sanders e, in misura minore, Warren hanno più strumenti per proteggersi da un risultato inferiore alle aspettative (e ai sondaggi) in Iowa. Ma rischiano anch’essi un effetto domino che, una volta innescato, diventa difficile da contenere.

Il secondo è la frattura politica che divide i democratici tra una sinistra radicale sempre più influente e una parte che è liberal-moderata. Le loro proposte politiche, in termini di fiscalità, sanità, immigrazione e altro, si collocano in termini storici e di confronto con la controparte repubblicana, anch’esse decisamente a sinistra. Per riassumere: da una parte stanno Sanders e Warren; dall’alta Biden, Buttigieg, Klobuchar ed eventualmente Bloomberg.

Se guardiamo ai sondaggi nazionali, ognuna delle due parti ottiene circa il 40 per cento delle preferenze, con il restante 20 per cento distribuito tra vari candidati minori. Il voto dell’Iowa potrebbe indirizzare questo scontro laddove in ciascuna delle due parti permettesse a un candidato di egemonizzare il rispettivo schieramento. Questo vale soprattutto per i due candidati in testa nei sondaggi, Sanders e Biden.

Questa divisione è lo specchio del pluralismo dem ben diverso dal monolitico partito Repubblicano: in termini di affiliazione partitica i democratici superano i repubblicani ormai da quasi quindici anni. Ma, come si è visto nelle elezioni del 2016, questa dinamica rischia davvero di alimentare lo scontro fino a far spostare ancora più voti verso Trump.

Ma l’Iowa non è l’America

Il grande paradosso è chela popolazione dell’Iowa non è rappresentativa degli Stati Uniti. I bianchi sono il 91,6 per cento della popolazione maggiorenne residente, mentre sono il 73,8 per cento in tutti gli Stati Uniti. Gli afroamericani sono il 3,2 per cento contro il 12,4 dell’intero Paese; gli ispanici il 4,8 (contro il 16,2 per cento).

In Iowa ci sono meno famiglie che vivono sotto la soglia di povertà rispetto al resto dell’America e meno persone che vivono in un’area urbana (sono l’80,7 in tutti gli Stati Uniti, il 64 per cento nello Stato).

L’Iowa è poco rappresentativo soprattutto per i democratici, peraltro qui Trump nel 2016 staccò Hillary di dieci punti – 51,15 contro 41,74 – anche se Obama aveva vinto sia nel 2008 sia nel 2012 (e Bush di un filo nel 2004).

Questo vale anche in termini di elettorato: se in tutti gli Stati Uniti ci sono circa 240 milioni di aventi diritto al voto, ai caucus del 2016 in Iowa votarono in appena 170mila circa democratici e 180mila repubblicani.

Pregi e difetti del sistema caucus

caucus sono sempre stati additati come il malanno della democrazia americana dai sostenitori dell’idea che ogni persona, in quanto cittadino, debba poter decidere della vita di qualsiasi partito nazionale. Un eccesso di caucus – nei quali possono partecipare solo gli iscritti al partito – escluderebbe tutti coloro che non sono inseriti nella politica territoriale, magari non per propria scelta.

Questo significa che la maggior parte della popolazione, che negli Usa non è iscritta ad alcun partito e concede pochissima attenzione alla politica, avrebbe pochissimo potere di decisione sulla scelta dei rappresentanti di partito nelle elezioni generali. Di conseguenza, si avrebbero solo candidati dell’establishment o al massimo degli attivisti.

Allo stesso tempo, un sistema del genere obbligherebbe la popolazione a occuparsi più di politica e del proprio partito. Il caucus è uno spazio importante di confronto, che a volte dura per ore e ore. In un Paese in cui la politica si fa sempre più attraverso gli slogan, questo potrebbe obbligare i cittadini a confrontarsi e a porsi delle domande.

Bisogna pensare anche a una nuova natura della politica americana post-Trump e all’uso del caucus per superare la sua dialettica. Il mondo politico Usa è sempre più frammentato e partigiano, con sostenitori pronti a farsi la guerra per difendere le proprie posizioni. Questi ultimi spesso si fanno vedere solo alle rispettive manifestazioni: un luogo in cui confrontarsi con regole precise, come il caucus, potrebbe portare a soluzioni condivise da tutti e a una maggiore comunione nazionale.

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