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La Turchia invade la Siria: chi sta con chi e cosa sta succedendo nello scenario internazionale

Di Massimiliano Fanni Canelles
Pubblicato il 9 Ott. 2019 alle 16:41 Aggiornato il 10 Ott. 2019 alle 17:18
Immagine di copertina
Carri armati turchi Credit: AFP

La Turchia invade la Siria: chi sta con chi e cosa succede nello scenario internazionale

È partita ufficialmente il 9 ottobre alle 15 l’offensiva della Turchia nella Siria nord-occidentale. Nello scenario internazionale, in Medio Oriente, dobbiamo tener conto delle rilevanze strategiche che comprendono anche aspetti energetici, economici e finanziari ma sopratutto considerare i rapporti di alleanze storiche e religiose che in quel contesto territoriale sono il primo tassello nei rapporti fra stati.

> La Turchia attacca: raid in Siria. E i curdi lanciano una mobilitazione generale

Le coalizioni in campo

Per semplificare e far comprendere al meglio lo scenario dobbiamo prendere in considerazione tre coalizioni internazionali.

La prima, che deriva dall’asse sciita, comprende Iran, la Siria governativa di Bashar al-Asad con la Russia ad ombrello su tutta la mezzaluna sciita, con appoggio a gruppi di guerriglieri come gli Hezbollah libanesi.

La seconda coalizione è quella sunnita Wahhabita di cui la capostipite è l’Arabia Saudita che coinvolge Egitto e i paesi nord africani ma che abbraccia anche Israele con cappello protettivo statunitense. Dalle ideologie wahhabite si sono formate le forze militari di Al Qaida e dell’Isis.

La terza coalizione è quella dei Fratelli Mussulmani con capofila la Turchia, alleata del Qatar che appoggia alcuni guerriglieri come i palestinesi di Hamas, in quest’ultima coalizione la Nato è volente o nolente partecipe proprio perché la Turchia è una delle forze principali dell’Alleanza Atlantica. Non dimentichiamo che in questa coalizione anche noi come Italia e come Europa ne facciamo parte a tutti gli effetti.

Una proxy war

In Siria si è appena conclusa, o quasi, una guerra per “procura” dove si sono contrapposte le forze sciite appoggiate da Russia e Iran, quelle wahhabite saudite appoggiate dagli Americani, e quelle dei Fratelli Mussulmani con Turchia e Qatar in prima fila. In questo scenario le forze militari kurde sopperirono alle “non azioni” statutinensi.

Gli Stati Uniti fallirono nel supportare militarmente i ribelli siriani moderati ed individuarono come propri alleati nella guerra contro l’Isis i curdi siriani dell’Ypg – Unità di protezione popolare – legato ideologicamente al Pkk (il Partito curdo dei lavoratori), considerato dalla Turchia un’organizzazione terroristica.

La matrice ideologica di questo movimento curdo è marxista; alle donne vengono riconosciuti gli stessi diritti militari degli uomini. Milizie curdo-siriane composte da donne, come ad esempio l’Ypj (Unità di protezione delle donne) combattono spesso a capo scoperto. Una contrapposizione forte e determinata al blocco dell’ emancipazione femminile voluto dalle correnti radicali dell’islam sunnita wahhabita e dei Fratelli Mussulmani e di quello sciita post Khomenista.

La Turchia invade la Siria: una questione curda

Ago della bilancia è stato ed è quindi tutt’ora la questione curda. Quello curdo è il popolo senza terra più numeroso del pianeta: 30 milioni di anime, la maggior parte concentrati nel territorio della Turchia orientale.

Combattono dal 1920 per il riconoscimento del loro diritto di autodeterminazione e si sono organizzati nel Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK) considerato da più parte una organizzazione terroristica.

I curdi sono però un popolo frammentato, che non riesce a trovare un leader unico, che difficilmente riesce ad imporsi a livello internazionale proprio per questa incapacità di far fronte comune.

La religione di questa popolazione era lo Zoroastrismo, ma la maggioranza della popolazione oggi è musulmana sunnita non Wahhabita, cioè di interpretazione religiosa moderata. La presenza di questo popolo in un territorio “ideale” chiamato Kurdistan, localizzato nell’aera del confine comune fra fra Siria, Iraq, Turchia e Armenia crea un fronte di ostilità comune nei i governi di questi Paesi che considerano i curdi una minaccia alla sovranità nazionale, al mantenimento della loro egemonia territoriale e all’interpretazione religiosa radicale ormai diffusa in tutto il medio oriente.

La Turchia è lo Stato più interessato al problema per una massiccia presenza curda nella Turchia orientale. Gli altri stati – Siria e Iraq – con popolazione curda al loro interno sono Paesi usciti da guerre devastanti con altri problemi emergenti da risolvere.

Da sempre intenzioni della Turchia sono quelle di rendere inoffensivo il popolo curdo e in particolar modo riuscire a prendere il controllo anche del Kurdistan Siriano per poter evitare offensive da parte di Kurdi provenienti dal confine sud orientale.

Il voltafaccia degli Stati Uniti

In questo contesto si devono analizzare le esternazioni e il voltafaccia del presidente americano sulla presenza dell’esercito statunitense nell’area. Trump aveva annunciato, come nei giorni scorsi, il ritiro delle truppe statunitensi dal territorio siriano già un anno fa, suscitando disappunto e preoccupazione da parte non soltanto del Pentagono, ma anche del Dipartimento di Stato USA e di tutti gli analisti strategici esperti di Medio Oriente.

Esattamente oggi come allora, il Dipartimento delle Difesa teme che l’uscita dell’esercito americano dal contesto siriano possa portare ad una escalation del conflitto attualmente in fase di stallo.

L’operazione turca contro la milizia curda in Siria è però cominciata. Lo ha annunciato il presidente turco Erdogan via Twitter. Ma non è chiaro se l’offensiva riguarderà solo i territori siriani compresi tra Tell Abiad e Ras al Ain o se coinvolgerà tutta l’area settentrionale fino ad al Hol.

L’invasione di Erdogan in Siria favorirà l’influenza del Qatar nella regione, innescando così nuovi contrasti con le coalizioni militari a capo di Russia e Iran. Ma soprattutto potrebbe provocare le reazioni dell’Arabia Saudita con pressioni non indifferenti verso i loro alleati statunitensi. La monarchia Saudita in territorio siriano non accetterà un consolidamento di potere né delle forze sciite né di quelle della Fratellanza Mussulmana.

Conflitto Turchia-Siria: preoccupazione della comunità internazionale

La comunità internazionale si dice poi molto preoccupata, poiché l’invasione di alcune zone siriane da parte delle forze turche potrebbe degenerare in un vero e proprio sterminio e pulizia etnica.

Il rischio per i curdi è quello di essere eliminati e nella migliore delle ipotesi di essere rinchiusi in campi di concentramento in Siria. Altro problema che dovrà affrontare la Turchia sarà anche la gestione dei miliziani dell’Isis presenti nelle prigioni curde e gli ormai noti foreign fighters, cioè i combattenti stranieri che si sono uniti a Daesh. Davanti a questa situazione così incerta il timore è che un’escalation militare farebbe ripiombare la Siria nel caos totale.

Purtroppo l’espansionismo di Erdogan risulta difficile da arrestare. Soprattutto se consideriamo il sostegno che ha dal Qatar e la spinta a contrastare gli strapoteri sciiti e wahhabiti. Purtroppo in mezzo a questi enormi “macigni” che scatenano forze micidiali c’è il Kurdistan dove un popolo, senza protettori, senza soldi, lotta da solo nel tentativo di ottenere il riconoscimento della loro cultura e della loro esistenza.

Come Davide in mezzo a tre enormi Golia è sottoposto ad una lotta impari: sopravvivere in mezzo a dittature estremiste e radicali cercando di diffondere un islam moderato con ideologie marxiste.

Leggi gli approfondimenti di TPI sul tema:

> Perché la Turchia invade la Siria proprio adesso

> Dietro l’invasione della Siria c’è il piano di Erdogan per ricollocare un milione di profughi siriani

> L’appello di Zerocalcare per i curdi: “Hanno sconfitto l’Isis, adesso non lasciamoli soli”

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> La Siria prima e dopo la guerra: le foto che testimoniano gli orrori