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Perché la Turchia invade la Siria proprio adesso

La decisione del governo turco di invadere il nord della Siria è stata accelerata dalle dichiarazioni di Washington, secondo cui sarebbe necessario creare nel nord della Siria una forza di sicurezza arabo-curda a presidio permanente dell’area, al fine di evitare il ritorno dello Stato Islamico

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 7 Ott. 2019 alle 14:17 Aggiornato il 8 Ott. 2019 alle 10:04
Immagine di copertina
Carri armati turchi Credit: AFP

Perché la Turchia invade la Siria proprio adesso

La Turchia si appresta a invadere la Siria settentrionale, da dove gli Stati Uniti hanno cominciato a ritirare le truppe. Lo ha annunciato la Casa Bianca dopo un colloquio telefonico fra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan.

Ankara fa sapere che attaccherà l’area per “liberarla dai terroristi” curdi ed Erdogan spiega che le operazioni militari potranno cominciare “in qualsiasi momento”. Le milizie curdo-siriane confermano il ritiro delle truppe statunitensi e affermano di essere pronte a “difendere ad ogni costo” il territorio.

Ma perché la Turchia invade la Siria proprio in questo momento?

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Perché la Turchia invade il nord della Siria

La decisione del governo turco di invadere il nord della Siria è stata accelerata dalle dichiarazioni di Washington, secondo cui sarebbe necessario creare nel nord della Siria una forza di sicurezza arabo-curda a presidio permanente dell’area, al fine di evitare il ritorno dello Stato Islamico. Un fatto che Ankara intende scongiurare a ogni costo.

Ankara considera i combattenti curdi insorti dei terroristi e ha cercato a lungo di porre fine al sostegno americano al gruppo e l’operazione militare turca spazzerebbe via le forze curde appoggiate dagli americani vicino al confine in Siria.

“Siamo determinati a garantire la sicurezza della Turchia ripulendo la regione dalla presenza dei terroristi. Contribuiremo a portare sicurezza, pace e stabilità alla Siria”, scrive stamani su Twitter il capo della diplomazia turca, Mevlut Cavusoglu, “abbiamo sostenuto l’integrità territoriale della Siria sin dall’inizio della crisi (nel 2011) e continueremo a farlo”, aggiunge il ministro degli Esteri della Turchia.

Gli Stati Uniti hanno investito molto nelle forze arabo-curde dello SDF (Forze di Sicurezza Democratiche), protagoniste tra l’altro della liberazione di Raqqa dallo Stato Islamico.

Ma la Turchia teme le SDF tanto quanto lo YPG, cioè le Unità di protezione del popolo curdo, e li considera entrambi gruppi terroristici alla stregua di quel Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che da decenni lotta per vedere riconosciuta l’autonomia curda in territorio turco.

Ankara ha pertanto attaccato duramente il progetto degli Stati Uniti: “Ci hanno pugnalato alle spalle” è stato il commento invelenito che il presidente Erdogan ha rivolto alla Casa Bianca.

Il commento degli Stati Uniti

L’accelerazione sull’invasione è avvenuta solo dopo la telefonata tra Trump e Erdogan, ma gli Stati Uniti si tirano indietro: “Le forze statunitensi non sosterranno né saranno coinvolte nell’operazione e le truppe Usa, che hanno sconfitto il califfato territoriale dello Stato islamico, non saranno più nelle immediate vicinanze”, ha affermato la Casa Bianca senza fornire dettagli sull’operazione turca.

La Associated Press ha però scritto che la Turchia invaderà il Nord della Siria, citando fonti di Washington. Funzionari dell’amministrazione hanno specificato che il personale militare degli Stati Uniti, 100-150 uomini, dispiegato in quella zona sarà ritirato prima di qualsiasi operazione turca, anche se non completamente dalla Siria.

L’area cuscinetto

Turchia e Usa lo scorso 7 agosto hanno raggiunto ad Ankara un’intesa per la costituzione di una safe zone nel Nord della Siria. L’area ‘tampone’ prevista nell’accordo è larga 30-32 e lunga 480 chilometri, estesi in territorio siriano lungo il confine turco, a partire dalla riva Est del fiume Eufrate fino al confine con l’Iraq.

Un’area su cui il presidente turco ha preteso il controllo della Turchia, sia per eliminare le postazioni dei curdi siriani dello Ypg, ma anche per creare un corridoio in cui ricollocare il maggior numero possibile dei 3,6 milioni di siriani fuggiti in Turchia a partire dal 2011.

Nell’accordo è stata inserita la costituzione di un centro di comando operativo congiunto per gli eserciti di Usa e Turchia, poi regolarmente realizzato in territorio turco, ad Akcakale, non lontano dal confine siriano. L’intesa raggiunta prevede anche turni di pattugliamento e ricognizione congiunti, con l’utilizzo di mezzi terrestri, droni ed elicotteri e la possibilità per gli F-16 di Ankara di sorvolare lo spazio aereo siriano.

Lo scorso 8 settembre turni di pattugliamento da parte dei due eserciti sono stati effettivamente realizzati, mentre nelle scorse due settimane gli F-16 turchi hanno ripetutamente sorvolato lo spazio aereo siriano.

La scorsa settimana Erdogan aveva dichiarato che la Turchia stava esaurendo la pazienza con gli Stati Uniti per la creazione di una zona di sicurezza nel nord della Siria, minacciando l’incombente un’operazione militare. “Non abbiamo altra scelta che continuare sulla nostra strada”, aveva annunciato il capo di stato turco.

Le reazioni curde

Le forze curdo-siriane hanno affermato di esser pronte a “difendere a ogni costo” il nord-est della Siria, in particolare la zona al confine con la Turchia esposta alla pressione turca e da dove nelle ultime ore si sono ritirare truppe americane.

“La zona è ora diventata un teatro di guerra. Noi siamo determinati a difendere il nordest a ogni costo”, ha detto il portavoce delle forze curdo-siriane, Mustafa Bali, citato dai media locali e regionali.

La Turchia invade la Siria, la strategia di Erdogan

L’intensificarsi della presenza turca nella provincia settentrionale della Siria fa parte di un accordo siglato anche con Russia e Iran, che hanno in comune l’obiettivo di ridurre i combattimenti tra le fazioni ribelli e le forze filo-governative siriane.

Ma la de-escalation ipotizzata da Mosca e Teheran si sta rivelando un boomerang per gli alleati, a causa della totale inaffidabilità della Turchia che, sin dallo scoppio della guerra civile, persegue obiettivi difficilmente conciliabili con quelli degli altri protagonisti.

Le implicazioni dell’abbandono dei curdi

Questa nuova operazione militare ha il sapore della rivincita per il governo turco, che finora aveva sbagliato ogni mossa possibile nella guerra di Siria, rischiando di trovarsi isolata politicamente e militarmente.

La seconda fase della guerra siriana, pertanto, somiglia a un riposizionamento di forze in attesa di spartirsi quel che resta del paese. E per Ankara significa avere una seconda chance.

In ogni caso nessuno, tranne gli Stati Uniti, sembra più considerare le forze curde un interlocutore né ha intenzione di fare loro concessioni. Dopo averle sfruttate contro il Califfato, le potenze regionali preferiscono adesso far sparire ogni speranza di veder crescere uno stato curdo in Medio Oriente.

La Siria potrebbe restare ancora a lungo un’area d’instabilità e di scontri tra potenze straniere, che a tutto mirano tranne che alla pace.

Lasciare la zona nelle mani della Turchia vuol dire di fatto lasciare i curdi in mano ai turchi e questo ovviamente non può piacere a un popolo che da sempre ha cercato e trovato protezione degli americani e ha sempre visto Erdogan il nemico giurato.

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