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Home » Esteri

La Turchia dichiara lo stato d’emergenza

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Il presidente turco Erdoğan lo ha annunciato in diretta televisiva. Lo stato d’emergenza durerà tre mesi e conferirà poteri speciali al governo

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato lo stato d’emergenza in tutto il paese per tre mesi.

La decisione arriva in seguito al tentativo di colpo di stato fallito della notte tra il 15 e il 16 luglio, ed è basata sull’articolo 120 della costituzione turca.

Secondo l’articolo 120, lo stato d’emergenza può essere dichiarato in alcune o in tutte le regioni della Turchia per un periodo non superiore ai sei mesi, in caso di diffusi atti di violenza volti alla destrutturazione dell’ordine democratico.

Questa misura permetterà al presidente e al governo di scavalcare il parlamento nella promulgazione di nuove leggi e di limitare o sopprimere i diritti e le libertà personali, se ritenuto necessario.

In pratica, potranno essere perseguiti tutti coloro che siano anche solo sospettati di aver simpatizzato per i golpisti, ignorando tutte le normali procedure giudiziarie e, in generale, le norme del diritto turco.

Parlando in diretta televisiva durante una conferenza stampa tenutasi immediatamente dopo la riunione del Consiglio di sicurezza nazionale turco, il presidente Erdoğan ha spiegato che “lo scopo dello stato d’emergenza è quello di intraprendere i passi necessari per eliminare tutte le minacce alla democrazia, allo stato di diritto, ai diritti e alla libertà dei cittadini del nostro paese in maniera efficace e veloce”, aggiungendo che “non c’è nulla di cui preoccuparsi”.

In realtà, la maggior parte degli osservatori internazionali teme che lo stato d’emergenza possa essere utilizzato dal leader del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) per continuare le purghe contro gli oppositori politici e tenere in carcere le decine di migliaia di persone già arrestate dopo il tentato golpe.

Infatti, più di 50mila dipendenti statali e lavoratori privati sono stati arrestati, sospesi o licenziati durante i concitati giorni che hanno seguito la drammatica nottata del 16 luglio.

Si stima che più di 20mila accademici e dipendenti delle università pubbliche e private siano stati sospesi dal ministero dell’educazione. Gli insegnanti con incarichi all’estero sono stati richiamati in patria.

6mila membri delle forze armate sono stati arrestati con l’accusa di aver partecipato o favorito il tentativo di colpo di stato, mentre più di 3mila giudici e circa 8mila poliziotti sono stati rimossi dal loro incarico.

Erdoğan, durante la conferenza stampa, ha sottolineato che “per la democrazia non si fanno compromessi” e che dietro i golpisti ci sarebbe la figura dell’ex alleato, e ormai nemico politico, Fetullah Gülen.

Gülen, predicatore islamico filo-occidentale attualmente in esilio negli Stati Uniti ma con una forte rete di influenza politica in Turchia, è stato una delle figure chiave che hanno favorito la scalata al potere di Erdoğan. Un’alleanza che si è rotta nel 2013 in seguito a un’inchiesta sulla corruzione che coinvolgeva anche il presidente turco e suo figlio Bilal.

Erdoğan ha chiesto ufficialmente agli Stati Uniti l’estradizione di Gülen e ha anche paventato la possibilità del coinvolgimento di potenze straniere nell’azione militare che aveva come scopo quello di rovesciarlo.

Tutti i governi occidentali hanno espresso solidarietà al presidente turco dopo il tentativo di golpe, ma hanno anche sottolineato una crescente preoccupazione per la deriva autoritaria e il mancato rispetto dei diritti umani da parte della Turchia.

In particolare, si teme che il governo reintroduca a breve la pena di morte. Preoccupazioni che la dichiarazione dello stato d’emergenza contribuisce ad aumentare.

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