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Tunisia, il presidente Saied assume i pieni poteri: licenzia il premier e sospende il Parlamento

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La crisi politica in Tunisia è precipitata in una nuova spirale negativa: il presidente della Repubblica, Kais Saied, ha sospeso per 30 giorni i lavori del Parlamento, esonerato dal proprio incarico il primo ministro Hichem Mechichi, abrogato l’immunità parlamentare e assunto i pieni poteri, mentre il partito di maggioranza Ennahdha ha denunciato un “golpe” in atto da parte della presidenza.

L’annuncio di Saied è arrivato nella serata di ieri in diretta televisiva, a cui è seguito un post specifico su Facebook in cui si precisa che il presidente della Repubblica “assumerà il potere esecutivo con l’aiuto di un governo il cui premier sarà nominato dal capo dello Stato”. Alle dichiarazioni sono poi seguiti i fatti: questa mattina, i militari presenti in Parlamento hanno informato i deputati della chiusura dei lavori, nel rispetto degli ordini presidenziali.

Il colpo di mano del presidente tunisino segue mesi di proteste di piazza, dove la rabbia per la catastrofica gestione della pandemia di Covid da parte del governo Mechichi, che non è riuscito a impedire un nuovo picco di contagi, si è aggiunta ai disordini endemici dovuti alla crisi economica e sociale che affligge ormai da un decennio la nazione africana.

La decisione di Saied sembra a prima vista accogliere le istanze di migliaia di manifestanti che anche ieri, nonostante l’ampio schieramento delle forze di polizia, erano scesi in piazza in molte città del Paese contro il governo e il partito islamico moderato Ennahdha, al grido: “Andatevene!”. I dimostranti chiedevano in particolare lo “scioglimento del Parlamento”, un potere che il presidente tunisino non possiede.

Ma la prova di forza di Saied non affonda le proprie radici solo nell’immediato presente ma ha a che fare con un conflitto più ampio all’interno della giovane democrazia tunisina, spesso considerata l’unico esempio di successo emerso in tutta la regione dalla Primavera araba del 2011, pur non essendo riuscita a garantire con continuità né stabilità economica né politica.

Accuse di colpo di stato

Se, dopo l’annuncio del capo dello Stato, migliaia di tunisini esasperati dalle lotte di potere e dalla crisi sociale, economica e sanitaria che affligge la nazione sono scesi in piazza nonostante il coprifuoco, sparando fuochi d’artificio e festeggiando al suono dei clacson delle auto a Tunisi e in diverse altre città, gli oppositori del presidente in Parlamento e non solo hanno immediatamente accusato Saied di aver organizzato un colpo di Stato.

In particolare, il presidente della Camera dei Rappresentanti della Tunisia, Rached Ghannouchi, leader di Ennahdha, ha accusato il capo dello Stato di aver organizzato “un golpe contro la rivoluzione e la costituzione”. “Riteniamo che le istituzioni siano ancora in piedi e che i sostenitori di Ennahdha e del popolo tunisino difenderanno la rivoluzione”, ha dichiarato la guida del partito islamico moderato. 

Anche altri due movimenti politici, Au cœur de la Tunisie e Karama, hanno fatto eco alle accuse di colpo di stato mosse a Saied da Ennahdha, che intanto ha denunciato una serie di attacchi ai propri uffici, incolpando presunte “bande criminali” che starebbero cercando di “seminare caos e distruzione”.

Alcuni sostenitori del presidente avrebbero infatti preso d’assalto vari uffici del partito islamico, distruggendo diversi computer e incendiando la sede locale di Touzeur. Una manifestante ha detto all’agenzia di stampa Reuters che ieri è stato “il momento più felice dalla rivoluzione”. “È il presidente che amiamo”, ha dichiarato ad Afp un’altra dimostrante trentenne che ieri sera sventolava la bandiera tunisina in mezzo a una folla scesa in strada a Tunisi.

In piena notte, Saied si è unito ai manifestanti che sfilavano in Avenue Bourguiba, la via principale di Tunisi, mentre le forze di sicurezza della capitale avevano già bloccato gli accessi al Parlamento e tutte le strade intorno al viale. Qui il presidente si è lasciato andare a un monito contro le violenze, a cui è deciso a rispondere con la forza: “Avviso chiunque pensi di ricorrere alle armi e chi sparerà anche solo un proiettile: le forze armate risponderanno con i proiettili”, ha dichiarato Saied.

Il capo dello Stato ha poi difeso le proprie scelte. “Secondo la costituzione, ho preso le decisioni che la situazione richiede per salvare la Tunisia, lo Stato e il popolo tunisino”, ha sottolineato Saied a margine di una riunione d’emergenza tenuta ieri al Palazzo di Cartagine con i vertici delle forze di sicurezza. “Stiamo attraversando i momenti più delicati della storia della Tunisia“.

“La costituzione non consente lo scioglimento del Parlamento, ma permette il congelamento dei lavori” per 30 giorni, ha ricordato il capo dello Stato, che ha anche annunciato la revoca dell’immunità parlamentare promettendo di perseguire i deputati coinvolti in vari scandali giudiziari. “Non si tratta né di una sospensione della costituzione né di un’uscita dalla legittimità costituzionale, stiamo lavorando nel quadro della legge”, ha assicurato il giurista Saied in una nota, precisando che tutte le misure annunciate saranno contenute in un decreto ad hoc che legittimerà la posizione del nuovo governo.

Intanto, dopo la riunione di ieri pomeriggio con il presidente, il primo ministro Mechichi è sparito dalla scena pubblica, mentre questa mattina centinaia di sostenitori di Ennahdha hanno tentato di superare lo sbarramento dei militari e di entrare in Parlamento. “L’esercito deve proteggere il Paese e la religione”, ha supplicato i soldati il presidente della Camera, Ghannouchi, chiedendo l’apertura dei cancelli d’ingresso sbarrati con le catene. “Siamo militari, eseguiamo gli ordini”, ha risposto un soldato, secondo Afp. “Soldati, ufficiali, vi chiediamo di stare al fianco del popolo”, ha ribadito il leader del partito islamico.

La paralisi delle istituzioni in Tunisia: una crisi insolubile

In Tunisia, sia il presidente che il Parlamento sono eletti con voto popolare. Secondo il dettato costituzionale, il capo dello Stato sovrintende soltanto alle forze armate e agli affari esteri, ma Saied, eletto nel 2019 come indipendente, ha sostenuto sin dalla propria campagna elettorale la necessità di una nuova rivoluzione attraverso la legge e di un cambiamento radicale di regime.

Giustificando il proprio colpo di mano, il presidente tunisino ha citato l’articolo 80 della costituzione, entrata in vigore nel 2014. Tale norma consente effettivamente al capo dello Stato di sospendere i lavori del Parlamento tunisino in caso di “pericolo imminente”, ma impone anche una serie di obblighi.

Leggendo il testo, si evince come Saied potrebbe essere andato oltre il proprio mandato costituzionale. È senz’altro vero che “in caso di pericolo imminente che minacci le istituzioni della nazione o la sicurezza o l’indipendenza del Paese e ostacoli il normale funzionamento dello Stato, il Presidente della Repubblica può prendere tutte le misure rese necessarie dalle circostanze eccezionali”, ma l’articolo 80 della costituzione tunisina concede al capo dello Stato tale potere solo “previa consultazione con il capo del governo e il Presidente dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo e informando il Presidente della Corte Costituzionale”. Un passaggio che gli oppositori di Saied denunciano sia stato saltato.

La prova di forza del presidente va così a costituire solo l’ultimo capito del conflitto tra i vari partiti rappresentati in Parlamento e dello stallo tra il presidente della Camera dei Rappresentanti, Rached Ghannouchi, leader di Ennahdha, e il capo dello Stato, che paralizza da mesi le istituzioni locali. Ad ogni modo, il quadro giuridico e politico nel Paese africano resta ancora poco chiaro: la stessa costituzione del 2014 prevede infatti l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare le controversie istituzionali di questo genere, ma la Corte non è mai stata istituita.

La Rivoluzione del 2011 ha estromesso dal potere il dittatore Zine El-Abidine Ben Ali, avviando la Tunisia sulla strada della democrazia rappresentativa sul modello occidentale. Da allora, il Paese è alle prese con numerose sfide sociali, economiche e di sicurezza.

Dall’avvento al potere nel 2019 di un Parlamento frammentato e di un presidente fieramente indipendente dai partiti che lo compongono, la nazione africana sembra essere sprofondata in una crisi politica che appare quasi insolubile. A tutto questo si è poi aggiunta la crisi sanitaria innescata dal Covid.

Il governo, oggetto da anni delle proteste della piazza a prescindere dalle personalità alla sua guida e dai partiti che lo sostengono, è stato fortemente criticato per la mancanza di preparazione e coordinamento di fronte alla tragedia della pandemia ed è stato accusato di aver letteralmente lasciato la Tunisiaa corto di ossigeno“. Con il bilancio ufficiale delle vittime che ha quasi raggiunto i 18mila morti su 12 milioni di abitanti, il Paese africano presenta infatti uno dei peggiori tassi di mortalità al mondo per Covid.

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