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“Barricati in un ristorante per 4 ore, pensavamo che i terroristi potessero entrare da un momento all’altro”: la testimonianza di un’italiana a Vienna

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 3 Nov. 2020 alle 19:13 Aggiornato il 3 Nov. 2020 alle 21:57
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Immagine di copertina

La testimonianza di un’italiana a Vienna

Flavia ha 32 anni e da tre vive e lavora a Vienna. Alle 20 del 2 novembre ha incontrato alcuni colleghi per l’ultima sera di libera uscita in vista del coprifuoco nazionale in vigore da oggi, per approfittare quindi dell’ultima occasione di svago prima della chiusura parziale resa necessaria dall’emergenza Covid. Come lei, tantissimi altri si trovavano proprio nel centro della movida viennese intorno alle 20. “Era l’ultima sera in cui si poteva cenare fuori con amici e molte persone hanno colto l’occasione per uscire in gruppo, per questo c’era molta più gente del solito. Non avevo percepito nessuna avvisaglia che qualcosa del genere potesse succedere”, racconta a TPI. Flavia si riferisce all’attentato che ha colpito Vienna alle 20,30 circa di ieri sera, quando si trovava in un ristorante del primo distretto e gli attentatori hanno iniziato a sparare tra la folla tra le arterie principali della città.

“Ero in un ristorante italiano del primo distretto con due colleghi. Eravamo seduti fuori, in una stradina perpendicolare alla strada principale che va dall’opera di Vienna alla piazza della cattedrale di Santo Stefano”, dice all’indomani della strage che ha causato almeno quattro morti e decine di feriti. “Stavamo mangiando in questa terrazza e non ci siamo accorti praticamente di niente fino a quando uno dei colleghi ha preso il telefono e ha trovato 20 chiamate perse di persone che gli chiedevano come stesse e se fosse nel primo distretto, perché fino a quel punto non avevamo sentito nulla. Sul mio telefono poi vedo la stessa cosa. Altri nostri amici si trovavano in un altro bar sempre della stessa zona”, continua.

In quel momento “il primo attentatore, quello della zona della Sinagoga, aveva già sparato”, e i suoi amici erano già scappati. Preoccupati, avevano detto loro di fare lo stesso, ma ormai troppo tardi. “Due secondi dopo è arrivata la polizia in borghese e ci ha detto di spostarci all’interno del ristorante. Il proprietario  ci ha fatto andare dentro. Hanno chiuso il locale, hanno sprangato le porte, erano tutte a vetri, non c’erano saracinesche. All’inizio ci hanno fato stare dentro al ristorante e piano piano fatti spostare in una zona laterale, una sorta di mini patio da cui siamo arrivati nella tromba delle scale di un edificio adiacente. Hanno spento le luci del locale affinché non si vedesse nulla da fuori e ci hanno chiesto di rimanere lì, siamo rimasti tre o quattro ore sulle scale”, spiega Flavia.

Mentre attendevano un nuovo segnale, racconta, cercavano di capire cosa stesse succedendo e perché qualcuno stesse sparando, ma le notizie “erano poche e confuse, tante false“. “Tante cose si sono rivelate non vere”, osserva. Come quella secondo cui alcune persone erano state prese in ostaggio all’interno del ristorante di un Hotel. “L’unica notizia uscita ieri sera che sembra essere stata confermata è che ci fossero sei punti in cui hanno sparato, e la mappa di questi punti era stata già pubblicata ieri sera, quindi vedevamo dove eravamo noi rispetto a loro. Si sapeva che uno di loro era morto, ma non quanti erano gli altri e nemmeno se fossero stati presi o no. Siamo stati lì ad aspettare che ci dicessero che potevamo andarcene. Credo fosse l’una e mezza”.

Dopo alcune ore la polizia ha detto loro che il primo distretto, teatro della strage, era al sicuro. “Abbiamo iniziato a incamminarci sempre sulla strada principale, la polizia e l’esercito erano ovunque, cercavano di controllare tutti e c’era tensione generale. L’ultimo pezzo lo abbiamo fatto tutto con le mani in alto. Si vedeva la polizia in fondo alla strada. Quando un poliziotto ha imbracciato il fucile, il ragazzo davanti a noi ha alzato le mani e le abbiamo alzate anche noi, per mostrare che eravamo innocui. Abbiamo cercato di tornare a casa, ma nessuno di noi vive nel primo distretto, non si sapeva dove fossero gli attentatori e nessuno poteva dirci dove si trovavano. Un ragazzo è andato in bici a prendere la sua macchina e ci ha accompagnato nelle rispettive case. Lo abbiamo aspettato per mezz’ora davanti a un albergo, appoggiati a una porticina laterale a vetri che si apriva. Se fosse successo qualcosa ci saremmo rifugiati lì, anche se la seconda porta scorrevole era chiusa. Siamo stati la ad aspettare. C’era gente in strada, tutti stavano cercando un modo di tornare a casa”, spiega.

Durante tutta la notte, racconta Flavia, lei e i suoi colleghi sono stati pervasi dall’ansia e dall’incertezza, intimoriti rispetto a quello che poteva essere accaduto agli altri amici. “Se sparavano a casaccio per strada, avrebbero potuto prendere chiunque. Pensavamo fossero entrati nei ristoranti e avessero preso ostaggi. Eravamo in panico perché potevano essere uno, 10, 50. Pensavamo potessero spaccare con un fucile anche il vetro del nostro ristorante. Ma avevamo anche la consapevolezza di dover rimanere calmi. Nel momento in cui ci siamo spostati all’interno del locale c’era più tensione rispetto a quando ci siamo sistemati sulle scale, perché a quel punto avevamo già parlato con amici e parenti. Ovviamente non sai mai quello che può succedere, era la prima volta, ma spero sia stata anche l’ultima”.

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