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“Il giorno in cui ho deciso che non avrei mai subito il ‘taglio'”: la testimonianza di Josephine sulle mutilazioni genitali femminili in Kenya

Immagine di copertina
Josephine Yicule. Credit: WeWorld

Il 6 febbraio è la Giornata mondiale contro l'infibulazione e le mutilazioni genitali femminili. In Kenya WeWorld lotta contro questa pratica pericolosa attraverso l'empowerment femminile

“Quando ero molto piccola mia nonna mi portò alla cerimonia di circoncisione di una ragazzina del mio villaggio. Sono rimasta così sconvolta da quello che ho visto che dopo non ho mangiato per una settimana”. Josephine Yicule è un’ assistente sociale che vive nella contea di Narok, in Kenya. Proviene dalla comunità Maasai, dove le mutilazioni genitali femminili (FGM) e i matrimoni precoci sono pratiche ancora oggi molto diffuse. TPI pubblica la sua testimonianza, raccolta dalla onlus WeWorld, con cui Josephine collabora, in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, che ricorre ogni anno il 6 febbraio.

“Quel giorno”, continua a raccontare Josephine, “ho deciso che non mi sarei mai sottoposta al taglio. Quando ho avuto la possibilità di lavorare come assistente sociale ero al settimo cielo, perché sapevo che avrei colto l’occasione per parlare con quante più ragazze possibili appartenenti alla mia comunità e aiutarle a capire che si tratta di atti dannosi, che possono letteralmente compromettere la loro vita. Quando ho cominciato a tenere talk motivazionali nelle scuole, sapevo che avrei sfruttato ogni opportunità per assicurarmi che almeno una o due ragazze, se non tutte, non si sottoponessero al taglio e continuassero gli studi fino all’Università“.

Le mutilazioni genitali femminili in Kenya

Nonostante i notevoli progressi compiuti negli ultimi 30 anni sul tema delle mutilazioni genitali femminili, in Kenya questa pratica resta tuttora diffusa. Nel Paese la mutilazione genitale femminile è vietata dal 2011, ma alcuni gruppi etnici come i Masaai la vedono ancora come un rito tradizionale del passaggio da ragazza a donna prima del matrimonio.

In Kenya sono 4 milioni le ragazze e le donne che hanno subito “il taglio”. Complessivamente il 21 per cento delle ragazze e delle donne di età compresa tra i 15 ei 49 anni sono state sottoposte alla pratica, soprattutto nelle comunità somala, maasai e kisii, prevalenti nelle contee di Narok, Migori e Isiolo. Esistono infatti significative variazioni regionali nella pratica di FGM a causa della grande diversità etnica e culturale, che varia dal 98 per cento nella regione nord-orientale, dal 78 per cento tra i Maasai all’1 per cento nella regione occidentale.

Josephine racconta che “la maggior parte delle ragazze della comunità subisce FGM a causa della pressione dei ragazzi. I ragazzi sono convinti di non poter sposare una ragazza che non è circoncisa, e quindi, a causa di quella pressione, le ragazze si sottopongono al taglio, così da essere accettate dai ragazzi e dalla comunità”.

“Dopo aver parlato a entrambi, prendo da parte le ragazze e mi rivolgo solo a loro. Le motivo, dico che la vita è la loro, e non ruota intorno ai ragazzi o alla comunità. Mi assicuro che sappiano far valere le proprie idee e che parlino quando non vogliono sottostare a qualcosa. Ad esempio, se si tratta di un matrimonio forzato, gli dico che possono andare dal proprio padre e dirgli ‘no’, oppure stare davanti all’uomo che vorrebbe sposarle e dirgli ‘no’”.

La maggior parte delle ragazze sottoposte a mutilazioni genitali femminili in Kenya abbandonano la scuola presto e si sposano molto giovani. La pratica è inoltre deleteria per la salute della donna: sia durante la sua esecuzione sia in seguito, le ragazze soffrono di vari effetti collaterali come sanguinamento eccessivo, anemia e difficoltà a urinare. Secondo i dati di WeWorld, le FGM, combinate con gravidanze pre-adolescenziali e una grave carenza di servizi per un parto sicuro, contribuiscono alla morte di 510 madri ogni 100mila nascite (in Italia sono solo quattro donne ogni 100mila nascite).

In Kenya WeWorld contribuisce a porre fine alle mutilazioni genitali femminili e ai matrimoni precoci attraverso il capacity building e l’empowerment delle studentesse sin dai livelli primari di istruzione, e allo stesso tempo rendendo disponibili le informazioni sui danni di tali pratiche regressive a tutta la comunità attraverso la creazione di consapevolezza e sensibilizzazione. Parallelamente svolge un capillare lavoro di prevenzione con le famiglie e i capo tribù per proporre riti alternativi di passaggio per le ragazze a rischio di FGM e matrimoni precoci.

Il lavoro di Josephine produce impatti concreti all’interno della sua comunità. “C’è una scuola a Kareta dove andavamo a tenere questi incontri e lì ho visto per la prima volta quale effetto avessero le mie parole. Una delle ragazze a cui avevo parlato la volta prima è venuta da me e mi ha raccontato di essersi svegliata il giorno dopo sicura di non volersi circoncidere. È andata dai suoi genitori e gli ha ripetuto tutto quello mi aveva sentito dire, parola per parola! Per noi, confronti di questo tipo sono molto incoraggianti, perché sai che esiste una vita che hai cambiato per sempre”.

Qui sotto la video-testimonianza di Josephine in inglese:

Leggi anche: 1. Sudan, vittoria storica: le mutilazioni genitali femminili ora sono un reato /2. Mutilazioni genitali femminili, un problema anche italiano /3. Le bambine egiziane vittime della crudele pratica delle mutilazioni genitali per mano delle loro stesse famiglie

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