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I delicati equilibri in Medio Oriente dopo la morte di Morsi e i conflitti del mondo islamico

L'analisi di Massimiliano Fanni Canelles

Di Massimiliano Fanni Canelles
Pubblicato il 19 Giu. 2019 alle 18:11 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:47
Immagine di copertina
L'ex presidente egiziano Morsi, leader dei Fratelli musulmani. Credit: AFP

Situazione in Medio Oriente dopo morte Morsi | Morte Morsi conseguenze

Cinque le esplosioni che lo scorso maggio si sono verificate a Kirkuk, città nel nord dell’Iraq. Ed è in questo contesto così delicato, che lo Stato Islamico (Isis) ha deciso di mostrare che esiste ancora.

Molti jihadisti, infatti, sono rientrati e stanno rientrando dalla Siria. Sulla base di quanto affermato da fonti irachene e statunitensi, sarebbero 15mila i miliziani dell’Isis presenti in Iraq.

I combattenti dello Stato Islamico vogliono riorganizzare le loro attività a partire dalle nuove basi irachene, con il rischio di destabilizzare il precario equilibrio politico e istituzionale dell’Iraq, riportando nuovamente il paese nella polarizzazione etno-confessionale che vede schierati da una parte i sunniti e dall’altra parte gli sciiti.

La situazione geopolitica in Medio Oriente è determinata non solo da motivi politici ma anche, e soprattutto, da contrasti dottrinali.

Le due principali fazioni religiose dell’Islam sono sciismo e sunnismo, così determinanti da condizionare tuttora gli equilibri di quest’area. I sunniti, ormai quasi tutti salafiti, rappresentano l’80 per cento della popolazione islamica.

All’interno di questa corrente si presenta un’ulteriore divisione, da una parte chi considera la madre saudita come punto di riferimento religioso e dall’altra chi l’accusa di tradimento per aver stretto accordi con l’occidente.

Altra forza sunnita radicale, che compare nel 1928 in Egitto e ora bandita da questo stato, è quella dei Fratelli Musulmani, che ha come obiettivo principale quello di far convergere l’Islam nella vita politica e sociale.

I Fratelli Musulmani sono in contrasto con Arabia Saudita, Bahrain, Russia, Siria, Tagikistan, Uzbekistan e Emirati Arabi Uniti. Mentre godono della protezione di Turchia, Qatar e in parte della Tunisi e Palestina.

È di questi giorni la notizia che Mohamed Morsi, uno dei leader dei Fratelli Musulmani, il primo presidente Egiziano democraticamente eletto, è deceduto durante un’udienza in tribunale. Grazie all’ingerenza saudita era stato deposto e accusato di spionaggio. Era sotto processo per cospirazione con Hamas e Hezbollah e per cospirazione con il Qatar, tutti vicini alla Fratellanza Musulmana.

Anche la crisi Libica è da leggere in questo senso. Il conflitto fra fra Haftar e Serraj è da traslare fra Arabia Saudita e Qatar loro finanziatori. Fayez al-Serrj contrasta l’offensiva del generale Khalifa politicamente ed ideologicamente diretta contro i Fratelli Musulmani e coloro che, in un modo o nell’altro, ad essi sono riconducibili.

In questo contesto storico nel mondo Sunnita filo-saudita la preoccupazione più grande riguarda quindi i finanziamenti del Qatar a sostegno della Fratellanza Musulmana.

Sia il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, sia il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, sono riusciti a persuadere Egitto e Bahrein ad abbracciare la causa che li vede schierati contro il Qatar.

Alla base di questa nuova crisi tra Doha e Riad non c’è solo la questione religiosa e la lotta al terrorismo ma il tentativo da parte del Qatar di non allinearsi alla politica dei reali sauditi, motivo per cui mantiene relazioni anche con il grande nemico dell’area, l’Iran sciita. Doha e Teheran possiedono il South Pars/North Dome, il più ricco giacimento di gas naturale al mondo situato proprio nel Golfo.

Di conseguenza i due paesi non possono non cooperare, poiché entrambi traggono dal giacimento circa due terzi della loro produzione nazionale di gas. Inoltre, l’embargo adottato nei confronti del Qatar ha rafforzato ulteriormente i rapporti con Teheran, infatti l’Iran è diventato il principale fornitore di beni di Doha, garantendo una penetrazione senza precedenti del governo iraniano in territorio sunnita.

Inoltre, all’interno di questo contesto, il Qatar può contare anche sul sostegno della Turchia di Erdogan (leader dei Fratelli Musulmani), che grazie alla presenza delle sue truppe nella base militare qatariana rafforza la sua alleanza con Doha aspirando a un ruolo da protagonista nel Golfo.

Tuttavia, le principali protagoniste di questa complessa situazione rimangono l’Arabia Saudita e l’Iran, le quali hanno interessi che vanno al di là della questione religiosa. Entrambe, infatti, si contendo l’egemonia del Medio Oriente ed è per questo motivo che stanno stringendo alleanze politiche, accordi commerciali e militari con i rispettivi alleati.

L’America di Donald Trump ha deciso di schierarsi contro l’Iran sciita proponendo, a tal proposito, una coalizione anti-iraniana che vede tra i suoi principali sostenitori la dinastia dei Saud.

L’Arabia Saudita è sempre stata una delle principali alleate degli Stati Uniti e l’attuale presidente americano vede in Riad un partner fondamentale, non soltanto per quanto riguarda i giacimenti di petrolio ma anche per quanto riguarda gli armamenti. L’Arabia Saudita, infatti, è tra i primi clienti degli Stati Uniti in questo settore.

Ma se da una parte il presidente degli Stati Uniti si è schierato a favore solo dell’Arabia Saudita sunnita, dall’altra parte la Russia di Putin ha adottato una strategia meno definita. Mosca, infatti, è riuscita a stringere accordi con Riad su petrolio, armi e Siria, pur continuando a mantenere solide relazioni con l’Iran sciita.

Anche la Cina si muove con più prudenza. Tra i principali interessi di Pechino c’è quello di intensificare le relazioni e gli accordi con Riad, al fine di integrare il paese dei Saud nell’ambizioso progetto “One Belt One Road”. I porti sauditi nel Mar Rosso, a tal proposito, rappresenterebbero un trampolino di lancio fondamentale per lo sviluppo della Via della Seta marittima. Ma non vuole entrare in contrasto con l’Iran per poter sfruttare la via della seta terrestre.

È evidente comunque che tra i paesi arabi manca unità e al momento l’unica soluzione è il protrarsi di questa fase di crisi che sembra essere diventata la normalità. Fino a che punto sarà possibile mantenere questo apparente equilibrio? Gli interessi in gioco sono troppo grandi. Ed è importante a questo proposito ricordare che la guerra fredda tra gli stati sciiti e sunniti non si combatte e non si sta combattendo solo con alleanze o giochi di potere ma anche, e soprattutto, con l’indottrinamento al credo khomeinista o wahhabita.

Sono tanti i musulmani sparsi per il mondo che stanno aderendo e aderiranno a queste fazioni religiose radicali, perdendo spesso il senso critico e diventando pedine dei poteri assoluti che governano queste regioni. Gli equilibri del Medio Oriente sono dunque messi a dura prova da questioni religiose, politiche e forti interessi economici.

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