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La Siria al voto: una messa in scena per far vincere ancora Assad e nascondere i crimini del regime

Immagine di copertina
Damasco, due donne camminano davanti a un manifesto di Bashar al Assad, presidente siriano in carica dal 2000 e candidato alle elezioni del 26 maggio 2021. Credit: ANSA/EPA/YOUSSEF BADAWI

L’ombra lunga e massiccia di un monaco italiano si stende come un fascio di luce sullo spettacolo spettrale delle inanimi città siriane. È l’ombra di padre Paolo Dall’Oglio. Questa ombra, che non è precipitata nell’oblio dei siriani, riesce ancora a illuminare la realtà siriana per la forza evidente della sua storia: dopo 30 anni di vita nel Paese è stato espulso dal regime di Bashar al-Assad e poi sequestrato a Raqqa dai terroristi dell’Isis. È il destino di un siriano su quattro: anche loro sono stati espulsi da Assad e sequestrati dall’Isis. Il loro sequestro non è stato fisico, ma politico: credendo che l’Isis, invece che “il nemico perfetto” , favorito in ogni modo, fosse il suo vero nemico, si è trasformata la loro richiesta di libertà e democrazia nel suo opposto.

L’ombra di Dall’Oglio, gesuita italiano rimosso come i deportati siriani, è il fascio di luce migliore per cogliere il senso delle macerie siriane mentre chi è rimasto in patria è chiamato in queste ore a rinnovare con l’abituale 90% Assad alla presidenza della repubblica con la messa in scena elettorale di mercoledì 26 maggio.

A cosa serve questo ”voto”? A molto. Serve innanzitutto a rimuovere la storia, il decennio passato, riportare quella che anche ai posti di confine si chiama “la Siria di Assad” nella Lega araba che l’ha espulsa, rilegittimando agli occhi della comunità internazionale il suo “condottiero”. E serve a ottenere i fondi del mondo arabo e dell’Occidente per avviare il processo di ricostruzione del Paese, visto che il conflitto ha causato danni che, per il Syria Center for Policy Research, superavano i 530 miliardi di dollari già lo scorso anno.

Il risultato di questo sterminio urbano e rurale è che 13 milioni di siriani non vivono più nelle loro case e oltre 2 milioni di bambini non sono iscritti a scuola. Ma gli alleati di Assad, Russia e Iran, non dispongono dei capitali necessari: occorre dunque il sostegno degli altri.

Da parte araba, ovviamente, la disponibilità c’è: tutto dipende da quale atteggiamento assumerebbe Assad rispetto alle loro richieste politiche e commerciali, che ovviamente si intersecano con quelle iraniane. La Russia, invece, ha già ottenuto ciò che maggiormente le premeva: l’enorme base aerea, la concessione del porto mediterraneo di Tartus, che sta ampliando con banchine mobili, non fisse, oltre che dei giganteschi giacimenti di fosfati.

Resterebbe da chiarire il senso del destino di un numero imprecisato di morti, ufficialmente ma prudenzialmente stimato il 630mila, di 5 milioni di deportati all’estero, di decine di migliaia di internati o sequestrati dei quali nulla si sa nulla da anni, di 6 milioni di rifugiati interni, che sono stati costretti ad abbandonare le loro case per andare a vivere soprattutto al confine con la Turchia, in un territorio agricolo sprovvisto anche di tendopoli.

Ancora in queste ore di vigilia elettorale il loro numero cresce con le deportazioni proprio lì dal sud del Paese… E resterebbe da chiarire il destino dei gassati, vittime di attacchi chimici che in numerosi casi si è finalmente appurato compiuti dal regime.

Il 7 maggio scorso è stata infatti presentata una relazione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da Niruzi Nagamitsu, Alta Rappresentante dell’ONU per gli affari relativi al disarmo. Nella relazione vengono indicati elementi comprovanti un attacco chimico che ha avuto luogo nella località di Saraqib e viene denunciata la scoperta di ingenti quantitativi di gas rinvenuti nello stabilimento di Barzah.

Nagamitsu ha definito la situazione intollerabile, visto che in precedenza gli ispettori dell’ONU erano già giunti alla conclusione che anche tre attacchi chimici compiuti a Ltamenah erano stata opera del regime. Per questi motivi, caso che non precedenti in 24 anni di storia, la Siria ha perso il diritto di voto in seno all’OPCW, l’Organizzazione per Proibizione della Armi Chimiche.

La decisione è stata adottata, su proposta della Francia, con la necessaria maggioranza dei due terzi degli Stati membri, nonostante il voto contrario di Russia, Cina e Iran. Dopo la strage chimica della Ghouta nell’agosto del 2013, nella quale perirono più di 1.400 civili, molti dei quali bambini, la Siria si era impegnata al disarmo e alla distruzione dei propri arsenali chimici, sin lì mai riconosciuti, entrando nell’OPCW.

Nagamitsu ha peraltro affermato che l’agente chimico rinvenuto a Barzah non figura tra gli agenti di cui il regime ha riconosciuto il possesso nel 2013. Dunque, potrebbe trattarsi di un nuovo agente appositamente prodotto, non di scorte di magazzino non dichiarate.

Per i vescovi e patriarchi cattolici, però, i siriani dovrebbero recarsi alle urne questo 26 maggio, benché la risoluzione dell’ONU n. 2254 preveda che prima di votare si debba costituire un governo di transizione con l’accordo tra opposizione e regime e poi, riformata la costituzione, si svolgano libere elezioni sotto il controllo degli osservatori delle Nazioni Unite.

Forse ritengono sufficiente che, senza osservatori, se non quelli iraniani, si scelga tra Bashar al-Assad, in carica dal 2000 e prossimo così al suo quarto mandato, Abdullah Salloum Abdullah, designato dal Partito Socialista Unionista alleato del Baath di Assad e per il quale bisogna espellere tutti i terroristi e israeliani, americani e turchi (non ha fatto menzione di russi e iraniani) e Mahmoud Ahmad Marie, espulso dal partito nasseriano.

La credibilità di questo voto è già stata giudicata dai profughi siriani in Libano, che avevano il diritto di votare recandosi in ambasciata entro sabato scorso. Lo hanno fatto in 33mila, cioè il 2,2% degli aventi diritto, nonostante i mezzi di trasporto messi a disposizione dal governo libanese e da Hezbollah e una intensissima campagna di mobilitazione per il voto.

Diviene così interessante un’altra posizione, quella assunta da 18 ministri degli Esteri europei, tra i quali l’italiano Di Maio, che il 31 marzo scorso hanno chiesto con una lettera aperta apparsa su Avvenire che la Corte Penale Internazionale venga autorizzata a perseguire i crimini contro l’umanità perpetrati in Siria.

È molto interessante il motivo di questa richiesta: “È fondamentale che le violazioni, documentate in maniera così approfondita, finiscano immediatamente. Siamo anche determinati a far rispettare tutte le norme internazionali per proteggere i diritti di tutti i Siriani, come dimostrato dalla recente azione avviata dai Paesi Bassi per chiedere alla Siria di rendere conto delle violazioni della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura”, si legge nella lettera.

“I tribunali nazionali, alcuni dei quali hanno già avviato procedimenti giudiziari, svolgono un ruolo importante in questo senso. In molti dei nostri Paesi sono già stati avviati procedimenti giudiziari ed emesse sentenze definitive contro i colpevoli”.

“Già nel 2016 i tribunali svedesi hanno iniziato a perseguire i gravi crimini commessi in Siria. Il mese scorso, un tribunale di Coblenza, in Germania, ha emesso una prima storica sentenza contro un ex membro dei servizi segreti siriani per favoreggiamento di crimini contro l’umanità. Sono in corso procedimenti giudiziari anche in Francia, a Parigi è stata recentemente presentata una denuncia per gli attacchi chimici commessi dal regime siriano contro il suo popolo”.

L’Unione Europea, ricordano i ministri, “ha adottato sanzioni mirate contro individui ed entità vicine al regime che sono dietro alla repressione del popolo siriano. Respingiamo la narrazione del regime secondo cui queste sanzioni sono responsabili delle sofferenze del popolo siriano.  Sono la palese negligenza del regime e la cattiva gestione dell’economia ad aver causato l’attuale crisi economica che affligge i siriani”.

Oggi, prosegue la lettera, “siamo chiamati a dare soluzioni alla tragedia dei detenuti e degli oltre 100mila scomparsi. È fondamentale che le Nazioni Unite dedichino tutte le energie necessarie per ottenere risultati tangibili, prima di tutto dal regime siriano. Combattere l’impunità non è solo una questione di principio, è anche un imperativo morale e politico, una questione di sicurezza per la comunità internazionale. […] Infine, la lotta contro l’impunità è un prerequisito per la ricostruzione di una pace duratura in Siria”.

Anche la ricostruzione della Siria stessa, più che dalle urne, passa dall’accertamento della verità. Questo è il punto che chiarisce, anche otto anni dopo il suo sequestro, l’ombra lunga e massiccia di padre dall’Oglio nelle ore che precedono il “voto” siriano.

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