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Home » Esteri

Il cobalto utilizzato per i nostri cellulari estratto dai bambini del Congo

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Un'indagine condotta da Amnesty International e African Resources Watch documenta le pericolose condizioni di lavoro dei minatori, inclusi migliaia di bambini

I prodotti immessi sul mercato da marchi internazionali come Apple, Samsung, Sony, Microsoft e Volkswagen contengono cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) in miniere non autorizzate che sfruttano il lavoro minorile.

È quanto ha rivelato un’indagine condotta da Amnesty InternationalAfrican Resources Watch (Afrewatch)Il rapporto, pubblicato martedì 19 gennaio con il titolo ‘Questo è ciò per cui moriamo: l’abuso dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo alimenta il commercio internazionale di cobalto documenta le pericolose condizioni di lavoro dei minatori, inclusi migliaia di bambini.

Gli operai lavorano con strumenti rudimentali e senza la minima protezione: non dispongono di tute, guanti e mascherine per proteggere le vie respiratorie e la pelle. Nemmeno scarpe o elmetti. I minatori scavano profonde gallerie dove sono frequenti gli incidenti, e respirano polveri che danneggiano i polmoni in modo permanente. Tra settembre 2014 e dicembre 2015, almeno 80 persone sono rimasti uccise nei tunnel.

Alcuni bambini hanno riferito ad Amnesty International che la loro giornata lavorativa arriva a 12 ore per uno o due dollari al giorno. Paul, un orfano di 14 anni, ha raccontato di lavorare nelle miniere dall’età di 12 anni e che la sua salute ne ha risentito.


“Mia madre adottiva avrebbe voluto mandarmi a scuola, ma mio padre adottivo ha stabilito che dovevo lavorare”, ha detto Paul.

Il rapporto traccia anche il viaggio del cobalto dalle miniere congolesi ai nostri smartphone, computer portatili, elettrodomestici e automobili, denunciando la leggerezza con cui tanto le grandi multinazionali quanto i singoli consumatori scelgono di ignorare la provenienza dei componenti nei loro dispositivi.

La Rdc produce almeno la metà del cobalto sul mercato mondiale. La Congo Dongfong Mining (Cdm), facente capo al gigante minerario cinese Huayou Cobalt, è una delle principali società coinvolte nella trasformazione dei minerali nel paese. La Huayou Cobalt stessa acquista più del 40 percento del suo cobalto dalla Rdc.

La Cdm, compra il cobalto prodotto anche grazie allo sfruttamento del lavoro minorile e, una volta lavorato, lo rivende a tre società in Cina e Corea del Sud (la Ningbo Shanshan e la Tianjin Bamo in Cina, e la L&F Materials in Corea) che producono componenti per batterie. Queste tre compagnie, a loro volta, vendono i componenti alle grandi multinazionali.


Amnesty ha contattato 16 delle società incluse nelle liste di clienti dei produttori di componenti per batterie. Solo una di esse ha ammesso di avere con loro un rapporto di fornitura. Cinque hanno negato di servirsi di cobalto commercializzato dalla Huayou Cobalt nonostante figurino tra i clienti dei produttori di componenti per batterie incriminati. Nessuno, ha sottolineato Amnesty, è stato in grado di fornire abbastanza informazioni da verificare in modo indipendente la provenienza del cobalto utilizzato per i loro prodotti.

La denuncia di Amnesty e Afrewatch sollecita le grandi multinazionali a tenere fede alla politica della tolleranza zero verso il lavoro minorile che dichiarano di implementare. “Non è credibile che società che fatturano complessivamente 125 miliardi di dollari non siano in grado di verificare la provenienza dei minerali usati per i loro prodotti”, ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore per Amnesty International.


Amnesty e Afrewatch sollecitano le multinazionali alla due diligence per verificare la provenienza del proprio approvvigionamento minerario, e il governo della Rdc a verificare che i bambini vadano a scuola piuttosto che in miniera. Inoltre, invitano le multinazionali a non boicottare la produzione della Rdc ma a assumersi la responsabilità di essere parte della soluzione al problema delle miniere illegali e dello sfruttamento del lavoro minorile.

— LEGGI ANCHE: UN PEZZO DI CONGO IN TASCA Un attivista di origine congolese ha deciso di marciare a piedi per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo sfruttamento delle miniere di coltan 

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