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Home » Esteri

Il rapporto Ue che ha fatto infuriare la Turchia

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L'Europa critica severamente lo stato di diritto e i presunti abusi dei diritti fondamentali post-golpe in Turchia, ma Ankara dice di difende la propria democrazia

I rapporti tra la Turchia e l’Europa non sono certo idilliaci e nel corso dei due giorni passati è stato piuttosto evidente.

Ankara ha reagito con rabbia al rapporto diffuso il 9 novembre dalla Commissione europea sui progressi fatti nel processo di adesione all’Unione. Un rapporto tutt’altro che positivo e che non offre certo prospettive rosee per un eventuale prossimo matrimonio e che anzi, sembra allontanarlo.

Secondo il documento, in Turchia “ci sono stati dei passi indietro nel settore pubblico e nella gestione delle risorse umane, in particolare nel periodo successivo al tentativo di colpo di stato”, ma anche nell’area della libertà d’espressione e nel settore dell’indipendenza del potere giudiziario.

Il rapporto si riferisce al giro di vite che ha portato alla sospensione o rimozione di oltre 110mila impiegati pubblici, inclusi insegnanti, membri delle forze armate e dell’ordine e all’arresto di circa 30mila persone in relazione al tentato golpe.

Le purghe messe in atto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan hanno preoccupato gli alleati occidentali che temono una caccia all’uomo contro i dissidenti, ma l’Ue ha ancora bisogno della Turchia per quanto riguarda la gestione dell’immigrazione e la lotta al terrorismo.

Tuttavia nel documento si legge che alcune norme turche sullo stato di diritto e sui diritti fondamentali non sono in linea con gli standard dell’Unione, e preoccupa in particolare la possibilità che la Turchia possa reintrodurre la pena di morte.

Ma Ankara, appunto, non ha gradito la sgridata e ci tiene a sottolineare che l’attuale stato delle cose è la ragionevole risposta a un momento storico senza precedenti in cui il paese si trova a dover affrontare la minaccia del terrorismo e i postumi del tentativo di colpo di stato consumato nella notte tra il 15 e il 16 luglio.

“Il tentato golpe del 15 luglio è stato di per sé un attacco alla democrazia. Data la gravità della situazione una reazione pronta alla minaccia era legittima”, ha dichiarato Johannes Hahn, commissario europeo incaricato dei negoziati di allargamento del numero dei paesi membri dell’Unione. “Ma le proporzioni e la natura collettiva delle misure intraprese negli ultimi mesi danno adito a serie preoccupazioni. Come candidato all’adesione, la Turchia deve aderire agli standard più elevati in materia di stato di diritto e di diritti fondamentali”.

Ma secondo Omer Celik, ministro turco per gli Affari Ue, alcune sezioni del rapporto non sono obiettive e nemmeno costruttive. La Turchia, sottolinea Celik, ha dimostrato di essere una democrazia di prima classe, anzi, di aver riscritto la storia europea e mondiale della democrazia.

Perciò, aggiunge Celik, la lotta senza quartiere ai gulenisti deve essere interpretata come una lotta in difesa della democrazia.

A un giorno di distanza, ancora critiche dall’Europa: il segretario generale del Consiglio europeo Thorbjorn Jagland ha avvertito Ankara che si potrebbero moltiplicare i casi presentati presso la Corte europea dei diritti dell’Uomo (Echr) contro la Turchia in merito alle misure di emergenza adottate dopo il tentativo di colpo di stato.

Anche Jagland ha reiterato che la reintroduzione della pena di morte è incompatibile con l’adesione all’Ue e contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e ha espresso particolare preoccupazione per gli arresti di giornalisti e la chiusura di alcune testate ed emittenti.

Ironia della sorte, un giorno dopo l’incontro tra Jagland, Erdogan, alcuni dei suoi ministri e i membri della corte costituzionale, il presidente del comitato editoriale di Cumhuriyet, il principale quotidiano d’opposizione – già da tempo nel mirino delle autorità turche – è stato arrestato di rientro dalla Germania.

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