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Il primo discorso di Boris Johnson da premier: tanto entusiasmo e determinazione. Ma la sostanza?

Nelle parole con le quali si è presentato al paese, il nuovo premier ha mostrato carattere e decisione. Ma le alternative al piano di uscita latitano e i numeri in parlamento non cambiano

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 25 Lug. 2019 alle 12:53 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 19:45
Immagine di copertina

Il primo discorso di Boris Johnson da premier: tanto entusiasmo e determinazione. Ma la sostanza?

Il discorso di Boris Johnson fuori dal celebre portone nero al N°10 di Downing Street – il suo primo come premier del Regno Unito – come tutti i discorsi d’insediamento, è sicuramente degno di attenzione.

Dopo i continui tentativi di conclusione della faccenda Brexit, a tre anni di distanza è arrivato un vero Leaver, uno che nella Brexit ci crede veramente. Forse.

“But that’s Boris”: divisivo, sopra le righe, stravagante. Ecco chi è il nuovo premier britannico

In fin dei conti, quella di avere un vero anti-europeo potrebbe essere un’opportunità. Una carta finale da giocare per provare a fronteggiare le sabbie mobili in cui è finita Westminster da quando Theresa May, di ritorno da Bruxelles, portò a casa un’ accordo di divorzio con il Vecchio Continente. Accordo bocciato tre volte in Parlamento e dichiarato defunto dal nuovo premier nella sua corsa alla leadership nella quale ha trionfato.

Potremmo dire che, finalmente, qualcuno si presenta con uno stile energico e incoraggiante. Ma bisogna avere calma, analizzare i fatti, le carte che si hanno in mano, quelle che sono già uscite, quelle che stanno nel mazzo e quelle che stanno ancora nel tavolo.

Quello di Boris Johnson, se lo dovessimo guardare in controluce, è stato un discorso più concentrato sulla parte emotiva che sulla sostanza.

Uno dei pilastri principali della sua presentazione davanti al famoso leggio, è stato il sottolineare (a suo dire) che il Regno Unito è stato sottovalutato.

Per dimostrare un approccio forte e deciso, il nuovo premier ha annunciato una serie di iniziative domestiche, come rinforzare le fila della Polizia, della sanità e dell’istruzione.

Con questo passaggio ha voluto forzare la mano sul concetto che il suo non sarebbe un governo ossessionato esclusivamente dalla Brexit. Lo Stato presenta, naturalmente, anche altre sfere di gestione e Boris, su questo punto, ha sottolineato come la Brexit abbia monopolizzato l’agenda politica da tre anni sacrificando lo spazio che merita l’amministrazione domestica.

Questo, sino a prova contraria, è comunque un fatto davvero difficile da contraddire.

Tuttavia, piaccia o no, la Brexit rimane al centro di tutto, quindi un’attenzione particolare dovrebbe essere prestata a ciò che ha pronunciato nel presentarsi nella sua nuova veste, quella che il biondo londinese ha sempre sognato di indossare.

La dichiarazione principale è stata chiaramente che il Regno Unito lascerà l’Ue il 31 ottobre con un nuovo accordo o, in extrema ratio, senza accordo alcuno.

Oltre queste parole, però, il succo del discorso è stato davvero povero.

In stile “soldato giapponese”  che non si arrende come nella seconda guerra mondiale, l’ambizione è ancora quella di concludere un accordo con l’Unione europea, ma senza la spina sul fianco che tormenta Londra con regolarità: il backstop irlandese.

Per la visione “Johnsoniana”, se l’Ue non vuole rinegoziare – cosa che da Bruxelles ripetono continuamente – allora il Regno Unito dovrebbe dunque essere pronto per un abbandono netto senza accordo.

L’arma nelle mani di Londra, per uno che viene dal ministero degli Esteri e quindi è stato il capo dei diplomatici, è davvero poco “diplomatica”: non pagare gli oltre 39 miliardi di sterline (oltre 50 miliardi di Euro) all’Unione europea come conto d’uscita per gli impegni già presi quando il Regno Unito era ancora nel condominio europeo. Punto presente nell’accordo sottoscritto da Theresa May.

Inoltre Boris Johnson non ha accennato a un piano alternativo per l’accordo di recesso. Qualsiasi nuova partnership futura, da parte dell’Ue, sarebbe interamente subordinata al passaggio dell’accordo precedente bocciato tre volte dal parlamento di Londra.

In aggiunta, sebbene 39 miliardi di sterline rappresenterebbero una grande somma di denaro che rimarrebbe nei “forzieri” del governo, Johnson fa finta di non voler capire, chiaramente fingendo bene, dei costi per l’economia conseguenti al non onorare i pagamenti in ambito internazionale.

All’orizzonte la possibile bocciatura da parte delle agenzie di rating che vedrebbero il Regno Unito classificato come paese non del tutto affidabile. Inoltre, la credibilità internazionale e la poca fiducia nei tavoli politici e commerciali del mondo per un precedente che ne macchierebbe la reputazione davanti agli occhi di ogni controparte.

Sull’economia è già stato detto di tutto. Rallentamenti ai porti per i controlli, dazi doganali, Sterlina deprezzata e quindi inflazione a morsicare le tasche a partire dal carrello della spesa.

In breve, il nuovo Premier avrà a che fare con la dura realtà della situazione.

L’elezione di Johnson  alla carica di Primo Ministro non dovrebbe cambiare la geometria della esile maggioranza alla Camera dei Comuni, che conta sui dieci parlamentari del partito nordirlandese Dup come stampella che nel tempo è diventato un vero e proprio muro portante.

Come Theresa May è stata fortemente limitata nello spazio di manovra, così lo sarà anche Boris Johnson.

La sua scalata alla carica di Premier non aiuta sicuramente la profonda divisione nel dibattito pubblico e politico tra Leavers e Remainers.

La accentua, perché Boris Johnson è divisivo come pochi. O con lui o contro di lui. O bianco o nero, con lui non sono concesse sfumature.