Migranti, “Qui a Chios la gente è esasperata, qualcuno ci ha persino bruciato le scorte per i rifugiati”

Elena Depi De Piccoli è una volontaria di Stay Human che opera a Chios da agosto 2019. Con lei TPI ha ricostruito sia cosa è successo nel periodo antecedente all'apertura dei confini tra Turchia e Grecia, sia quali sono state le conseguenze della scelta del "sultano"

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 5 Mar. 2020 alle 13:52 Aggiornato il 6 Mar. 2020 alle 14:51
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Immagine di copertina

Migranti, la testimonianza da Chios, “Qui la gente è esasperata”

“Pensavano che stessimo bleffando, ma quando abbiamo aperto le porte sono cominciate ad arrivare le telefonate…”, le parole del presidente turco Recep Tayyip Erdogan riecheggiano a distanza di giorni e assumono sempre più i contorni di un terribile anatema lanciato non solo sulla Grecia e sull’Europa, ma anche su quell’immenso popolo di profughi in cerca di salvezza. Da quando il “sultano” ha aperto le frontiere la situazione al confine greco-turco si è fatta disastrosa. Ma non è il solo punto caldo di un territorio che è ormai in ginocchio. Anche nell’isola di Chios e di Lesbo le cose sono precipitate e l’arrivo di nuovi migranti ha sollevato un malcontento generale che covava ormai da mesi.

Credit: Elena Depi De Piccoli

Il picco si è avuto la notte del 3 marzo, quando, intorno alle 2 di notte qualcuno ha dato fuoco alla warehouse fondata da alcuni locali solidali ai rifugiati, e con cui collabora Stay Human, la Onlus che insieme ad altre associazioni opera a Chios per offrire assistenza e beni di prima necessità alle migliaia di profughi che affollano il campo di Vial. L’isola di Chios è una delle cinque isole greche, insieme a Lesbo, Samo, Lero e Coo, in cui è stato istituito nel 2015 il progetto hotspot della Commissione Europea. Sull’isola è pertanto presente il campo di Vial, un’ex compattatore di rifiuti allestito come centro di ricezione, registrazione e accoglienza per i migranti in arrivo dalla Turchia. Intorno al grande edificio in cemento che costituisce il cuore del campo, nonché centro di tutte le sue funzioni amministrative, si estende un’ampia area di prefabbricati con il logo UNHCR nei quali i richiedenti asilo trovano una sistemazione.

Credit: Elena Depi De Piccoli

Elena Depi De Piccoli è una volontaria di Stay Human che opera a Chios da agosto 2019. Con lei TPI ha ricostruito sia cosa è successo nel periodo antecedente all’apertura dei confini tra Turchia e Grecia, sia quali sono state le conseguenze. “Sono partita ad agosto insieme all’organizzazione italiana Stay Human e sono rimasta qui fino a oggi: collaboriamo anche con altre organizzazioni internazionali. Sono qui da 7 mesi e ho visto l’evolversi di tutta la situazione. Prima ancora ero stata a Chios ad aprile 2019 e la situazione per le Ong era abbastanza tranquilla, c’erano i controlli della polizia ma abbiamo potuto svolgere le nostre attività normalmente, anche nei pressi del campo di Vial. Ad aprile il campo contava 1.600 persone, già erano parecchie, il campo dovrebbe contenerne 1.100 al massimo. A luglio i numeri sono saliti a 2.500, adesso ci sono 6.000 persone. È del tutto fuori controllo”, racconta Elena.

“L’aumento esponenziale di persone ha fatto sorgere tutta una serie di problematiche che hanno portato alla nascita di una appendice del campo che noi chiamiamo la giungla. Si tratta di tende sorte nelle aree circostanti al campo di Vial e che occupano anche zone di proprietà privata dei locali, da qui lo scontento. Tutto questo è sfociato in una serie di minacce da parte di persone che hanno cominciato a tenere sotto controllo anche le nostre attività”. Come spiega Elena, anche i cittadini che fino a quel momento erano stati solidali con i profughi, oggi mostrano evidenti segni di insofferenza.

Credit: Elena Depi De Piccoli

“Negli ultimi giorni, l’apertura dei confini da parte della Turchia ha fatto precipitare la situazione. Questa notizia si è sovrapposta al progetto che ha il governo di sostituire il campo di Vial con un campo di detenzione in un’altra area. Queste due cose messe insieme hanno creato il panico. Pochi giorni prima dell’apertura dei confini da parte di Erdogan, infatti, c’erano state delle proteste per questo nuovo campo di detenzione, per la prima volta si sono trovati fascisti di estrema destra e i cittadini locali (che erano solidali con i migranti) dalla stessa parte contro le forze della polizia.

Credit: Elena Depi De Piccoli

“È stata una manifestazione violenta con massi che volavano da una parte e la polizia che sparava lacrimogeni dall’altra. Io ero lì e non si capiva chi stava da quale parte”, prosegue Elena. “C’è l’ipotesi che qualcuno di Alba Dorata (l’organizzazione di estrema destra greca ndr) sia venuto qui e a Lesbo da Atene per creare disordini. A Lesbo la situazione è più grave: stanno distruggendo tutto, anche le macchine a noleggio che si aggirano nei dintorni del campo, tanto che mi consigliano di stare attenta a prendere l’auto a noleggio”.

“Le persone che sono giunte con l’apertura dei confini da parte della Turchia, non sono state fatte arrivare al campo. I locali hanno chiuso tutti gli accessi. Tre giorni prima dell’apertura delle frontiere da parte della Turchia, sul campo sono stati affissi dei manifesti in cui si diceva che i profughi dovevano prepararsi e che sarebbero stati trasferiti ad Atene. Da quel momento in poi è stato il caos. In un’escalation di proteste, anche da parte dei cittadini, siamo arrivati alla notte del 3 marzo, quando qualcuno ha dato fuoco alla warehouse”, prosegue Elena.

Credit: Elena Depi De Piccoli

“Alcune ore di sonno non basteranno a cancellare l’ansia e la paura che stiamo vivendo in questi giorni a Chios e nelle isole greche. Davvero mi sembra inconcepibile che delle persone possano essere così marce dentro da vomitare così tanto odio, da voler far male, gravemente e con intenzione, a persone che vengono private di diritti fondamentali, di dignità, di vestiti, di documenti, di cibo, di assistenza medica, di un posto decente in cui dormire, di ogni cosa. Non so dove sia l’Europa (la domanda che viene posta più frequentemente), so che noi siamo qui e che ogni scambio di informazioni è un sobbalzo e il respiro che manca.
Anche oggi sono stati lanciati lacrimogeni sui rifugiati di Vial, qualcuno dice che hanno “gasato” (brividi) tutto il campo, forse per impedire alle persone – e forse per una volta per una buona causa – di uscire dal campo”.

Al momento è impossibile individuare i responsabili che hanno dato fuoco alla warehouse. Quel che è certo, ed è confermato anche in un articolo pubblicato da Avvenire a firma di Nello Scavo, è che le squadre paramilitari di estrema destra sono in azione e si muovono sia sul confine greco-turco, sia sulle isole di Chios e Lesbo.

“Dinos Theoharidis non è un poliziotto, ma il capo delle squadracce anti-migranti e si presenta così ‘Siamo dei patrioti, come Salvini lo è in Italia. Sulle prime può sembrare un chiacchierone tutto muscoli e frasi fatte. Ma da queste parti è lui il colonnello di Alba Dorata. Che non è solo la formazione politica di estrema destra. È anche il vessillo intorno al quale si riuniscono le ronde dei paramilitari in tuta nera.Non fanno nulla per nascondersi. ‘Se intercettiamo degli stranieri, li fermiamo e li consegniamo alla polizia’, spiega Dinos”.

Credit: Elena Depi De Piccoli

Ed Elena ribadisce: “Noi siamo convinti che dietro l’incendio ci sia una matrice di destra, ma non ne abbiamo le prove. La polizia finora ha accertato che non è stato un incidente. Non ci sono ancora certezze, sono state aperte delle indagini. La cosa più drammatica, al di là dell’attacco personale, è che sopra la warehouse ci sono degli appartamenti abitati. Chi ha fatto questa cosa non se n’è minimamente curato. Questo mi ha dato la misura di quanto questo gesto volesse essere violento. È stato vandalizzato anche il van di un’altra associazione che tratta con i minori e si sta cercando di proteggerla”.

La situazione si fatta grave e le organizzazioni che operano per i migranti ora cercano una strada comune per tutelarsi. Elena infatti ci spiega: “Ci sono stati degli incontri. Alcune associazioni hanno deciso di far partire i propri volontari e farli rientrare o a casa o ad Atene per un po’. Molte organizzazioni, quelle iscritte, sono andate dalla polizia oggi riferendo di sentirsi un target e sentirsi minacciate, la risposta ricevuta è che loro non possono fare nulla perché sono troppo occupati. Il consiglio è di vedere come si evolve la situazione se si libera il campo. Stiamo aspettando di capire quando sarà possibile accedere al campo e abbiamo sospeso le attività fino alla prossima settimana per non renderci visibili in attesa che si calmi la situazione. Abbiamo aperto una petizione insieme ad altre associazioni perché è una situazione che né Chios né il governo greco è in grado di gestire”.

Credit: Elena Depi De Piccoli

“Molte associazioni hanno deciso di far rientrare i volontari non residenti a Chios perché la situazione è stata valutata come pericolosa. Credetemi, non è bello ora essere qui. Non è bello essere impotenti e non avere accesso al campo, sapendo che il personale di Vial da due giorni non si presenta a lavoro e non fornisce servizi ai rifugiati. Non è bello sentirsi osservati e seguiti, fino a diventare paranoici, vedendo un’auto che passa due volte mentre sei parcheggiata sotto casa e ti sembra che rallenti per guardare te o l’area attorno la tua casa. Non è bello andare a letto pensando che forse domani potrebbero arrivarci altre notizie terribili, che qualcuno a cui vuoi bene potrebbe essere di nuovo colpito”, conclude Elena.

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Credit: Elena Depi De Piccoli

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