Anatomia di un non-accordo tra Stati Uniti e Iran: ecco cosa prevede
Il memorandum di Islamabad, siglato a distanza, ha sospeso le ostilità e riaperto lo Stretto di Hormuz. Ma a confronto con il trattato di Obama del 2015, emergono differenze sostanziali: meno vincoli tecnici sul nucleare, più pragmatismo geopolitico. Una firma nata dall'urgenza, non dalla fiducia. Se il Jcpoa era un patto multilaterale per la non-proliferazione, questo somiglia più a un armistizio. Il primo voleva prevenire crisi future, il secondo deve spegnere un incendio appiccato da Trump
C’è un documento di quattordici punti che, in queste ore, sta ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente. Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, siglato a metà giugno 2026 per porre fine alle ostilità dirette e riaprire lo Stretto di Hormuz, è stato presentato dall’amministrazione americana come un successo diplomatico decisivo. Eppure, a leggere bene tra le righe del testo diffuso ufficialmente, l’accordo appare molto diverso – e per certi versi più fragile – rispetto al Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) del 2015 – l’accordo internazionale firmato a Vienna tra l’Iran e le grandi potenze mondiali per impedire a Teheran di sviluppare armi nucleari, in cambio di una progressiva riduzione delle sanzioni economiche. Se il Jcpoa era un trattato multilaterale, minuzioso e focalizzato esclusivamente sulla non proliferazione nucleare, il nuovo memorandum assomiglia più a un armistizio geopolitico: un’intesa bilaterale, dettata dall’urgenza di fermare una guerra, in cui la questione atomica diventa paradossalmente un elemento secondario rispetto alla sicurezza marittima e alla tenuta economica.
I 14 punti
Il testo dell'”Islamabad Memorandum of Understanding”, che dà il via a 60 giorni di negoziati per un accordo finale vincolante tramite risoluzione dell’Onu, si muove su tre direttrici principali. La prima è la fine delle ostilità e la riapertura delle rotte commerciali. L’accordo sancisce la «terminazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano» e l’impegno a non interferire nei rispettivi affari interni. Gli Stati Uniti si impegnano a rimuovere il blocco navale entro 30 giorni e a ritirare le proprie forze dalla prossimità dell’Iran dopo la firma dell’accordo finale. In cambio, Teheran garantirà il passaggio sicuro e gratuito dei vascelli commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz per 60 giorni, avviando le operazioni di sminamento.
La seconda direttrice è quella economica, vitale per la sopravvivenza della Repubblica Islamica. Washington si impegna a rilasciare i fondi iraniani congelati e, soprattutto, a emettere deroghe immediate per l’esportazione di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e servizi bancari e assicurativi associati, in attesa della revoca totale delle sanzioni – comprese quelle secondarie e dell’Onu – che sarà calendarizzata nell’accordo finale. La terza direttrice riguarda il nucleare. L’Iran ribadisce l’impegno a non sviluppare armi atomiche. Le parti concordano di risolvere la questione del materiale arricchito accumulato tramite un meccanismo di «down-blending» (diluizione) in loco sotto la supervisione dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Nel frattempo, vige lo status quo: l’Iran congela il suo programma allo stato attuale e gli Usa non impongono nuove sanzioni.
Tecnica vs pragmatismo
Il confronto con il Jcpoa del 2015 rivela quanto sia cambiato il mondo in undici anni. L’accordo firmato dall’amministrazione Obama insieme a Europa, Russia e Cina era un grande esempio di diplomazia: imponeva limiti quantitativi e temporali rigidissimi. L’Iran accettò di ridurre del 98% le sue scorte di uranio a basso arricchimento, di limitare l’arricchimento al 3,67% per 15 anni e di smantellare due terzi delle sue centrifughe, sottoponendosi al regime di ispezioni più intrusivo della storia. I numeri del confronto, oggi, sono impietosi. Ugo Tramballi, Senior Advisor dell’ISPI e editorialista del Sole 24 Ore, li ha messi in fila con precisione: nel 2015 l’Iran aveva 300 chilogrammi di uranio arricchito al 3,67%; oggi ne ha 440 arricchiti al 60%, una soglia che si avvicina pericolosamente al 90% necessario per costruire un’arma. E mentre Obama aveva sbloccato 1,7 miliardi di dollari, Trump dovrà scongelare beni iraniani per 24 miliardi. «Prima di stabilire vincitori e vinti di questa trattativa di pace che non è ancora pace», scrive Tramballi, «è amaro ricordare che mesi di morte e distruzione potevano essere evitati se nel 2018 Donald Trump, sempre istigato da Netanyahu, non avesse cancellato un accordo già in vigore».
Il nuovo memorandum, del resto, non fissa soglie percentuali precise o limiti al numero di centrifughe, rimandando i dettagli tecnici a un futuro e incerto «accordo finale». Come fa notare Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies (Igs) di Roma, l’amministrazione americana sembra sottovalutare la complessità di questi negoziati tecnici. «Il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz», ha spiegato Pedde, sottolineando come le offerte attuali di Teheran siano molto inferiori rispetto a quelle portate al tavolo durante i colloqui di Ginevra, con il rischio concreto che Washington accetti un accordo peggiore del Jcpoa stesso. Inoltre, il Jcpoa nasceva in un clima di pur fragile fiducia multilaterale. Il nuovo accordo nasce invece dalla sfiducia assoluta e dalla necessità tattica. L’Iran, che nel frattempo ha arricchito uranio fino al 60% avvicinandosi alla soglia del breakout time – il tempo necessario per produrre materiale sufficiente per una bomba – si siede al tavolo negoziale con una postura molto più assertiva. Non ha subìto la neutralizzazione del proprio arsenale missilistico e di droni, e usa la leva del blocco di Hormuz e del fronte libanese per massimizzare le concessioni economiche americane.
Chi vince e chi perde
In questa partita a scacchi, entrambe le parti giocano contro il tempo. L’amministrazione Trump ha bisogno di un successo diplomatico spendibile politicamente in vista delle elezioni di metà mandato, per dimostrare di aver evitato un conflitto regionale devastante e di aver messo in sicurezza le rotte petrolifere globali. Teheran, d’altro canto, ha un disperato bisogno di ossigeno economico per evitare il collasso sociale interno, ma si muove con la consapevolezza che il ritiro unilaterale degli Usa dal Jcpoa nel 2018 ha dimostrato la reversibilità di qualsiasi promessa americana. Tramballi sintetizza la situazione con una formula che vale più di molte analisi: «Todos caballeros», avrebbe detto Carlo V di Spagna. Trump e il regime iraniano possono entrambi rivendicare la loro vittoria, e lo stanno già facendo. L’unico che non può dichiarare vittoria è Netanyahu, che era stato tra i principali sostenitori dell’intervento militare e ora rischia di diventare il responsabile del fallimento dell’accordo se dovesse ostacolarne l’attuazione. Il paradosso del 2026 è che l’accordo sul nucleare iraniano non riguarda più, o non riguarda solo, il nucleare. È diventato il sismografo di un Medio Oriente dove la deterrenza americana non basta più a dettare le regole, e dove la Repubblica Islamica ha imparato a usare l’escalation militare controllata come strumento di negoziazione. Il Jcpoa cercava di prevenire una crisi futura; il memorandum di Islamabad cerca di spegnere un incendio già divampato. E non è affatto detto che l’acqua gettata sul fuoco in queste ore basti a spegnerlo per sempre.