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La morte di Lorenzo in Siria ci insegna che dobbiamo schierarci

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“Sono morto lottando per la libertà”. Possiamo dire che sia questa la sintesi del messaggio postumo di Lorenzo Orsetti, il ragazzo italiano di 33 anni ucciso dai miliziani dell’Isis a Baghouz, in Siria.

Lorenzo non lo conoscevo molto, lo avevo intervistato il 4 marzo e parlato con lui un paio di volte nelle settimane seguenti per capire chi fosse, perché fosse andato fino in Siria a combattere per una rivoluzione che secondo molti non gli apparteneva.

Lui invece era convinto che la lotta per la libertà dei curdi fosse la sua lotta e di tutti coloro che sono disposti a fare qualcosa per creare un mondo migliore, che cercano di andare oltre l’egoismo e l’individualismo su cui tutti noi costruiamo le nostre vite, giorno dopo giorno.

Lo ha detto lui stesso nel suo messaggio postumo: “Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza”.

“Orso” aveva parlato diverse volte con la stampa nell’anno e mezzo in cui è stato in Siria e c’era chi per questo lo criticava. Ma di diventare famoso non ne voleva sapere. Gli interessava solo che si sapesse cosa succedeva davvero in Siria, in cosa consistesse la rivoluzione dei curdi del Rojava in cui credeva così tanto da essere pronto a sacrificare la sua stessa vita. Come alla fine è accaduto.

Lorenzo ha compiuto un gesto che in tanti non facciamo: si è schierato. Ha scelto da che parte stare. Non si è limitato a parlare, non ha solo espresso sui social la propria indignazione, né ha tenuto la testa bassa andando avanti con la propria vita, senza curarsi di ciò che gli accadeva intorno.

Quelli che ogni giorno camminano con lo sguardo basso siamo noi. Sono io.

In Siria Lorenzo mi ha detto di aver trovato la libertà. È stata la prima volta in cui ho sentito pronunciare quella parola con sentimento e non con la banalità con cui esce ogni giorno dalla nostra bocca. Perché in Italia, in Occidente, molto spesso la “libertà” è una parola vuota o peggio, carica di un significato totalmente errato.

Perché essere liberi non vuole dire poter scegliere tra 10 diversi detersivi per i nostri vestiti o avere accesso alla rete così da poter pubblicare le foto del nostro ultimo sabato sera in un bar. Vuol dire essere chi siamo, prendere posizione, difendere ciò in cui crediamo non solo per noi, ma anche per gli altri.

“Ora un po’ di speranza ce l’ho e me la tengo ben stretta”, mi ha detto nella nostra ultima conversazione.

“La speranza è che prima o poi ci si svegli dal torpore per unire le forze e cambiare davvero il mondo”.

Adesso un po’ di speranza ce l’ho anche io.

Grazie Lorenzo. I martiri non muoiono mai.

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