Si chiude a Roma il settimo round di colloqui diretti tra Israele e Libano mediati dagli Usa. Ma Tel Aviv non ferma i raid
Al centro dei negoziati la questione dei prigionieri libanesi, il passaggio del controllo territoriale dalle Idf alle forze armate locali e la definizione delle regole d'ingaggio militari. Intanto però continuano i bombardamenti israeliani nel sud del Paese dei Cedri, dopo la morte di due soldati dello Stato ebraico
Si è concluso oggi a Roma il settimo round dei negoziati diretti tra Libano e Israele mediati dagli Stati Uniti, in un clima complicato dalla precarietà della situazione sul campo, dove Tel Aviv continua a bombardare il sud del Paese dei Cedri dopo la morte di due suoi soldati. A darne notizia è stata l’emittente libanese al-Jadeed, confermando il termine di questo nuovo ciclo di incontri, dopo che la Capitale aveva già ospitato a metà luglio il precedente round di colloqui tecnici. La tre giorni, in base a quanto ricostruito dall’emittente saudita Asharq News, ha visto le parti confrontarsi su aspetti di natura legale, politica e militare, nel tentativo di porre basi concrete per una stabilizzazione della situazione sul terreno.
Un clima “positivo”
Sul versante giuridico, le trattative si sono focalizzate sulla delicata questione dei cittadini libanesi attualmente detenuti da Israele. Il clima che ha accompagnato le discussioni in merito è stato descritto dalle fonti citate dall’emittente saudita Asharq News come “positivo”. Un passaggio chiave del confronto ha riguardato la distinzione tra civili libanesi e miliziani di Hezbollah detenuti da Israele, che saranno sottoposti a trattamenti distinti. Innanzitutto però, stando all’emittente libanese Lbci, Beirut ha chiesto un elenco dei propri cittadini detenuti dallo Stato ebraico.
La dimensione politica dei colloqui ha affrontato, invece, in dettaglio la fattibilità delle cosiddette “zone pilota” individuate nel sud del Libano, da cui le truppe israeliane dovrebbero ritirarsi secondo i termini dell’accordo quadro trilaterale firmato a fine giugno a Washington tra i rappresentanti di Tel Aviv e Beirut. Visto che il piano in 14 punti mediato dagli Usa prevede un progressivo passaggio di consegne alle forze armate libanesi, i negoziati tenuti a Roma si sono concentrati sulla costituzione di un meccanismo di transizione per attuare il progetto.
Per quanto riguarda le questioni militari, infine, le parti hanno lavorato per definire una serie di regole operative condivise, indispensabili per evitare incomprensioni o incidenti lungo la linea di demarcazione stabilita nel quadro della tregua, che per ora sembra reggere, seppur a fatica.
Ma la violenza continua
Proprio mentre a Roma si discuteva, infatti, il quadrante meridionale del Libano era teatro di una nuova escalation. L’esercito israeliano ha reso noto, attraverso un messaggio diffuso sui social dalla sua portavoce in lingua araba, Ella Waweya, di aver condotto nelle ultime ventiquattr’ore una serie di attacchi mirati contro diverse infrastrutture riconducibili a Hezbollah. L’operazione segue un’esplosione verificatasi ieri nel villaggio di Majdal Zoun, nei pressi di Tiro, che ha provocato la morte di 2 soldati israeliani e il ferimento grave di altri 4 militari. I raid aerei e d’artiglieria hanno colpito, secondo l’Idf, “depositi di armi, un centro di comando e varie strutture riconducibili alla rete” dell’organizzazione armata libanese. Questa campagna di bombardamenti, secondo il ministero della Salute di Beirut, ha provocato almeno 8 feriti nella sola località di Borj el Chamali, nel distretto di Tiro.
Un’escalation che trova formale riscontro nei dati diramati dalla Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), che in un comunicato ufficiale ha evidenziato come nella sola giornata di ieri l’esercito israeliano abbia sparato ben 113 proiettili verso il territorio libanese, il numero più alto registrato dallo scorso 21 giugno. I Caschi blu continuano a documentare ogni giorno reiterate violazioni dello spazio aereo libanese e un’intensa attività militare sul terreno da parte di Israele, le cui autorità sostengono di aver individuato e fatto saltare in aria decine di infrastrutture sotterranee di Hezbollah nel sud del Libano. Insomma, la pace sembra tutt’altro che vicina.