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La mannaia di Jeff Bezos sul Washington Post: licenziati un terzo dei giornalisti

Immagine di copertina
Credit: Pierre Teyssot / AGF

La ristrutturazione coinvolge quasi 300 su 800 giornalisti del quotidiano statunitense

Il Washington Post, il quotidiano statunitense di proprietà del miliardario e patron di Amazon Jeff Bezos, ha iniziato a licenziare centinaia di giornalisti, pari a circa un terzo del totale. Il numero dei licenziamenti di massa, che hanno interessato tutta l’azienda editoriale, non è stato reso pubblico ma, secondo il concorrente New York Times, ha interessato quasi 300 degli 800 cronisti del Wp.
Si tratta, il direttore esecutivo del quotidiano Matt Murray, di una ristrutturazione volta a riformare un giornale “di un’altra epoca”. Le “sostanziali riduzioni del personale” mirano, ha aggiunto, a “garantirne” il futuro. Questo lavoro, ha riconosciuto Murray, è stato “difficile ma essenziale”.
Tra i licenziati figura anche un gran numero di corrispondenti esteri, tra cui Lizzie Johnson, reporter dal fronte in Ucraina. “Sono devastata”, ha scritto la giornalista sui social. “Sono appena stata licenziata dal Washington Post nel bel mezzo di una zona di guerra. Non ho parole”, ha aggiunto Johnson. “Stamattina ho ripreso in mano il mio taccuino, pieno di appunti di un recente viaggio di reportage, e sono stato travolto da un’altra ondata di dolore per tutte le storie che ora non verranno raccontate”. Ma gli esuberi hanno interessato anche le sezioni sport, libri, podcast, cronaca locale, fotografia e infografica.
“Non si può privare una redazione della sua sostanza senza conseguenze per la sua credibilità, influenza e futuro”, ha denunciato Post Guild, il sindacato del quotidiano statunitense. “Questo è uno dei giorni più bui nella storia del giornale”, ha denunciato sui social Martin Baron, ex caporedattore del Washington Post, condannando senza mezzi termini i “disgustosi tentativi” di Jeff Bezos di ingraziarsi Donald Trump e definendoli “un caso da manuale” di “autodistruzione quasi istantanea di un marchio”. Il piano di licenziamenti infatti si inserisce nel contesto dei crescenti legami del fondatore di Amazon con il presidente degli Stati Uniti, che da quando è tornato alla Casa bianca non ha mai smesso di attaccare i media tradizionali.
Il Washington Post, che ha rivelato scandali internazionali come il Watergate o i Pentagon Papers e ha collezionato 76 premi Pulitzer, è in crisi economica da anni ma dal 2013 è di proprietà di Jeff Bezos, che lo acquistò per 250 milioni di dollari, circa 188 milioni di euro, dalla famiglia Graham, storici editori del quotidiano dal 1933. Durante il primo mandato di Donald Trump il giornale ebbe un andamento relativamente positivo, anche grazie a una copertura mediatica critica della sua presidenza. Ma proprio dopo che il miliardario repubblicano lasciò la Casa bianca, i profitti cominciarono a diminuire. Soltanto nel 2024, secondo il Wall Street Journal, il quotidiano di Bezos avrebbe perso 100 milioni di dollari. “Stampare fake news non è un modello di business redditizio”, ha commentato sui social il direttore delle comunicazioni della Casa bianca, Steven Cheung.
In vista delle ultime presidenziali però, l’editore ha cambiato linea. Già nel 2024 aveva disposto una riorganizzazione della redazione con la nomina di un nuovo gruppo dirigenziale, che aveva provocato diverse proteste interne e le dimissioni di una serie di giornalisti in favore della concorrenza. Nell’autunno dello stesso annoi poi il Washington Post non pubblicò un editoriale a sostegno di Kamala Harris, nonostante avesse appoggiato i candidati democratici alle precedenti tornate del 2008, 2012, 2016 e 2020. Tre mesi dopo il patron di Amazon era in prima fila alla cerimonia di insediamento di Donald Trump a Washington, decisioni che avrebbero allontanato molti lettori. Il gruppo di Bezos vanta numerosi contratti con il governo federale statunitense, dall’archiviazione dati all’aero-spazio. Non solo: Amazon MGM Studios ha pagato 40 milioni di dollari per i diritti del nuovo documentario su Melania Trump e ne ha spesi altri 35 milioni per il marketing. La quota della First Lady, secondo il Wall Street Journal, è pari ad almeno il 70%, per un valore di circa 28 milioni di dollari.

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