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“Vi racconto la mia super-quarantena in Cina: 2 settimane chiuso in una stanza, senza poter sgarrare”

Di Paola Savina
Pubblicato il 12 Gen. 2021 alle 18:21
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Immagine di copertina
Credit: ANSA

Ad oggi tutti abbiamo sentito parlare, almeno una volta, delle rigide quarantene cinesi. Si narra che, giunti in Terra del Dragone per via aerea, si venga sequestrati da inquietanti task force mediche bardate da testa a piedi e portati in oscuri luoghi di segregazione, per essere sottoposti a 14 terribili giorni di reclusione, a condizioni disumane.

Ma, si sa, tutte le storie nate dai passaparola e romanzate dall’umana fantasia è bene prenderle con le pinze. Ed essere curiosi, approfondire. Così noi di TPI non ci siamo accontentati dei luoghi comuni. Abbiamo voluto andare più a fondo e farci raccontare quest’esperienza da chi l’ha vissuta in prima persona.

Il nostro intervistato è Emanuele Nespoli, direttore di un’azienda italiana a Suzhou, città di 10 milioni e mezzo di abitanti a circa 100 chilometri da Shaghai. Un testimone che conosce bene sia l’Italia, perché ci è nato e cresciuto, sia la Cina e le sue sfaccettature culturali, perché ci vive e lavora da anni.

Di recente, dopo un soggiorno in Italia, è rientrato in Cina, con un volo destinazione Tianjin. Dopo l’atterraggio, ci racconta che tutti i passeggeri del volo sono stati trasferiti, tramite bus dedicati, nell’area dell’aeroporto adibita all’accoglienza e controllo di soggetti a rischio, in quanto provenienti da paesi con elevati tassi di contagio da Covid-19.

“Qui, uno per volta, ci siamo dovuti registrare, poi ci hanno fatto il tampone. Pensavo di perderci mezza giornata, ma sono stati rapidissimi: in meno di due ore avevo già terminato i controlli ed ero già a bordo di uno degli autobus con destinazione hotel-quarantena”. Emanuele commenta così l’accoglienza all’atterraggio, soddisfatto della velocità e puntualità del team personale aeroportuale e dell’equipe medica di Tianjin.

Prosegue con tono ironico: “Siamo stati smistati in diverse strutture ricettive, trasformate in luoghi di quarantena per l’emergenza sanitaria. E qui andava un po’ a fortuna, come in tutte le cose. Diciamo che mi poteva andare meglio!”.

Nespoli ci descrive la prassi di check-in nel suo hotel. All’arrivo sono stati subito richiesti a tutti i contatti per essere aggiunti a vari gruppi su WeChat (versione cinese di WhatsApp). Ogni giorno i quarantenati erano tenuti a misurarsi la temperatura da soli e a comunicarla al personale infermieristico dedicato, tramite la chat. Non era inoltre possibile usufruire dei servizi dell’hotel, perché nell’edificio non c’era personale, ma soltanto la sicurezza e il team di monitoraggio medico.

La sua camera si trovava all’11esimo piano, ma affacciava sul cortile interno, vista muro di cemento: “Per vedere un piccolo ritaglio di cielo (sempre e comunque grigio) dovevo sdraiarmi per terra accanto alla finestra. Ma non mi lamento, la camera era assolutamente dignitosa, fornita di tv, internet, un set di asciugamani, carta igienica e scorte di acqua più che sufficienti per due settimane”.

Chiediamo al nostro testimone qualche dettaglio in più sulle indicazioni fornite agli ospiti. “Le regole del gioco erano poche e semplici: non si poteva mai uscire dalla propria camera e nessuno poteva entrarci. E meno male. Essere in quarantena significa stare isolati, non avere contatti con nessuno. Cosa che dovrebbero fare tutti, anche in quarantena fiduciaria a casa propria”.

Al secondo giorno di quarantena sono arrivati i risultati dei tamponi effettuati in aeroporto. L’esito di Emanuele, per fortuna, era negativo. Se fosse stato positivo, sarebbe stato trasferito in ospedale per le dovute cure.

I primi giorni, ci confessa, sono stati un po’ duri. Per fortuna la connessione wi-fi andava come una scheggia e Nespoli ha potuto usufruirne per passare il tempo e per tenersi in contatto costantemente con la sua famiglia.

Arriviamo al capitolo pasti. All’italiano viene da ridere quando si apre questa parentesi, ma il sorriso è bonario, come quello di un padre che racconta divertito la marachella del figlio: “La colazione, il pranzo e la cena, ogni giorno, ci venivano lasciati davanti alla porta della stanza. Rimarranno indimenticabili e non di certo per la loro prelibatezza! Dopo la prima settimana, però, ci sono venuti incontro: ci hanno concesso di ordinare d’asporto, solo cibo confezionato”.

A questo punto si deve riconfermare uno stereotipo: che gli italiani, in qualche modo, si arrangiano sempre. Emanuele, non potendo optare per un Big Mac del McDonald o altri delivery, di necessità ha fatto virtù: “Ho comprato la pasta Barilla, un sugo al pomodoro e ho usato il bollitore per cucinare. Ogni camera ne aveva uno sulla scrivania, mai stato così utile!”.

Lo stesso, con diverse varianti, hanno fatto nelle loro stanze gli altri ex passeggeri del volo – tutti italiani – e si sono resi partecipi a vicenda, tramite WeChat.

Ognuno ha cercato di allietare la permanenza ai compagni di reclusione sfoggiando le proprie doti e il proprio senso dell’umorismo sulle chat di gruppo, diventate così luoghi di ritrovo della community tricolore: “Ho avuto la fortuna di avere nel mio hotel una band di musicisti e ogni sera ci suonavano qualche pezzo. Insomma, non ci siamo mai annoiati, anzi ci siamo divertiti con intrattenimenti continui sulle chat”.

Giunti al 13esimo giorno, l’ultimo scoglio prima di fare i bagagli è stato il tampone finale: le infermiere sono passate stanza per stanza da tutti gli ospiti per il test pre-uscita. Il giorno successivo Nespoli è stato “liberato”, in seguito a conferma di esito negativo.

Per chi, come lui, si è dovuto recare in altre città, però, il monitoraggio non è finito, ma è proseguito nel rispetto delle regole, che si differenziano di provincia in provincia. A Suzhou, per esempio (dove abita Emanuele), per i soggetti che vi fanno ingresso e che sono stati in precedenza sottoposti a quarantena, anche se sani, sono previsti altri tre tamponi gratuiti: uno il primo giorno, uno il terzo e uno il settimo.

La corsa a ostacoli finisce più o meno qui, dove al traguardo – a condizione che tutti i tamponi siano negativi – si ottiene una sorta di patentino sanitario che attesta la salute del cittadino. Anche se questo non vale ovunque in Cina: nuovi spostamenti in una diversa area o regione potrebbero comportare ulteriori esami e verifiche mediche, sempre secondo le leggi specifiche del luogo.

Tirando le somme, nonostante la rigidità e severità innegabile delle procedure di controllo sanitario per il contenimento della pandemia, Emanuele apprezza l’impegno del suo paese di adozione. Ammira la fiscalità e precisione con cui la Cina si è prontamente attivata per impedire un tracollo sanitario ed economico, che sta indebolendo tragicamente gli altri continenti.

“C’è poco da essere critici, in questo caso, sull’accoglienza dei destinati a quarantena e sulla scarsa sensibilità nel rendere la permanenza più gradevole, la ricerca della qualità non è mai stato il pezzo forte della Cina, è una questione culturale. È come chi non finisce mai di accanirsi contro la disorganizzazione italiana: ogni paese convive con i propri difetti, ma ha anche dei pregi. Io sono grato al paese in cui vivo per la prontezza e serietà con cui si è mosso, allo scopo di proteggere noi cittadini dalla situazione di emergenza in cui viviamo”.

Nespoli ci saluta togliendosi solo un sassolino dalla scarpa. “Unica nota negativa: farci pagare di tasca nostra il soggiorno, e 40 euro a notte non si può definire proprio una cifra simbolica, forse era evitabile”.

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