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Israele: l’opposizione anti-Netanyahu punta unita su Eisenkot. Ma senza le liste arabe la maggioranza resta lontana

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L'ex comandante delle forze armate di Israele e leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, dopo le elezioni del 27 ottobre 2026, a Tel Aviv. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Quattro partiti concordano una strategia comune in vista del giuramento alla Knesset, ma la strada per formare un governo alternativo resta incerta

I leader dei quattro principali partiti dell’opposizione ebraica in Israele si sono accordati oggi per avviare immediati negoziati di coalizione e sostituire il governo del premier Benjamin Netanyahu in vista del giuramento della nuova Knesset previsto la prossima settimana, con l’obiettivo di sbloccare l’impasse e prevenire nuove elezioni. Resta però incerto l’appoggio delle forze arabe della Lista unita e del partito Ra’am, senza cui l’asse anti-Netanyahu non ha la maggioranza.
Nel corso di un vertice tenuto oggi a Herzliya, l’ex comandante delle forze armate di Israele e leader del movimento Yashar, Gadi Eisenkot, l’ex premier e presidente di B’Yachad, Naftali Bennett, il leader dei Democratici, Yair Golan, e il capo di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, hanno formalizzato la candidatura di Eisenkot alla guida del prossimo esecutivo, chiedendo al presidente dello Stato ebraico, Isaac Herzog, di affidargli il primo mandato esplorativo.“I leader dei partiti sono uniti e agiranno immediatamente per sostituire il governo del 7 ottobre con un governo di emergenza nazionale e mettere al lavoro la chiara maggioranza parlamentare nella Knesset”, si legge nella nota congiunta divulgata al termine dell’incontro. La rotta tracciata dai vertici politici punta a blindare la transizione istituzionale, sebbene permangano i nodi politici e aritmetici legati al perimetro della futura alleanza di governo.

I nodi del programma e della maggioranza
La piattaforma politico-programmatica su cui si regge l’accordo tra le forze d’opposizione poggia su quattro punti enunciati dal leader di Yashar, Gadi Eisenkot, e condivisi dai suoi alleati. All’interno del documento programmatico rientrano il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico, la piena adesione ai valori fondanti della Dichiarazione d’Indipendenza, l’introduzione del servizio militare obbligatorio per tutti e, infine, il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, con il conseguente obbligo di smantellarne le capacità militari e porre fine al suo controllo della Striscia di Gaza.
Accanto a questo impianto ideale, i gruppi di lavoro nominati dalle forze politiche hanno iniziato a redigere i dettagli dei futuri accordi di coalizione e le linee guida programmatiche per il prossimo governo, coordinando al contempo la strategia da adottare in Parlamento per trovare la maggioranza.
Dal punto di vista strettamente aritmetico, la strada per la formazione del nuovo esecutivo in Israele presenta non pochi ostacoli. Dopo le elezioni del 27 ottobre, infatti, la coalizione può contare soltanto su 48 seggi, a fronte dei 53 del blocco guidato dal premier Netanyahu, che finora è riuscito a salvare la propria carriera politica dalla tempesta degli attentati, delle guerre e delle accuse di corruzione e crimini contro l’umanità. Una maggioranza numerica stabile potrebbe essere raggiunta unicamente con il sostegno dei due partiti arabi della Lista Unita e di Ra’am, che hanno conquistato rispettivamente 11 e 8 seggi.
Su questo fronte si registrano sensibili divergenze all’interno dello stesso blocco anti-Netanyahu. Il presidente dei Democratici, Yair Golan, ha incontrato questa mattina i leader della Lista Unita, Yousef Jabareen e Ahmad Tibi, per discutere il possibile coordinamento tra le rispettive forze parlamentari e le questioni chiave che interessano la popolazione araba, ribadendo di considerare possibile un coinvolgimento delle liste arabe in una futura compagine di governo.
Al contrario, quasi tutti gli altri alleati hanno escluso categoricamente l’ipotesi di sedere allo stesso tavolo con i partiti arabi. Sulla stessa linea intransigente si è collocato il leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, che sui social ha ribadito la propria contrarietà a un esecutivo di minoranza che dipenda dai voti della Lista Unita di Jabareen e Tibi e del partito Ra’am di Mansour Abbas, pur professandosi convinto di dover “impedire un’altra elezione”. “Nell’attuale situazione politica, c’è abbastanza margine di manovra e, con una navigazione adeguata, si può stabilire rapidamente un governo funzionante e stabile senza Ra’am e la Lista Unita”, ha scritto sui social l’ex ministro, senza fornire però ulteriori dettagli su come intenda centrare questo difficile obiettivo. Durante una conferenza stampa, infatti, lo stesso Liberman ha escluso alleanze con i partiti arabi, con le formazioni ultraortodosse e con lo stesso premier Netanyahu, pur senza ribadire la netta chiusura registrata in precedenza nei confronti di un’eventuale partecipazione dei partiti Haredim.

La voce delle famiglie delle vittime del 7 ottobre
Fuori dalla sala in cui si è tenuto il vertice a Herzliya, la tensione emotiva e politica del Paese si è tradotta nell’accorato appello di alcuni dei familiari delle vittime e degli ostaggi dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. I parenti degli uccisi e dei rapiti hanno chiesto ai leader dell’opposizione di voltare pagina e di non legittimare in alcun modo i responsabili politici che si trovavano al timone durante il massacro di Hamas e della Jihad islamica.
“Avete un mandato per creare un governo del cambiamento”, ha detto Merav Swirsky, i cui genitori Orit e Rafi furono assassinati nella loro casa nel kibbutz Be’eri e il cui fratello Itay è stato rapito e ucciso in prigionia. “Vi chiediamo di fare ogni sforzo per formare un governo del cambiamento, senza membri del precedente esecutivo”, ha aggiunto la donna. “Qualsiasi cooperazione con il governo responsabile del massacro del 7 ottobre legittimerebbe l’abbandono che abbiamo subito”.
Parole che pesano nel dibattito politico e che spingono l’opposizione a serrare i ranghi. Sulla stessa lunghezza d’onda si è infatti espresso l’ex primo ministro e leader di B’Yachad, Naftali Bennett, che ha ribadito il sostegno del suo partito agli sforzi di Eisenkot, esortando tutti i colleghi a fare lo stesso. “L’intero partito B’Yachad mobiliterà tutti i suoi sforzi per aiutare Gadi Eisenkot a formare un governo il prima possibile”, ha scritto Bennett sui social. “Non abbiamo tempo da perdere. Dobbiamo agire con grande urgenza”.

La presidenza della Knesset
La palla passerà ora al presidente di Israele, Herzog, che da domani all’11 novembre, avrà tempo per decidere a chi affidare il primo incarico per formare un nuovo governo, se al premier Netanyahu, leader del partito Likud, il più votato alle ultime elezioni, e dell’attuale coalizione di governo, o ad Eisenkot. Chiunque otterrà il mandato avrà 28 giorni, prorogabili di altri 14 da Herzog, per trovare la maggioranza necessaria a sostenere un esecutivo.
Ma il dibattito politico in Israele non si concentra solo sulla guida del prossimo governo ma anche sulle altre cariche istituzionali, a partire dalla presidenza del Parlamento, che potrebbero dividere le opposizioni. Durante il vertice di Herzliya, i leader dei partiti anti-Netanyahu non hanno ancora sciolto la riserva sul nome da contrapporre all’attuale presidente della Knesset, l’esponente del Likud Amir Ohana. Tra le opzioni sul tavolo, secondo le indiscrezioni dell’emittente locale Channel 12, vi sarebbe l’ipotesi di convergere sulla candidatura del numero due di B’Yachad e vice di Bennett, Yair Lapid, ma la decisione definitiva è stata rinviata alla prossima settimana.
“Ci troviamo di fronte a un tentativo grave e pericoloso di minare i risultati elettorali. “Dobbiamo formare un governo”, ha ribadito lo stesso Lapid, arrivando alla riunione di oggi e rimarcando la gravità del momento. “Dobbiamo rimuovere Netanyahu dall’ufficio del Primo Ministro”. Un richiamo alla responsabilità condivisa delle opposizioni che fa eco anche alle mosse dei vertici di partito, che si preparano a incontrare il capo dello Stato Herzog, mentre la politica israeliana si muove sul filo del rasoio tra ambizioni politiche e insormontabili barriere aritmetiche.

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