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Home » Esteri

Elezioni di midterm, sanzioni a Teheran, nuovi raid a Hormuz e il rimbalzo del petrolio: i negoziati tra Usa e Iran sono ancora in stallo

Immagine di copertina
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel South Lawn della Casa bianca a Washington D.C.. Credit: Joyce N. Boghosian / B66 / Avalon / AGF

Con le quotazioni del greggio di nuovo in salita dopo gli attacchi del Pentagono sull'isola di Qeshm e la reazione dei Pasdaran e con i mediatori del Qatar volati nella Repubblica islamica insieme agli emissari scelti da Pechino, la diplomazia prova a farsi strada in un clima politico ed economico sempre più incandescente, sullo sfondo del voto per il Congresso. Ma le parti restano lontane

Le trattative tra Stati Uniti e Iran continuano a poche ore dal voto per le elezioni di metà mandato, anche se, dopo i raid di ieri del Pentagono e la reazione dei Pasdaran nello Stretto di Hormuz, i negoziati risultano ancora in stallo, malgrado l’impegno dei mediatori del Qatar e l’intervento diplomatico della Cina. Così i prezzi del greggio hanno ripreso a salire oggi sui mercati internazionali, invertendo parzialmente la rotta dopo il calo di ieri, mentre sulle questioni cruciali come l’abrogazione delle sanzioni e del blocco navale contro Teheran e la riapertura dello Stretto di Hormuz le parti restano ancora lontane.
Eppure, negli ultimi otto giorni, la delegazione diplomatica inviata dal Qatar è riuscita a stilare una bozza di intesa tra Stati Uniti e Iran, arricchita in queste ore dalle iniziative parallele promosse dalla Cina insieme all’Oman e ad altri Stati del Golfo. Sul campo, però, l’atmosfera resta incandescente. Dopo mesi di tregua di fatto, ieri le forze armate statunitensi hanno infatti condotto una serie di limitati raid sull’isola iraniana di Qeshm, provocando la reazione delle Guardie della Rivoluzione islamica, che hanno abbattuto un drone americano nello Stretto di Hormuz. Intanto il blocco navale e la morsa decisa dalla Casa bianca a colpi di nuove sanzioni contro la Repubblica islamica continuano a pesare sull’economia iraniana e ad alimentare un rialzo dei prezzi energetici, non certo un punto a favore dell’amministrazione repubblicana a poche ore dall’apertura dei seggi per le elezioni di metà mandato al Congresso, in cui i democratici sembrano in vantaggio.

Le trattative e le condizioni di Teheran
I tentativi di trovare un’intesa proseguono a ritmo serrato ma incontrano ostacoli apparentemente insormontabili. Ieri sera, come riferito dall’agenzia di stampa britannica Reuters, la squadra di mediatori del Qatar è tornata a Teheran per incontrare il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e sottoporgli l’ultima versione di una bozza di accordo su cui le parti stanno lavorando ormai da otto giorni. L’indiscrezione è stata confermata ufficialmente in conferenza stampa dal portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baghaei, secondo cui lo scambio di messaggi tra la Repubblica islamica e la Casa bianca non si è mai interrotto. La recente missione del vice ministro Kazem Gharibabadi nella capitale qatarina Doha, ha aggiunto il funzionario, aveva proprio l’obiettivo di agevolare i colloqui. Baghaei ha poi voluto sottolineare la buona fede del proprio governo, ricordando come l’Iran abbia compresso da sette a due giorni i tempi della propria proposta. Tuttavia, ha puntualizzato, “la palla si trova ora nel campo americano” e “nessuna intesa finale potrà essere raggiunta, né lo Stretto di Hormuz potrà essere riaperto, prima della cessazione del blocco navale e del pieno adempimento delle richieste” di Teheran, a partire “dall’annullamento di tutte le sanzioni” legate all’operazione statunitense Economic Outcast, annunciate ad agosto da Washington.
Da parte sua, il presidente del Parlamento nonché capo negoziatore dell’Iran, Mohammad Bagher Ghalibaf, è stato chiarissimo oggi nel ribadire che Teheran ha fornito una “risposta ferma”. “Abbiamo dato agli americani una risposta ferma, e ora la palla è nel loro campo”, ha detto Ghalibaf. “Se Washington commetterà un altro errore strategico, si troverà di fronte a un nuovo campo di battaglia e sarà ancora più disperata nel cercare una via d’uscita”. Una fonte diplomatica iraniana di alto livello ha d’altronde confidato a Reuters che le parti restano molto distanti poiché la Repubblica islamica rifiuta le “pretese eccessive” arrivate da Washington, avvertendo che a fronte di nuovi blitz statunitense nel Golfo o altrove la reazione di Teheran sarà “durissima”.
Intanto, sul fronte internazionale, si muove qualcosa. I ministeri degli Esteri di Cina e Oman hanno infatti pubblicato ieri una nota congiunta in 20 punti per garantire la sicurezza delle rotte nello Stretto di Hormuz e rilanciare il dialogo, mentre Pechino si appresta a inviare il proprio emissario Zhai Jun in Arabia Saudita, Oman e Iran. La Repubblica popolare e il Sultanato chiedono “la ripresa della navigazione normale e sicura” nello Stretto di Hormuz ed esortano Stati Uniti e Iran “a perseguire opzioni pacifiche, a tornare all’accordo raggiunto a giugno” per “porre fine al conflitto e a riavviare il dialogo”. “La regione del Golfo Persico non deve diventare un’arena di rivalità tra grandi potenze e di conflitti geopolitici. La pace e la stabilità nella regione richiedono la promozione e la protezione congiunta da parte di tutte le parti”, ha dichiarato ieri il presidente cinese Xi Jinping ricevendo a Pechino il sultano dell’Oman, Haitham bin Tariq Al Said.

Il mercato e i raid a Qeshm
Ma la contrapposizione politica continua a riflettersi sui mercati energetici globali con violente oscillazioni. Dopo il netto calo di ieri, quando il Brent era sceso a 104,50 dollari al barile e il WTI a 96,11 dollari, oggi i listini hanno ripreso a salire. L’indice di riferimento del Mare del Nord ha infatti segnato un rimbalzo del 1,75% arrivando a 106,60 dollari al barile, mentre quello texano ha guadagnato l’1,7% salendo a 98,10 dollari. A spingere di nuovo in alto i prezzi sono state le notizie sull’ennesima fiammata militare nel Golfo Persico.
Ieri sera era stato il Wall Street Journal a rivelare che gli Stati Uniti avevano colpito l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, confermando le notizie diramate poco prima dall’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, che aveva segnalato cinque forti esplosioni in loco. Fonti statunitensi citate dal quotidiano statunitense hanno confermato che Washington sta portando avanti da settimane una serie di “attacchi limitati”, condotti deliberatamente senza troppi proclami per evitare un’escalation. La ricostruzione fornita dall’emittente Cnn descrive l’azione su Qeshm come una “misura di protezione” adottata dopo che le forze iraniane avevano sparato contro un velivolo americano. Al contempo, i Pasdaran iraniani hanno reso noto di aver abbattuto un drone statunitense MQ-9 a est dello Stretto, impiegando un “sistema di difesa aerea avanzato”. Insomma, la situazione sul campo resta incandescente.

Strategia Usa e voto Midterm
Intanto però a Washington il dibattito su come proseguire il confronto con Teheran si incrocia con la campagna elettorale. Il caro carburante e l’aumento dell’inflazione dovuti alla guerra contro l’Iran rappresentano una spina nel fianco per la presidenza Trump alla vigilia del voto di metà mandato, specie dopo che la scorsa settimana due membri del board della Federal Reserve hanno anticipato la necessità di ulteriori rialzi dei tassi per raffreddare i prezzi. Durante un comizio di un’ora tenuto ieri davanti al Lincoln Memorial Reflecting Pool a Washington, Trump ha rivendicato l’efficacia delle sue scelte sostenendo che la flessione dei prezzi del greggio fosse la prova di un avvicinarsi della vittoria su Teheran e dell’intenzione della Repubblica islamica di chiudere un accordo, una tesi ribadita anche via social su Truth. Rispondendo poi al giornalista della Nbc, Garrett Haake, al termine del suo discorso, Trump ha escluso di pianificare nuovi raid dopo le elezioni, mentre alle telecamere di Fox News ha minimizzato l’eventualità di un’azione contro il complesso sotterraneo iraniano della cosiddetta Montagna del Piccone (Kuh-e Kolang Gaz La), nella provincia meridionale di Isfahan, affermando che richiederebbe non più di un’ora e ribadendo la possibilità di un accordo con Teheran.
Poco dopo, dalla base aerea di Andrews, il suo vicepresidente JD Vance ha confermato di vedere “buone probabilità” per uno sbocco negoziale con l’Iran, una linea difesa anche dal segretario di Stato Marco Rubio che ha ribadito la preferenza del presidente per la via diplomatica. Tuttavia, un’indiscrezione pubblicata dal portale statunitense Axios rivela profonde spaccature nello staff della Casa bianca. Se il vicepresidente Vance e il consigliere presidenziale Steve Witkoff puntano al dialogo con l’Iran, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, sostenuto dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, spinge per una ripresa dei raid su larga scala, mentre altri il segretario al Tesoro Scott Bessent, il direttore della Cia, John Ratcliffe, e il segretario di Stato Marco Rubio preferiscono mantenere le sanzioni per spingere Teheran a fare concessioni o provocare disordini interni. Inoltre, secondo il Wall Street Journal, i governi arabi del Golfo temono devastanti ritorsioni sulle proprie infrastrutture, soprattutto energetiche, da parte di Teheran e hanno fatto sapere all’Iran di essere pronti a rispondere sia singolarmente sia collettivamente in caso di attacchi.

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