Elezioni in Israele, l’ambasciatore Peled vota a Roma: “Sarei molto sorpreso da una vittoria schiacciante di uno dei due schieramenti”
"È un giorno speciale per noi. Ci aspettiamo un'alta affluenza. Ma siamo una società ancora profondamente polarizzata, alle prese con il processo di guarigione dopo il trauma del 7 ottobre”. Nella sede diplomatica romana, l'ambasciatore israeliano ha votato insieme ai funzionari in servizio all’estero, i primi a esprimersi nelle elezioni del 27 ottobre. All'orizzonte si profila una possibile grande coalizione di unità nazionale. Ma per vedere un nuovo esecutivo bisognerà aspettare almeno gennaio
L’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, ha votato oggi a Roma, partecipando alle operazioni elettorali riservate al personale diplomatico all’estero in vista delle elezioni del prossimo 27 ottobre, le prime dagli attentati del 7 ottobre 2023. “È un giorno speciale per noi”, ha spiegato Peled in un incontro con la stampa, illustrando i dettagli di una procedura che coinvolge circa 4.950 aventi diritto con passaporto diplomatico in 130 missioni nel mondo, tra funzionari e rispettivi coniugi.
Chi vota, come e quando
A differenza di Paesi come l’Italia, Israele non consente il voto ai cittadini residenti all’estero, una scelta storica basata sul principio che debba essere chi vive nel Paese a deciderne il futuro. Le schede votate oggi, sigillate in una doppia busta, verranno spedite tramite corriere in Israele e custodite in cassaforte per essere scrutinate insieme ai voti espresso a livello nazionale il 27 ottobre. Una procedura analoga di voto in doppia busta è prevista per i militari impegnati al fronte, comprese le truppe operative nelle zone occupate a Gaza, in Libano e in Siria, che voteranno però il giorno delle elezioni nelle proprie basi. Sul fronte della sicurezza e dell’integrità del voto, Israele manterrà un sistema di spoglio esclusivamente manuale e cartaceo negli oltre 12mila seggi previsti in tutto il Paese, di cui circa la metà attrezzati per persone con disabilità. “Nel 2026 si potrebbe pensare a un voto elettronico, ma il sistema manuale viene mantenuto proprio per minimizzare il rischio di attacchi informatici e interferenze esterne”, ha precisato il diplomatico.
Le consultazioni, le prime dal 1988 in cui la Knesset giunge alla naturale scadenza della legislatura senza essere sciolta in anticipo, coinvolgeranno più di 7,3 milioni di cittadini, chiamati a eleggere il parlamento monocamerale da 120 seggi. “Ci aspettiamo un’alta affluenza”, ha sottolineato l’ambasciatore, definendo il voto un momento cruciale per Israele. “Siamo una società ancora profondamente polarizzata, alle prese con il processo di guarigione dopo il trauma del 7 ottobre”.

Chi e cosa c’è in ballo
Il panorama politico si articola attorno alla contrapposizione tra il capo del governo uscente Benjamin Netanyahu, il più longevo primo ministro della storia di Israele appoggiato dai partiti Likud, Shas, Ebraismo della Torah Unito, Partito Sionista Religioso, Potere ebraico e da altre forze di destra; e un fronte di opposizione che schiera figure come Yair Lapid, leader di Yesh Atid, l’ex premier Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e l’ex capo di Stato Maggiore dell’Idf, Gadi Eisenkot.
Ma se, come ha confermato l’ambasciatore Peled, sui temi di difesa e sicurezza contro le minacce rappresentate da Hamas, Hezbollah e dall’Iran vi è un sostanziale consenso bipartisan, il dibattito elettorale si concentra sulla leadership di Netanyahu, sulla cooperazione con l’Autorità nazionale palestinese (Anp), sulle conseguenze di tre anni di conflitto e su altre questioni interne come la leva militare per gli ultraortodossi. “Queste elezioni”, ha ammesso l’ambasciatore, “riguardano il futuro delle politiche interne dello Stato di Israele, più che le sue politiche di difesa”.
Il risultato però è tutt’altro che certo. La media dei sondaggi pubblicata oggi dal giornale israeliano Maariv sulla base delle rilevazioni del quotidiano Walla e dei canali televisivi Channel 13, Kan e Channel 12, parla di una gara all’ultimo voto, con un divario di appena un seggio e mezzo. “I sondaggi oggi sono pericolosi”, ha notato l’ambasciatore. “Shimon Peres, con cui ho lavorato, una volta disse che sono come il profumo: hanno un buon odore, ma non hanno sapore. Non ci farei affidamento”. Anche il diplomatico, però, si aspetta una gara serrata. “Sarei molto sorpreso da una vittoria schiacciante di uno dei due schieramenti”, ha aggiunto Peled. “Crescono le voci, anche dalla presidenza, che auspicano una grande coalizione di unità nazionale per evitare governi con margini troppo ristretti”, ha continuato l’ambasciatore, ricordando che con un sistema puramente proporzionale su collegio unico nazionale, una soglia di sbarramento al 3,25% e 38 partiti in lizza, il peso delle formazioni minori può rivelarsi decisivo per raggiungere la maggioranza di 61 seggi necessaria a governare. “In Israele c’è un forte desiderio di cambiamento tra la popolazione”, ha proseguito. “La domanda è quanto profondo sarà”. Molti giovani che votano per la prima volta, ha osservato Peled, non hanno conosciuto governi diversi da questo.
I tempi per la nascita del nuovo esecutivo comunque si preannunciano complessi. Concluso lo spoglio, il presidente Isaac Herzog conferirà il mandato di formare un governo al leader in grado di raccogliere una maggioranza alla Knesset entro 90 giorni. Considerato che le trattative di coalizione richiedono solitamente tra i 30 e i 45 giorni, l’ambasciatore stima che l’insediamento del nuovo governo non avverrà prima di gennaio. Fino ad allora, l’esecutivo uscente di Benjamin Netanyahu rimarrà in carica per il solo disbrigo degli affari correnti, senza la possibilità, ad esempio, di approvare un nuovo bilancio.