Elezioni in trincea: Israele valuta di allestire seggi elettorali per i soldati nei territori occupati a Gaza, in Libano e in Siria
Le truppe potrebbero così votare anche dal fronte, in un Paese in cui non è previsto né il voto per corrispondenza né quello per i residenti all’estero. Intanto i rappresentanti del governo presso la Commissione elettorale centrale si preoccupano di non allestire i seggi nelle case di riposo per timore delle tendenze progressiste dei più anziani
La macchina del voto di Israele si adegua alla guerra, spingendosi dove non osava da decenni: in vista della chiamata alle urne fissata per il 27 ottobre prossimo, è stata presentata una proposta di misure straordinarie per definire le modalità di suffragio per i soldati delle forze armate (Idf) schierati nelle zone occupate della Striscia di Gaza, del Libano e della Siria. Un’indiscrezione trapelata dalla radio militare Galatz e non confermata dallo Stato Maggiore dell’esercito.
La Commissione elettorale centrale israeliana, presieduta dal giudice Noam Solberg, dovrà infatti valutare i nuovi regolamenti insieme al direttore generale dell’ente, l’avvocato Din Livne, e ai rappresentanti dei vari partiti. Oltre alle modalità di voto, l’iniziativa stabilirebbe anche le procedure di identificazione dei militari e un protocollo d’emergenza da attivare in caso di attacchi durante le elezioni su tutto il territorio nazionale.
Regole di “ingaggio”
L’esercito israeliano allestirebbe, così, dei seggi elettorali ben oltre i confini dello Stato ebraico, in un Paese in cui non è previsto né il voto per corrispondenza né quello per i residenti all’estero. I soldati dislocati nel Libano meridionale, nella Striscia di Gaza e in Siria, oltre le alture del Golan, conquistate nel 1967 e annesse unilateralmente nel 1981, potrebbero quindi votare direttamente dal fronte.
Stabiliti i seggi, il problema principale riguarderebbe l’identificazione. Poiché le truppe israeliane schierate in territorio nemico non possono portare con sé documenti civili, questa avverrebbe tramite le piastrine militari, con la garanzia di un commilitone chiamato a confermare l’identità dell’elettore. Il tutto verrebbe poi messo a verbale, con meccanismi di supervisione aggiuntivi sulle doppie buste in fase di spoglio.
Ma la proposta prevede anche gli scenari di crisi. Se gli allarmi dovessero risuonare il giorno del voto, le operazioni verrebbero temporaneamente sospese. Un ispettore, munito di telecamera, monitorerebbe l’area, mentre le schede rimaste fuori dalle urne verrebbero sigillate in un’apposita busta. Sarebbe poi compito esclusivo del segretario del seggio o di un dipendente della Commissione, esclusi quindi tutti i rappresentanti di lista dei partiti politici, trasferire le urne nei rifugi. L’obiettivo è favorire il voto anticipato sfruttando edifici pubblici protetti vicini alle linee del fronte, ma laddove le sezioni non godessero di un’adeguata blindatura, scatterebbe il protocollo di sicurezza più rigido.
A gestire lo sforzo logistico sul campo, secondo Radio Galatz, sarebbe lo Stato Maggiore. A questo scopo, il comandante Eyal Zamir avrebbe convocato un’apposita riunione, ordinando il controllo di lettere, promemoria dei comandi e discorsi per scongiurare “dichiarazioni inappropriate” durante un periodo tanto sensibile. Il capo di Stato Maggiore dell’esercito, secondo le indiscrezioni, avrebbe inoltre ribadito il divieto assoluto di promuovere attività politiche in divisa o di sfruttare l’esercito per motivi di propaganda.
Tuttavia, l’atto stesso di votare oltre confine lancia un segnale inequivocabile. Attualmente, Tel Aviv occupa più di 60 villaggi nel sud del Paese dei Cedri e oltre il 60% del territorio costiero palestinese, nonché la zona cuscinetto demilitarizzata nel sud della Siria, da cui non ha più ritirato le proprie forze dopo la fuga del dittatore Bashar al-Assad da Damasco, avvenuta nel dicembre del 2024. L’allestimento di seggi in queste aree confermerebbe quanto i vertici del governo israeliano ripetono da tempo, ossia che, al momento, non vi è alcuna intenzione di ritirarsi a breve da quelle che definiscono “zone cuscinetto” di sicurezza, un’indicazione evidente della volontà di mantenere un’occupazione militare, un fatto da sfruttare anche a fini elettorali.
Stallo diplomatico e scontri interni
Questa prospettiva di radicamento territoriale stride con i tentativi di pacificazione. Continuano, infatti, proprio oggi a Roma i negoziati diretti tra Beirut e Tel Aviv, con la mediazione degli Stati Uniti. Sul tavolo ci sono le sorti delle “zone pilota” avviate a luglio, figlie dell’accordo quadro raggiunto a fine giugno, che prevedeva il ritiro israeliano dal Paese dei Cedri in cambio del graduale disarmo delle milizie libanesi, in primis Hezbollah. Un compromesso complesso, le cui fondamenta però già traballano. Nonostante i tavoli diplomatici, i cannoni sono tornati a farsi sentire: la morte di due soldati israeliani in un villaggio vicino a Tiro ha innescato, fin dalla giornata di ieri, una ripresa dei bombardamenti nel sud del Libano, provocando finora almeno 8 feriti tra i civili libanesi. Al contempo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato, in accordo con il Board of Peace presieduto a vita da Donald Trump, che le Idf non si ritireranno, nemmeno parzialmente, dalle posizioni occupate all’interno della Striscia di Gaza fino al “completo” disarmo di Hamas, in violazione degli accordi di tregua firmati a ottobre. Tutte mosse che hanno un peso tanto sul quadro internazionale quanto sulla campagna elettorale.
Un appuntamento tanto cruciale si avvicina, infatti, in un clima a dir poco avvelenato. A lanciare l’allarme, il mese scorso, era stato il presidente israeliano Isaac Herzog che aveva implorato i cittadini di non oltrepassare le “linee rosse” e di frenare il “risveglio della violenza”. Un appello che riflette un’angoscia ormai radicata nella società. Ben il 70% dei cittadini israeliani, secondo l’ultimo sondaggio Israeli Voice Index condotto a luglio dall’Israeli Democracy Institute, teme per l’integrità del voto del 27 ottobre. Un timore trasversale che unisce il 72% degli intervistati ebrei e il 58,5% degli arabi. Guardando alle fazioni politiche interne alla fascia di popolazione ebraica, questa preoccupazione colpisce il 90% degli elettori che dichiarano di sinistra, il 76% dei centristi e il 66% di chi si colloca a destra. Di conseguenza, anche la fiducia nel futuro democratico di Israele è ai minimi, con solo il 40% degli intervistati che si dichiara ottimista, un dato che arriva al 43% tra gli interpellati ebrei e crolla al 24,5% tra gli arabi.
Ma proprio la Commissione elettorale guidata dal giudice Noam Solberg, incaricata di garantire la regolarità del voto, è finita sotto il fuoco incrociato della politica. Gli ultimi attacchi sferrati dal Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu, e da altri movimenti della coalizione di governo potrebbero infatti preludere a una clamorosa contestazione dei risultati elettorali. La maggioranza, ad esempio, si è opposta all’apertura dei seggi nelle case di riposo, i cui anziani residenti tendono ad avere posizioni più progressiste rispetto alla media nazionale. Ma le postazioni di voto per i soldati nei territori occupati non rappresenterebbero un problema.