Israele rinvia il ritiro delle sue truppe dalla Striscia Gaza
Il premier Benjamin Netanyahu conferma quanto già annunciato dal Board of Peace: le Idf lasceranno il territorio costiero palestinese solo dopo il disarmo "completo" di Hamas. Il piano Trump prevedeva, invece, il ritiro almeno oltre la "Linea Gialla" stabilita da Tel Aviv, che si estende per il 53% della Striscia. Ma le truppe israeliane controllano più del 60% di Gaza
Israele non ritirerà le proprie truppe dalle posizioni attualmente occupate nella Striscia di Gaza, finché Hamas non avrà deposto completamente le armi. L’annuncio è arrivato ieri direttamente dal premier Benjamin Netanyahu, che ha rotto un silenzio durato alcuni giorni sulla questione, intervenendo per la prima volta di persona e confermando quanto già annunciato dal Board of Peace, l’organismo voluto e guidato a vita da Donald Trump.
Tel Aviv, ha ribadito il capo del governo israeliano un video pubblicato ieri su Facebook, non arretrerà “dalle linee attuali” stabilite dall’Idf a Gaza finché il disarmo del gruppo terroristico palestinese non sarà “completo”. Una posizione che sembra scontrarsi apertamente con il piano sostenuto dagli Stati Uniti, che prevedeva invece un primo ripiegamento delle forze israeliane all’interno della Striscia.
Un piano non condiviso
Netanyahu non ha usato mezzi termini. Israele non ha mai accettato la bozza sul disarmo di Hamas elaborata dal Board of Peace e accettata dal gruppo terroristico soltanto la settimana scorsa. “Il presidente Trump, o il suo team, pensa che si possa convincere Hamas a disarmarsi e a smilitarizzare Gaza”, ha spiegato nel filmato il premier israeliano. “Stiamo valutando la questione. Ci hanno mandato una bozza. Non l’abbiamo accettata. Non era la nostra bozza. Abbiamo risposto con le nostre osservazioni”. Un dettaglio non da poco, perché quel documento non era affatto pensato per essere rinegoziato da Israele ma nasceva da trattative separate condotte tra Hamas, il Board of Peace e i Paesi mediatori, Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti.
Ma cosa prevedeva davvero quell’accordo? La proposta, in realtà, altro non è che un’estensione del piano in 20 punti presentato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per porre fine alla guerra a Gaza, già accettato da Israele lo scorso autunno. Il progetto imponeva a Israele di arretrare fino alla cosiddetta “Linea Gialla”, quella stessa frontiera di demarcazione dietro cui le Idf si erano ritirate lo scorso ottobre, nell’ambito dell’intesa per il cessate il fuoco e il rilascio degli ultimi ostaggi ancora in mano a Hamas.
Da allora, però, il controllo israeliano sulla Striscia è cresciuto sensibilmente, passando dal 53% ad almeno il 60% del territorio costiero palestinese, mentre a fine maggio lo stesso Netanyahu aveva ordinato alle proprie truppe di occuparne il 70%. Il Board of Peace aveva comunque chiarito che Israele non sarebbe stato tenuto a ritirarsi oltre quella linea originaria finché Hamas non avesse quantomeno avviato la consegna delle armi. Il premier israeliano, però, è andato oltre. Con la campagna elettorale per le votazioni di ottobre ormai entrata nel vivo, ha fatto capire che le truppe dell’Idf non si sposteranno affatto, non un passo indietro, finché il disarmo non sarà totale.
Un’intesa a rischio
Agli occhi di Washington, a Tel Aviv si chiede soltanto di continuare a rispettare quanto già sottoscritto. Proprio per questo motivo, di fronte alle resistenze israeliane, a inizio settimana i massimi vertici del Board of Peace si erano recati a Gerusalemme per incontrare lo stesso Netanyahu e provare a convincerlo. Un tentativo che, a quanto pare, non ha prodotto i risultati sperati. Subito dopo l’incontro, l’organismo presieduto da Trump ha fatto sapere che Israele non è tenuto a ritirarsi fino al “completo” disarmo di Hamas, con una nota che lascia intendere una revisione delle condizioni più favorevole a Tel Aviv.
Qui si apre il vero nodo della vicenda. Assecondare le richieste israeliane di modificare la proposta sul disarmo, già accettata da Hamas, significa correre il rischio concreto che il gruppo palestinese cambi idea, dopo mesi di trattative per ottenerne il consenso. Il piano, oltre al ritiro dell’Idf sulla “Linea Gialla”, prevede che Israele sospenda immediatamente ogni operazione militare a Gaza non appena l’intesa entrerà in vigore. Anche su questo punto Tel Aviv ha fatto pressioni per ottenere altre modifiche, pur avendo accettato di inasprire le regole d’ingaggio nella Striscia, che ora richiederebbero l’approvazione del capo di Stato maggiore dell’esercito prima di autorizzare qualsiasi attacco. Nel video pubblicato ieri Netanyahu non ha smentito questo cambiamento.“Stiamo dando istruzioni ai soldati delle Idf di fare tutto il necessario per difendersi, per difendere il nostro territorio e per difendere le persone”, ha però precisato.
Ancora sangue nella Striscia
Sul terreno, però, la situazione resta drammatica. Nonostante il cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre scorso, gli attacchi israeliani a Gaza continuano quasi quotidianamente. Nelle ultime 24 ore altre, secondo i dati diffusi dal ministero della Salute della Striscia, due persone sono state uccise e dieci sono rimaste ferite. Dall’inizio della tregua si contano 1.252 morti e 4.120 feriti, cifre che portano il bilancio complessivo del conflitto, dagli attentati di Hamas e della Jihad Islamica del 7 ottobre 2023, a 73.377 vittime e 174.230 feriti.
Ma anche sul piano diplomatico la tensione resta altissima. Qatar, Egitto e Turchia, i tre Paesi mediatori della tregua, hanno condannato con una nota congiunta quelle che definiscono “continue violazioni israeliane” nella Striscia, citando in particolare il bombardamento di strutture sanitarie e la perdita di vite civili, comprese donne e bambini. Episodi che, secondo Il Cairo, Doha e Ankara, configurano “una flagrante violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario”.