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Home » Esteri

Al via i negoziati in Oman ma tra Iran e Usa è gelo: la Repubblica islamica chiede “rispetto”. Washington: “Americani, lasciate Teheran”

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A sinistra, il ministro degli Esteri dell'Iran Abbas Araghchi. A destra, l'inviato Usa Steve Witkoff. Credit: AGF

I negoziati diretti tra i rappresentanti degli Stati Uniti e della Repubblica islamica dell’Iran cominciano oggi a Muscat, capitale dell’Oman. Ma qualcosa non quadra nell’aria tra Washington e Teheran. Mentre gli inviati della Casa bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner, si preparano a incontrare il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi per discutere del dossier nucleare, dal dipartimento di Stato Usa arriva l’invito ai propri cittadini di lasciare subito Teheran, che da parte sua chiede “rispetto reciproco”. Insomma, il dialogo è aperto ma meglio frenare l’ottimismo perché ogni opzione, compreso un intervento militare statunitense, resta sul tavolo.

Il pragmatismo di Teheran
Il ministro degli Esteri dell’Iran Abbas Araghchi è il primo a non farsi illusioni. Prima ancora di arrivare a Muscat ha messo le cose in chiaro, con il classico pragmatismo che contraddistingue la strategia politica seguita dalla Repubblica islamica.
“Ci sediamo a questo tavolo con gli occhi ben aperti”, ha scritto Araghchi sui social, ricordando tra le righe i troppi accordi saltati e le tensioni dell’ultimo anno. Il messaggio a Washington è diretto: l’Iran tratta, ma non rinuncia ai propri diritti. “Rispetto reciproco” e “interessi comuni”, ha ribadito il ministro degli Esteri iraniano, non possono essere usati come slogan elettorali ma le fondamenta solide di un impegno duraturo.
Prima di incontrare gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner, ha voluto tastare il polso agli alleati regionali vedendo il ministro degli Esteri omanita, Badr Al Busaidi, con cui, secondo l’agenzia di stampa iraniana Mehr, ha “discusso delle più importanti questioni bilaterali, regionali e internazionali”.
I colloqui tra i rappresentanti degli Stati Uniti e della Repubblica islamica dell’Iran avverranno a porte chiuse, senza intermediari ma Egitto, Qatar, Turchia e Oman svolgono comunque un importante ruolo di mediazione. Muscat aveva già favorito il dialogo tra Washington e Teheran per i negoziati sul nucleare nella primavera del 2025, che furono interrotti a giugno dalla guerra con Israele, chiusa con un raid Usa sui depositi iraniani di materiale atomico.

La massima pressione di Trump
Ma a rendere il clima ancora più incandescente ci ha pensato Donald Trump. Per il presidente Usa non ci sono dubbi sul perché Teheran sia tornata a sedersi al tavolo delle trattative: il regime, ha detto, “ha paura”. Teheran, secondo il magnate newyorkese, si sarebbe infatti ammorbidita solo per il timore di un attacco imminente da parte degli Stati Uniti. Forse, anche per le proteste scoppiate il 28 dicembre scorso, che hanno coinvolto quasi tutto il Paese e provocato almeno tremila vittime, a causa della brutale repressione della Repubblica islamica.
Karoline Leavitt, portavoce della Casa bianca, ha rincarato la dose ricordando che la diplomazia è solo una delle tante frecce nell’arco di Trump. La posizione americana resta chiara: azzerare totalmente le capacità nucleari di Teheran. Senza sconti. I colloqui di Muscat servono solo a capire se esiste ancora un margine di trattativa in merito o se la via per un accordo è solo un vicolo cieco.
Il dipartimento di Stato Usa ha chiesto ai cittadini americani di lasciare al più presto la Repubblica islamica, meglio via terra verso Turchia o Armenia. Un appello che getta un’ombra pesante sui colloqui odierni. Il capo del dipartimento, il segretario di Stato Usa Marco Rubio, vorrebbe ampliare i negoziati anche al programma balistico dell’Iran ma non a Muscat.
Il perimetro della discussione è strettissimo: nella capitale dell’Oman si parlerà solo di nucleare ma non di missili balistici, né tantomeno di sicurezza regionale. Una scelta dettata dalla necessità di non far saltare tutto, ma anche dalla pressione dei mediatori internazionali.
Le potenze regionali, Arabia Saudita, Qatar e Turchia in primis, temono infatti un’escalation, e potrebbero aver spinto Washington a dare un’ultima possibilità alla diplomazia.

Minacce militari
Anche Teheran però mostra i muscoli. Il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia è stato chiaro: la Repubblica islamica è pronta a difendersi con ogni mezzo. E per essere ancora più esplicito ha ricordato che le basi americane nella regione sono tutte a portata dei missili iraniani. Un avvertimento che suona come una doccia fredda su ogni speranza di distensione. “Il nostro messaggio è chiaro e lo abbiamo ripetuto più volte: siamo pienamente pronti a difendere l’Iran con determinazione e serietà”, ha detto ieri Akraminia.
D’altra parte Teheran ha schierato anche il nuovissimo missile balistico a medio raggio Khorramshahr-4, affidato ai Guardiani della Rivoluzione, con una gittata pari a duemila chilometri e un carico utile di oltre una tonnellata di esplosivo. Segnali difficili da interpretare come distensivi.

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