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“Il silenzio dall’Iran è assordante. Espellete gli ambasciatori”: l’appello di due esuli a TPI

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Proteste della diaspora iraniana negli Usa a Portland, in Oregon. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Paran e Kianoosh sono due imprenditori che vivono da sette anni a Parigi. “Non ce ne siamo andati: siamo stati cacciati da un sistema che non può coesistere con il suo stesso popolo”, raccontano a TPI. “Il regime ha spento Internet per nascondere il massacro. Noi non sappiamo se i nostri cari sono ancora vivi ma voi non stringete la mano a chi ordina di sparare sulla folla”

L’Iran «è un incubo vivente» e non solo per i manifestanti che da oltre due settimane scendono in piazza ma anche per chi vive al sicuro all’estero. «Immaginate di controllare il telefono ogni istante e non per leggere le ultime notifiche ma solo per fissare i vecchi messaggi con la famiglia e gli amici, aspettando solo che passino da “inviati” a “consegnati”». Paran Tanzifi e Kianoosh Kani sono due imprenditori che sette anni fa si sono trasferiti a Parigi, dopo essere stati entrambi ammessi alla Station F, il più grande incubatore per startup del mondo. Co-fondatori della piattaforma intelligente Phoebe, sono venuti in Europa per cogliere l’opportunità di realizzare il proprio sogno ma non hanno mai dimenticato l’Iran. «Come imprenditori del settore tecnologico, vorremmo restare in contatto con il mondo ma è impossibile sotto l’attuale regime, che ha isolato il Paese», ci spiega Paran. «Oggi viviamo liberi in Francia ma il nostro cuore e la nostra intera realtà sono ancora profondamente legati all’Iran». «Quanto sta accadendo influenza direttamente le nostre vite perché coinvolge le nostre famiglie», aggiunge Kianoosh.

“Un silenzio assordante”
Arrivate ormai al 18esimo giorno, le proteste scoppiate il 28 dicembre scorso nella Repubblica islamica, prima contro il collasso economico e poi sempre più a favore di un cambio di regime a Teheran, sono state represse nel sangue dalle autorità iraniane, che da quasi una settimana hanno bloccato tutte le comunicazioni con l’estero. «Negli ultimi sette giorni, ho aperto le mie app di messaggistica, WhatsApp, Telegram, Signal, decine di volte all’ora», ricorda Paran. «Continuo a guardare gli ultimi messaggi che ho inviato alla mia famiglia e ai miei amici una settimana fa, aspettando solo che passino da “inviati” a “consegnati”. Sono disperata e aspetto solo il ritorno del segnale Internet, che siano connessi, che siano vivi. Il silenzio è assordante».
Secondo l’organizzazione di monitoraggio digitale con sede a Londra Netblocks, il blackout va avanti da oltre 132 ore malgrado il tentativo di aggirare il blocco attraverso servizi satellitari come Starlink. «Hanno interrotto tutte le telecomunicazioni, non solo Internet, ma anche i telefoni cellulari e fissi», ci rivela Paran. «Il regime ha cercato di bloccare e interrompere la connessione Starlink e in gran parte c’è riuscito». «Ci sono milioni di noi nella diaspora iraniana, in Francia, in Italia, in tutto il mondo, che vivono in questo stato di paralisi e ansia», racconta Kianoosh. «Non sappiamo se i nostri cari siano al sicuro o se siano morti».
Le immagini che spesso vediamo circolare sui social invece, ci confermano i due giovani imprenditori digitali, provengono spesso da persone in viaggio verso l’estero, «come la Turchia o Dubai», che una volta lasciato lo spazio aereo iraniano «condividono foto e video della protesta e del massacro che si sta consumando» in Iran. Un’altra flebile possibilità di comunicazione invece proviene dalle linee fisse. In qualche caso, ci spiegano, è ancora possibile chiamare all’estero dall’Iran. «Ma sono telefonate di pessima qualità e la linea cade dopo uno o due minuti: basta appena per sapere se i nostri cari sono ancora vivi», sottolinea Paran. «Non è possibile chiamare da tutte le città del Paese e, a dire il vero, non sappiamo se funzionerà ancora o no e per quanto tempo», aggiunge Kianoosh. L’obiettivo delle autorità della Repubblica islamica però è ben chiaro ai due giovani iraniani e non solo: «Il regime ha tagliato le linee appositamente per creare terrore». «Con questo blackout, il regime sta nascondendo un massacro», afferma Paran. «Hanno spento Internet e i telefoni per poter usare le armi senza testimoni. Ecco perché ci rivolgiamo a voi: per far luce in quell’oscurità».

Il massacro in corso
Centinaia, forse migliaia di persone sono state uccise dalle autorità della Repubblica islamica nel tentativo di reprimere le manifestazioni, che però non si sono mai fermate. Secondo le informazioni raccolte dall’organizzazione Iran Human Rights (IHRNGO), con sede in Norvegia, almeno 734 manifestanti, compresi 12 minori, sono stati uccisi nelle ultime due settimane dalle forze del regime. Per l’ong Human Rights Activists in Iran (HRANA), con sede negli Stati Uniti, sono invece almeno 1.850 le vittime e più di 16.700 le persone arrestate. Stando invece al canale satellitare Iran International, i morti potrebbero addirittura superare i 12mila. Il governo di Teheran però non ha ancora diramato un bilancio ufficiale delle vittime, anche se secondo l’agenzia di stampa locale Tasnim, considerata vicina al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, oltre un centinaio di agenti delle forze di sicurezza sono stati uccisi durante le proteste. Una notizia che agli occhi dei fedelissimi del regime giustificherebbe l’uso della forza contro i dimostranti.
«Non si limitano più a usare tattiche antisommossa; sparano con mitragliatrici e munizioni vere direttamente contro qualsiasi manifestante si alzi in piedi», commentano a TPI i due giovani imprenditori iraniani. «Sentiamo stime secondo cui oltre 12mila persone sono state uccise solo nell’ultima settimana. Un numero molto più elevato rispetto al 2019 o al 2022». Stavolta però la situazione sembra diversa.
«Anche allora il governo cercò di bloccare Internet e poi fece un massacro. Ma stavolta i nostri compatrioti resistono. Non hanno smesso di combattere. Hanno ucciso un sacco di persone ma tante ancora lottano per la libertà», rimarca Paran. «L’enorme brutalità usata stavolta è di ben altro livello rispetto al passato», continua Kianoosh. «La differenza è che oggi, per reprimere i manifestanti, il regime usa mitragliatrici e munizioni vere, uccidendo chiunque si trovi in strada». «Ma l’orrore», ricordano i due imprenditori, «non finisce nelle strade».
Il procuratore generale iraniano, Mohammad Kazem Movahedi-Azad, ha dichiarato che tutti i manifestanti arrestati saranno accusati di “Moharebeh”, letteralmente: “guerra contro Dio”, un reato capitale punibile con la morte, secondo il codice penale islamico. «Questo annuncio espone di fatto migliaia di detenuti al rischio imminente di esecuzione sommaria, senza giusto processo», commentano Paran e Kianoosh. «Le autorità non solo stanno usando la forza letale per le strade, ma stanno anche aprendo la strada all’esecuzione dei sopravvissuti all’interno del sistema carcerario». Il tutto in un Paese in cui soltanto l’anno scorso sono state eseguite almeno un migliaio di condanne a morte. Eppure, i cortei in Iran non si fermano. Ma perché?

Occhi sull’Iran
«Il crollo della valuta è stata la scintilla ma il carburante della protesta sono 47 anni di oppressione. Non si affrontano le mitragliatrici solo perché il pane costa caro ma perché non si ha speranza di un futuro sotto questo regime», ci spiegano i due giovani imprenditori iraniani. «Le sue politiche disastrose hanno costretto milioni di iraniani, noi compresi, a lasciare la nostra patria. Non ce ne siamo semplicemente andati: siamo stati cacciati da un sistema che non può coesistere con il suo stesso popolo. Ma la forza non è legittimità. Si può occupare un Paese con le armi, ma non si può governare un popolo che ha deciso di essere libero».
Il futuro, ovviamente, resta incerto in vista di un intervento militare degli Stati Uniti, annunciato da giorni dal presidente Donald Trump, sia sui social che nel suo discorso di ieri al Detroit Economic Club. «Guardiamo alla storia», sottolineano Paran e Kianoosh. «Nel 1945 l’Italia fu liberata dal fascismo con l’aiuto degli Alleati. Gli stessi Stati Uniti ottennero l’indipendenza con l’aiuto della Francia. Quando un regime si dimostra disposto a distruggere tutto pur di rimanere al potere, il mondo non può semplicemente “convocare gli ambasciatori” per un tè e qualche avvertimento. Siamo andati oltre i protocolli diplomatici», concludono i due giovani. «Il nostro messaggio all’Italia e all’Europa è: espellete gli ambasciatori della Repubblica islamica. Non stringete la mano a chi ordina di sparare con le mitragliatrici contro il proprio popolo. Se il mondo crede davvero nei diritti umani, deve smettere di legittimare un regime che ha perso ogni pretesa di autorità. Chiediamo al mondo di schierarsi dalla parte del popolo, non degli assassini».

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