Grecia, incendio nel campo migranti di Moria, morti una madre e un bambino | FOTO E VIDEO

Nel centro d'identificazione allestito sull'isola Lesbo, in Grecia, vivono 13mila persone

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 29 Set. 2019 alle 22:31 Aggiornato il 30 Set. 2019 alle 11:07
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Incendio nel campo migranti di Moria, due morti

Domenica 29 settembre è scoppiato un incendio nel campo d’identificazione per migranti di Moria, a Lesbo, e almeno due persone hanno perso la vita: erano una madre e un bambino.

Secondo quanto riferito fino ad ora da fonti locali, l’incendio è stato causato dall’esplosione di una lampadina difettosa. Stando alla testimonianza dei migranti, nel rogo sarebbe morta anche una terza persona, un altro bambino. L’agenzia di stampa Ana invece ferma a due persone il bilancio delle vittime, facendo riferimento a fonti di polizia.

Dopo l’incendio, i migranti hanno iniziato a protestare per le condizioni disumane in cui verte la popolazione del campo, dove vivono circa 13mila persone, di cui il 40 per cento bambini.

Gli ospiti dell’hotspost di Moria sono per la maggior parte siriani, afghani e iracheni, tra cui almeno 1000 minori non accompagnati, e chiedono di essere trasferiti sulla terraferma. La polizia avrebbe risposto alla protesta con gas lacrimogeni, e negli scontri decine di persone sono rimaste ferite.

“Siamo sconvolti dall’incendio esploso oggi nel campo di Moria, in cui almeno due persone, una madre e un bambino, hanno perso la vita”, dichiara Marco Sandrone, capo progetto di Medici Senza Frontiere (Msf) nel campo di Moria.

“Le nostre équipe mediche nella clinica allestita fuori dal campo di Moria stanno attualmente assistendo le vittime degli scontri esplosi tra la polizia e i migranti subito dopo”, continua il capo progetto.

“Nessuno può chiamare l’incendio e le morti di oggi un incidente. Questa terribile tragedia è la diretta conseguenza della politica brutale che tiene intrappolate 13mila persone in un campo allestito per ospitarne 3mila. Ogni leader europeo è responsabile della situazione disumana vissuta dai migranti nelle isole greche, e ha la responsabilità di evitare ogni altra morte e sofferenza. È arrivato il momento di bloccare l’accordo tra Unione Europea e Turchia e la loro politica di contenimento, ed evacuare con urgenza le persone dall’inferno che è diventato il campo di Moria”, conclude Sandrone.

Da quando l’incendio è esploso 21 persone si sono recate nella clinica di Msf.

Incendio nel campo migranti di Moria, due morti: le foto

Credits: Msf
Credits: Msf

L’hotspot di Moria è stato allestito sull’isola di Lesbo nel 2015 per identificare i richiedenti asilo e i migranti in arrivo dalle coste turche a quelle greche dall’Asia, dall’Africa e dal Medio Oriente. Per ridurre il flusso di persone, circa 861mila arrivate via mare e via terra secondo l’Unhcr nel 2015, l’Unione europea ha stipulato nel 2016 un accordo con la Turchia, che prevedeva che in questi hotspot, a Lesbo e nelle altre tre isole greche di Samos, Kos e Kios, le persone fossero registrate e sottoposte a interviste per valutare il grado di vulnerabilità e l’idoneità alla protezione internazionale.

Quelli considerati non idonei dovevano essere rispediti in Turchia, che però non accetta migranti rimpatriati provenienti dalla terra ferma. La conseguenza è che le persone, prima di essere sottoposte alla commissione d’asilo, che può avvenire anche anni dopo l’arrivo a Lesbo, rimangono bloccate sull’isola, diventata così una prigione a cielo aperto.

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