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Haiti, uccisi 4 presunti assassini del presidente Moise. Altri due sono stati arrestati

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Il defunto presidente di Haiti, Jovenel Moise. Credit: EPA/JEAN MARC HERVE ABELARD/ANSA

Il presidente è stato ucciso di notte nella sua abitazione. La moglie Martine Moise è ancora viva ma in condizioni gravissime: pronto un aereo per trasferirla all'estero. Intanto, la Repubblica Dominicana ha chiuso i confini con la vicina Haiti

Quattro dei presunti assassini del presidente di Haiti, Jovenel Moise, sono stati uccisi dalla polizia e altri due sono stati arrestati. Lo ha riferito il capo della polizia, Léon Charles. L’operazione avrebbe portato anche al rilascio di tre agenti che erano stati sequestrati dai presunti autori dell’assassinio.

Moise è stato ucciso nella notte tra il 6 e il 7 luglio nella sua residenza privata, in un agguato in cui è rimasta gravemente ferita anche la moglie, che secondo fonti diplomatiche sarebbe ancora viva nonostante quanto annunciato in precedenza dalla stampa locale.

La notizia dell’attentato è stata confermata la mattina del 7 luglio in una nota del ministro degli Esteri nonché premier ad interim del governo caraibico, Claude Joseph, che ha dichiarato lo stato d’assedio in tutto il Paese e chiuso l’aeroporto della capitale Port-au-Prince.

L’attacco, rivela il comunicato ufficiale, è avvenuto “verso l’una del mattino, nella notte tra il 6 e il 7 luglio 2021”. “Un gruppo di individui non identificati, alcuni dei quali parlavano spagnolo, hanno attaccato la residenza privata del Presidente della Repubblica e ferito a morte il Capo dello Stato”, si legge nella nota.

Comunicato stampa del primo ministro haitiano ad interim Claude Joseph che annuncia l’assassinio del presidente Jovenel Moise

Anche la moglie di Moise, Martine, è rimasta “ferita da un colpo di arma da fuoco” ed è stata “sottoposta alle cure del caso”, secondo la nota. La donna, trasferita in ospedale a seguito dell’attacco, è in condizioni molto gravi ma è ancora viva. “Mostra segni vitali stabili”, ha dichiarato alla stampa locale il direttore della comunicazione dell’Ambasciata della Repubblica Dominicana ad Haiti, José Luis Soto, smentendo le voci del decesso della first lady, che potrebbe presto essere trasferita all’estero per sottoporsi a ulteriori cure. Secondo Smith Augustin, ambasciatore di Haiti in Repubblica Dominicana, sarebbe anche pronto un aereo per trasferire la donna all’estero.

Definendo l’atto “disumano e barbaro”, il premier Joseph e il governo haitiano hanno invitato la popolazione alla calma, disponendo comunque la chiusura dell’aeroporto della capitale e dichiarando lo Stato d’assedio in tutto il Paese. Intanto, la Repubblica Dominicana ha chiuso i confini con la vicina Haiti.

“La situazione della sicurezza nel Paese è sotto il controllo della Polizia Nazionale e delle Forze armate di Haiti. Tutte le misure necessarie a garantire la continuità dello Stato e a proteggere la Nazione sono già state adottate”, conclude la nota. “La democrazia e la Repubblica vinceranno”.

Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato. Stando al comunicato ufficiale, parlando spagnolo, alcuni degli aggressori potrebbero essere cittadini stranieri, visto che le lingue più diffuse nella repubblica caraibica sono il creolo haitiano e il francese.

Haiti, la nazione più povera del continente americano, è afflitta da anni da episodi di violenza di strada e politica, in particolare dai rapimenti a scopo di riscatto compiuti da bande criminali. All’inizio di giugno, Medici senza Frontiere aveva denunciato l’insostenibile insicurezza vissuta nella capitale Port-au-Prince, dove gli scontri avvenuti nel quartiere di Martissant e in altri distretti cittadini avevano causato in pochi giorni oltre un migliaio tra feriti e sfollati.

Ma neanche la situazione istituzionale è chiara. La morte di Moise segue infatti ad anni di proteste contro il suo governo e a ripetute richieste di dimissioni. Entrato in carica nel febbraio del 2017, il defunto presidente haitiano ha ripristinato le Forze armate, sciolte nel 1995, e adottato una serie di scelte economiche e politiche impopolari, come l’aumento dei prezzi dei carburanti e la riduzione dei poteri della Corte dei Conti che indagava su importanti casi di corruzione. Le proteste innescate dall’impopolarità di Moise hanno portato negli anni alla morte di diversi dimostranti, sollevando critiche a livello interno e internazionale.

A partire dal gennaio dello scorso anno, a seguito della scadenza dei termini della legislatura in Parlamento e dopo aver già rinviato a data da destinarsi le elezioni per il Senato nel 2018, il presidente haitiano ha continuato a governare per decreto, senza indire nuove consultazioni ufficialmente a causa della pandemia di Covid-19. Nel febbraio 2021, il Consiglio Superiore della Magistratura di Haiti ha decretato anche la fine del mandato di Moise, chiedendo di indire nuove elezioni.

All’inizio di luglio poi è scaduto persino il mandato del Consiglio Superiore della Magistratura, rendendo di fatto il presidente della Repubblica l’unico detentore del potere reale, esercitato a colpi di decreti, senza più organi in carica legittimati al controllo.

In questo contesto, temendo una prolungata crisi, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno chiesto ad Haiti di svolgere elezioni legislative e presidenziali “libere e trasparenti” entro la fine del 2021.

Le proteste e la crisi istituzionale ormai di livello internazionale hanno così portato a marzo alla caduta del governo guidato da Joseph Jouthe, costringendo il presidente ad affidare a metà aprile l’incarico ad interim al ministro degli Esteri, Claude Joseph. Soltanto lunedì 5 luglio, Moise aveva poi incaricato Ariel Henry di formare un nuovo governo con l’obiettivo di indire le elezioni e non solo.

“La mia missione è semplice”, aveva detto il 6 luglio il nuovo premier incaricato ad Afp. “Il presidente mi ha incaricato di creare un ambiente favorevole all’organizzazione di elezioni inclusive, con un’elevata partecipazione”. Intanto però, il presidente haitiano aveva anche rilanciato l’idea di un referendum costituzionale, inizialmente previsto per il 27 giugno e poi rinviato a causa della crisi, promosso da Moise ma contestato dall’opposizione.

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