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Il generale libico Haftar è morto, secondo i media libici

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Secondo alcuni media libici, il generale Haftar sarebbe deceduto in un ospedale di Parigi

Il generale libico Khalifa Haftar è morto, secondo quanto riferito dai media libici Libyan ObserverLibyan Express e la  Tv AL Nabaa e confermato dall’agenzia stampa russa Ria Novosti.

Fonti diplomatiche contattate dall’agenzia stampa italiana Agi al momento non hanno confermato la notizia, data e poi smentita dal parlamentare egiziano, Mostafa Bakry.

Haftar è il principale oppositore del governo di accordo nazionale di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj e aveva il controllo della Cirenaica, regione orientale della Libia.

Il generale era stato ricoverato in gravi condizioni a Parigi a causa di un ictus.

Chi è il generale Khalifa Haftar

Haftar è nato nel 1943, nella città di Agedabia, nella regione orientale della Libia.

Quando Khalifa Haftar nacque, la città natale era sotto controllo britannico a seguito della seconda guerra mondiale.

Haftar intraprese la carriera militare e si diplomò all’Accademia di Bengasi, in Libia. Proseguì i sui studi in tattica militare in Egitto e Unione Sovietica.

Il suo primo passo da giovane ufficiale fu schierarsi con Muammar Gheddafi nel golpe che lo portò al potere nel 1969, rovesciando re Idris.

Quattro anni dopo, il nome di Khalifa Haftar comparve in uno dei capitoli più importanti del Novecento, la guerra dello Yom Kippur.

Haftar guidò le truppe libiche in appoggio alla coalizione di paesi arabi che tentarono di respingere la controffensiva israeliana nel Sinai, dopo l’attacco a sorpresa di Egitto e Siria nell’ottobre del 1973.

Nel 1986, con il grado di colonnello, Haftar guidò le truppe libiche nell’offensiva contro il Ciad, in una guerra che durava già da circa un decennio.

Haftar venne fatto prigioniero dalle forze ciadiane assieme a centinaia dei suoi uomini. Sconfitto sul campo, venne abbandonato da Gheddafi che lo destituì dal comando e ne chiese il processo.

Aiutato dai servizi segreti americani, il colonnello scappò in Zaire, poi in Kenya dove militò in diversi gruppi anti-Gheddafi.

Infine, ottenne il visto americano e, attorno al 1990, si trasferì in Virginia, a Falls Church, una cittadina di 13 mila abitanti alla periferia di Washington. Gheddafi emise nei suoi confronti una condanna a morte per alto tradimento.

Haftar ha vissuto in Virginia per vent’anni, ottenendo anche la cittadinanza americana. Data la prossimità della sua abitazione al quartier generale della Cia, si pensa che sia stato coinvolto dall’agenzia nei tentativi di assasinare Gheddafi.

Già nel 1996, la Cia tentò un colpo di stato ai danni del colonnello in cui Haftar avrebbe dovuto avere un ruolo, ma il piano andò in fumo.

Il caos determinato nel 2011 dalla caduta di Gheddafi aveva spinto il generale a fare ritorno in Libia.

In pochi mesi il paese si è diviso in decine di gruppi diversi su base religiosa, tribale e geografica.

Poco dopo il suo arrivo Haftar ha capito che al momento non aveva spazio di manovra nel suo paese e ha fatto ritorno negli Stati Uniti.

Nel 2014, Haftar è rientrato dfinitivamente in Libia. A febbraio, ha denunciato il Congresso generale nazionale (Gnc), dominato dagli islamisti, chiedendone lo scioglimento e domandando nuove elezioni.

A maggio, ha lanciato l’“Operazione dignità”, con l’appoggio dell’Egitto, di alcuni dei municipi della Cirenaica e sostenuto dal parlamento di Tobruk, primo governo a ottenere il riconoscimento internazionale nell’era post Gheddafi.

A marzo del 2015, il parlamento di Tobruk ha nominato Haftar capo dell’Esercito nazionale libico e da quel momento il generale ha controllato la Cirenaica, regione ad est della Libia.

Inizialmente sembrava che l’Europa avrebbe affidato a lui il prossimo governo del paese.

A dicembre 2015 invece è stato creato un governo di accordo nazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite con a capo Sarraj.

Haftar però non ha mai accettato il nuovo governo insediatosi a Tripoli e ha continuato a mantenere il controllo sulla Cirenaica.

Era appoggiato dal parlamento libico di Tobruk, non riconosciuto dalle Nazioni Uniti, e sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti e dalla Russia.

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