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Home » Esteri

Il presidente Usa Donald Trump concede all’Iran l’“ultima chance prima della decapitazione”. Ma Teheran smentisce accordi e colloqui e sfida Washington

Immagine di copertina
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

La Casa bianca annuncia nuove trattative per sbloccare lo Stretto di Hormuz e arginare il programma atomico iraniano. Ma la Repubblica islamica nega l’esistenza di colloqui e annuncia un confronto con l'Oman sul controllo delle rotte commerciali locali. I Paesi del Golfo, intanto, tentano una mediazione per scongiurare un’ulteriore escalation. Ma ogni compromesso rischia di schiantarsi contro l'imminenza delle scadenze elettorali statunitensi

La tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran è tornata a scuotere i palazzi della diplomazia nonostante la sospensione dei nuovi bombardamenti preparati dal Pentagono contro la Repubblica islamica, in un rincorrersi di minacce frontali, smentite categoriche e fitte mediazioni sottobanco per porre fine alla guerra in corso dal 28 febbraio e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Da una parte, Donald Trump sbandiera una presunta supplica dei vertici iraniani per evitare un disastroso attacco militare e detta le condizioni per un accordo, annunciando “colloqui in corso” con Teheran. Dall’altra, la Repubblica islamica alza un muro di orgoglio e nega qualsiasi contatto diretto con gli Usa, ribadendo di voler controllare il traffico nello Stretto. In mezzo, una polveriera in cui i Paesi del Golfo cercano disperatamente di evitare che un’ulteriore escalation nella regione. Il tutto mentre a Washington le imminenti elezioni di novembre complicano ogni possibile via d’uscita.

Ultimatum dallo Studio ovale
Con la consueta spavalderia, ieri sera il presidente statunitense ha tracciato una linea rossa chiarissima: “Voglio dare all’Iran un’ultima possibilità prima della decapitazione”, ha scandito rispondendo ai giornalisti presenti nello Studio ovale, descrivendo un quadro in cui i colloqui sarebbero in corso “proprio adesso” e starebbero procedendo molto bene, un po’ “come accaduto con il Venezuela”. Trump ha raccontato di aver bloccato all’ultimo minuto quello che, a suo dire, era stato pianificato con Israele come “il più grande attacco dalla Seconda Guerra Mondiale” contro l’Iran.
Il motivo? Una richiesta disperata arrivata sia dai vertici iraniani sia dagli alleati arabi. Per l’inquilino della Casa bianca, la leadership di Teheran è “incredibilmente ipocrita”: in pubblico si vanta di non trattare, ma in privato preme per un’intesa. L’obiettivo degli Usa, rimarcato anche dal presidente con un post sul suo social Truth, impone alla controparte di scegliere tra un “accordo o la resa totale”. Sul tavolo c’è prima di tutto la riapertura completa dello Stretto di Hormuz, seguita a stretto giro dall’irrinunciabile dossier sulla denuclearizzazione dell’Iran.

Il muro di Teheran
La narrazione trionfalistica di Washington si scontra però con quella iraniana. Una divergenza confermata all’emittente Cbs persino da alcuni funzionari dell’amministrazione statunitense, che ammettono come al momento non siano in agenda veri e propri negoziati diretti, se non contatti sotto traccia portati avanti dall’inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff e dal genero del presidente Jared Kushner attraverso Paesi terzi.
Da parte sua, il portavoce del ministero degli Esteri dell’Iran, Esmaeil Baqaei, è stato perentorio per fugare ogni dubbio: “Al momento non stiamo negoziando con gli Stati Uniti”. Gli unici colloqui, ha precisato, si stanno svolgendo con l’Oman e riguardano esclusivamente il passaggio sicuro delle navi nello Stretto di Hormuz. A quanto riferito, c’è stato uno scambio di carte nautiche per individuare una “rotta intermedia” capace di tutelare gli interessi reciproci di Teheran e Muscat, ma la posizione di fondo non cambia. L’Iran rivendica infatti il controllo di quel tratto di mare e chiede il pagamento di un vero e proprio pedaggio per il transito, appellandosi alla prassi diplomatica e al diritto consuetudinario, in violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).
Iran e Oman, secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense The New York Times che cita in proposito alcuni anonimi funzionari a conoscenza della questione, sarebbero vicini a un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz, che conferirebbe a Teheran un controllo senza precedenti su questa via navigabile. L’intesa prevederebbe che le navi dirette nel Golfo Persico attraversino lo Stretto percorrendo una rotta vicina alla costa iraniana, controllata dalla Repubblica islamica. Queste sarebbero inoltre tenute a pagare delle “tariffe di servizio”, i cui introiti verrebbero divisi equamente tra Iran e Oman. Le navi in partenza dal Golfo dovrebbero, invece, utilizzare una rotta vicino alla costa dell’Oman. Il quotidiano statunitense non chiarisce chi stia esattamente negoziando questo accordo, se gli Stati Uniti partecipino o meno alle trattative e se Washington sia favorevole o anche solo a conoscenza dei colloqui.
Ad ogni modo, finché durerà quella che a Teheran definiscono l’aggressione degli Stati Uniti, non ci sarà alcun cambiamento significativo nella zona. Il clima infatti resta teso: i Pasdaran starebbero persino valutando attacchi preventivi qualora la via diplomatica dovesse naufragare del tutto. “Se gli Stati Uniti manterranno il blocco navale”, ha minacciato ieri in un’intervista all’emittente locale Snn l’ex comandante in capo dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione e attuale segretario del Consiglio per il Discernimento della Repubblica islamica, il generale Mohsen Rezai, “creeremo seri rischi per le navi da guerra americane”.

Diplomazia telefonica
A cercare di tessere una fragile tela di compromesso ci sono però le monarchie del Golfo, pur mosse da umori contrastanti. Il Qatar sta facendo da mediatore principale, coordinandosi con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e lo scorso fine settimana ha presentato a Teheran una nuova proposta per sbloccare l’impasse, accolta con una certa apertura dai vertici della Repubblica islamica.
I telefoni della diplomazia sono caldissimi: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha sentito l’omologo saudita Faisal bin Farhan Al-Saud e si è confrontato anche con il comandante dell’Esercito pakistano Asim Munir, figura peraltro molto stimata dallo stesso Trump, e con il ministro degli Esteri di Islamabad, Ishaq Dar. Ieri, poi, Araghchi era in visita nella città santa sciita di Najaf, in Iraq, da dove, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Irna, ha ribadito gli eccellenti rapporti tra i governi di Teheran e Baghdad. “Fortunatamente, le nostre relazioni con il governo iracheno sono attualmente al loro apice”, ha detto il capo della diplomazia iraniana. “La recente visita del primo ministro iracheno a Teheran ha dato luogo a discussioni molto fruttuose”, ha aggiunto, rimarcando che la cooperazione tra Iran e Iraq comprende diverse questioni politiche, economiche e di sicurezza.
Tuttavia, sotto la superficie, serpeggia una forte insofferenza. Riad preme per la de-escalation: secondo il portale statunitense Axios, sarebbe stato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman a chiamare Trump sollecitando il dialogo, pretendendo anche chiarezza sulla reale strategia di Washington contro Teheran. Gli alleati degli Usa nella regione sentono il fiato sul collo, temono le ritorsioni iraniane in caso di nuovi attacchi americani e invocano maggiore protezione. Ma non tutti predicano prudenza: gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, in accordo con il vicino Kuwait, propendono per azioni molto più incisive contro la Repubblica islamica.

LEGGI ANCHE: [L’Italia ha schierato una task force di 400 militari in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein]

La trappola elettorale
Il vero macigno sulla strada di un accordo però, come evidenziato da fonti vicine alla presidenza statunitense raccolte dal portale Politico, è che Trump si trova incastrato a soli tre mesi dalle elezioni di medio termine, previste a novembre. Concedere a Teheran i pedaggi su Hormuz, come ha apertamente avvertito il segretario di Stato Usa Marco Rubio, indebolirebbe il potere sanzionatorio statunitense e creerebbe un precedente disastroso. D’altro canto, prolungare il conflitto rischia di infiammare il prezzo della benzina, danneggiando i repubblicani in una campagna dominata dall’inflazione.
Gli iraniani sembrano aver fiutato la vulnerabilità politica del presidente. L’aggressività dei loro alleati Houthi nello Yemen contro la vicina Arabia Saudita e nello Stretto di Bab-el Mandeb può essere infatti letta, secondo l’ex funzionario dell’amministrazione Usa per l’Energia ai tempi di George W. Bush Greg Priddy, come un tentativo mirato di logorare l’amministrazione, nella convinzione che le necessità elettorali costringeranno Washington a cedere. Un’ipotesi che un ex funzionario di spicco come Fred Fleitz, capo dello staff del Consiglio per la Sicurezza Nazionale durante il primo mandato di Trump, respinge seccamente, avvertendo che il presidente non firmerà mai un accordo svantaggioso solo per convenienza elettorale. Oltretutto, le difficoltà di comunicazione tra le diverse anime del potere iraniano complicano ulteriormente la ricerca di un cessate il fuoco stabile.
Mentre la politica annaspa, il nervosismo si riversa sull’economia e sulla sicurezza reale. L’annuncio dell’apertura ai colloqui da parte del presidente statunitense ha affossato le quotazioni del petrolio, con il Brent e il Wti scesi rispettivamente intorno agli 84 e agli 80 dollari al barile. Ma a ricordare quanto l’equilibrio sia precario, la scorsa notte un proiettile non identificato ha colpito un mercantile in transito nello Stretto di Hormuz a una ventina di miglia nautiche dalla città omanita di Khasab, un incidente segnalato dall’agenzia britannica Ukmto. Per fortuna non ci sono state vittime e l’equipaggio è al sicuro, ma il boato è risuonato come un inquietante avvertimento in una crisi che non ammette passi falsi.

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