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Home » Esteri

Iran e Oman si accordano per riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma Usa e Israele potrebbero riprendere i raid. Si riaccendono i fronti in Libano e nel Mar Rosso

Immagine di copertina
Un gruppo di giovani donne posa davanti a un trasportatore mimetizzato con missili Zolfaghar e Qadr di produzione iraniana il 30 luglio 2026, a Teheran. Credit: Hossein Beris/MEI/SIPA / AGF

La Repubblica Islamica vuole spartirsi il controllo delle rotte marittime nel Golfo con il Sultanato. Ma le prossime decisioni della Casa bianca potrebbero stravolgere ogni equilibrio. Intanto i ribelli yemeniti continuano a colpire le petroliere saudite e Tel Aviv non rinuncia ai raid contro Hezbollah

Mentre Iran e Oman cercano una via d’uscita diplomatica, annunciando un’intesa per l’impasse nello Stretto di Hormuz, i venti di guerra provenienti da Stati Uniti e Israele da una parte e dagli Houthi in Yemen dall’altra minacciano di spazzare via ogni compromesso. I nuovi raid di Tel Aviv in Libano, dove la morte di due soldati dell’Idf promette nuove rappresaglie, gli attacchi dei ribelli yemeniti alle petroliere saudite nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden e la possibile ripresa, già in questo fine settimana, dei bombardamenti statunitensi e israeliani contro la Repubblica islamica potrebbero chiudere di nuovo ogni spiraglio verso una soluzione negoziata al conflitto scatenato lo scorso 28 febbraio da Washington e dallo Stato ebraico. Una prospettiva, quest’ultima, che ha subito innescato la durissima reazione di Teheran, pronta a minacciare ritorsioni sugli alleati statunitensi nel Golfo, in caso di nuove offensive americane e israeliane. Malgrado i negoziati in corso, infatti, la regione continua a bruciare su più fronti.

Ancora venti di guerra
Gli Stati Uniti e Israele starebbero mettendo a punto una massiccia campagna di bombardamenti mirati contro le infrastrutture energetiche dell’Iran. È un’operazione che, secondo quanto svelato dall’emittente televisiva statunitense Cbs che cita diverse fonti dell’amministrazione di Washington, potrebbe scattare da un momento all’altro, già in questo fine settimana. Il governo di Israele sarebbe al corrente dei piani e si starebbe coordinando a stretto giro con il Pentagono, sebbene il presidente Donald Trump non abbia ancora impartito l’ordine definitivo. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, secondo le fonti citate, avrebbe messo sul tavolo della Casa bianca tre distinte opzioni per proseguire il conflitto, tra cui colpire le vie di rifornimento militare terrestre della Repubblica islamica e inasprire il blocco navale contro i porti e le navi dell’Iran.
La risposta di Teheran, però, non si è fatta attendere, alzando la posta in gioco. Attraverso l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina alle Guardie rivoluzionarie, fonti delle forze di sicurezza locali hanno definito “un’autentica imprudenza” le indiscrezioni sui possibili nuovi raid, avvertendo che la Repubblica islamica ha già pronto un piano di reazione complessiva per colpire le infrastrutture israeliane e gli impianti energetici dislocati nella regione. A rendere il clima ancora più pesante c’è una notizia battuta dall’agenzia di stampa britannica Reuters, secondo cui l’Iran ha già diramato un avvertimento ai vicini del Golfo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti esortato Arabia Saudita, Qatar, Turchia e altri partner regionali a fare pressioni su Trump per scongiurare l’azione militare e tornare al tavolo delle trattative. Il messaggio di fondo è chiaro e inquietante: Teheran preferisce una soluzione negoziata, ma è pronta a una rappresaglia contro le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo e gli asset statunitensi in caso di nuovi attacchi.
D’altronde, a Washington non si fanno sconti. All’inizio della settimana Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti avrebbero colpito duramente l’Iran, portando il Paese allo stremo. Una linea intransigente ribadita anche dalla portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt, che alla Cbs ha garantito che Teheran non otterrà mai armi nucleari durante l’attuale presidenza. Da parte sua, Trump ha poi seccamente liquidato sul suo social Truth le voci su un presunto esaurimento delle scorte missilistiche del Pentagono, garantendo massicce riserve di munizioni. Ovviamente puntate contro l’Iran.

Il rebus di Hormuz
Ma il cuore nevralgico della crisi resta lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale che prima della guerra vedeva transitare un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto, che Teheran ha blindato dalla violazione della tregua a inizio luglio. Ieri il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha fatto sapere di aver raggiunto un’intesa con il vicino Oman per tracciare una nuova rotta di navigazione e riaprire lo Stretto. In un’intervista concessa dall’agenzia di stampa ufficiale Irna, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha rivendicato l’esclusività dell’accordo, sottolineando che l’intesa dovrà riguardare solamente Teheran e Mascate e che non verrà tollerata alcuna ingerenza straniera a Hormuz. Gharibabadi ha inoltre rivelato un retroscena finora rimasto nell’ombra: appena quattro o cinque giorni dopo l’inizio del nuovo round del conflitto, ripreso il 7 luglio dopo la violazione del memorandum d’intesa firmato tra le parti il 17 giugno, gli Stati Uniti avrebbero inviato un messaggio a Teheran chiedendo di negoziare. Un’indiscrezione non confermata da Washington, dove il presidente Trump continua a sostenere che sia la Repubblica islamica a voler disperatamente trattare con gli Usa.
I colloqui con l’Oman, intanto, procedono a ritmo spedito. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei ha descritto ieri i negoziati in conferenza stampa come “professionali” e “in costante progresso”. Le coordinate geografiche della nuova rotta, ha rivelato, sono già state approvate e la dichiarazione congiunta, completa di tutte le considerazioni chiave, è arrivata alle fasi finali di redazione, “sempre che soggetti terzi non intralcino il cammino”. Il riferimento agli Stati Uniti è velato ma non casuale. Con l’entrata in vigore dell’intesa, ha precisato il viceministro Gharibabadi, gli attuali percorsi temporanei verranno chiusi, canalizzando una fetta significativa delle navi in transito da e verso il Golfo verso i nuovi corridoi delle acque territoriali iraniane.
Eppure, le rassicurazioni diplomatiche si scontrano con la dura realtà del mare. Lo stesso Baqaei ha ammesso che l’accordo bilaterale non basterà, da solo, a garantire l’incolumità delle imbarcazioni in navigazione nello Stretto di Hormuz. I fattori di destabilizzazione restano, infatti, tutti sul tavolo, in primis l’asfissiante blocco navale imposto da Washington ai porti di Teheran, unito alle costanti “azioni aggressive” contro gli interessi della Repubblica islamica.
L’impatto di questo muro contro muro sull’economia globale è devastante. La società di monitoraggio Windward ha rilevato ieri il passaggio di sole 12 navi nello Stretto di Hormuz, a fronte di una media di 130-140 registrate ogni giorno prima del conflitto. Alcune imbarcazioni, per sfuggire ai radar, viaggiano di notte lungo i corridoi meridionali osteggiati dall’Iran tenendo i sistemi di tracciamento spenti per ore, mentre altre sono costrette a invertire la rotta per evitare di essere colpite. I dati forniti dalla società Kpler dipingono uno scenario se possibile ancora più drammatico, certificando nella stessa giornata il transito di appena due navi in un’area ormai trasformata in un deserto d’acqua.

Colloqui bloccati
Per il momento, comunque, l’Iran smentisce l’ipotesi di missioni diplomatiche imminenti: non sono previsti viaggi del ministro degli Esteri Abbas Araghchi o del presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf in Pakistan o in Qatar nel fine settimana, pur restando entrambi in stretto contatto sia con Islamabad che con Doha, impegnate nel difficile tentativo di ricomporre la crisi. Un percorso diplomatico che si scontra, secondo quanto affermato dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ai microfoni di Fox News, con la natura estremamente complessa delle trattative con gli interlocutori iraniani e con le profonde fratture interne a un regime diviso tra l’ala moderata e la frangia più intransigente e radicale.
Un’analisi, questa, respinta ufficialmente al mittente dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Pur ammettendo le attuali e oggettive difficoltà nel comunicare con la nuova Guida suprema della rivoluzione islamica, Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico dall’uccisione del padre Ali il 28 febbraio scorso, durante un’intervista alla tv pubblica Irib, Pezeshkian ha definito la sua presenza “un’inesauribile fonte di forza, cruciale per mantenere saldo il processo decisionale”. Riguardo ai recenti eventi, poi, il presidente iraniano ha svelato un dettaglio: sebbene inizialmente del tutto contrario, Khamenei ha poi lasciato che la politica prendesse il sopravvento nella gestione del conflitto e delle trattative. La Guida suprema aveva infatti promesso, di fronte a un’accurata relazione tecnica, di appoggiare i piani vertici della Repubblica islamica se avessero ottenuto l’avallo di tre quarti del consiglio. “La mozione è passata con dodici voti su tredici ed è stata puntualmente ratificata”, ha precisato Pezeshkian, le cui parole però fanno capire quanto la leadership della Repubblica islamica sia tutt’altro che graniticamente unita. “Questa saggia apertura a un parere esperto”, ha sottolineato il presidente iraniano, “è stata però volutamente strumentalizzata da gruppi in cerca di divisioni”. Fazioni che, secondo Pezeshkian, sono guidate da meri calcoli di parte e che hanno ingigantito la questione lanciando accuse disoneste, con il palese e bieco obiettivo di gettare discredito sui propri avversari politici. Altro che regime unito. Ma l’Iran non è l’unico fronte attivo al momento nella regione.

Il fronte libanese
La situazione è tornata a farsi incandescente in Libano, dove ieri Israele ha diramato il primo ordine di evacuazione nei pressi di Tiro da oltre un mese, procedendo a nuovi bombardamenti contro Hezbollah e registrando due morti tra le proprie truppe, sviluppi che promettono nuove rappresaglie. Mentre la diplomazia internazionale si affanna a Roma, sotto l’ombrello degli Stati Uniti, per cercare di far decollare le famose “zone pilota” nel sud del Paese dei Cedri da dove le Idf dovrebbero ritirarsi, come previsto dall’accordo quadro del 26 giugno scorso, il campo di battaglia racconta un’altra, tragica verità. L’esercito israeliano ha infatti annunciato stamattina la morte di due soldati, il maggiore Harel Birenstock e il sottufficiale capo Tamir Vaknin, uccisi ieri dall’esplosione di un ordigno rudimentale a Majdal Zoun, nel distretto di Tiro. Un attacco che ha provocato anche il grave ferimento di altri quattro militari israeliani.
Accusando formalmente Hezbollah di aver platealmente violato il cessate il fuoco, Israele ha reagito intimando ai residenti del villaggio di Mansouri, nei pressi di Tiro, di evacuare la zona per motivi di sicurezza, un ordine che non si vedeva da metà giugno. Intensi bombardamenti aerei notturni sulle cittadine di Burj Shemali e al-Mansour, secondo l’agenzia di stampa ufficiale libanese Nna, hanno provocato almeno 4 feriti. I colpi dell’artiglieria israeliana hanno poi continuato a martellare il villaggio di Majdal Zoun, le valli circostanti e le periferie della località di Haddatha, mentre raffiche di mitragliatrice spazzavano l’area costiera di al-Hamra. Un’escalation che segue a ruota l’attacco con droni a Tebnine che ieri sera, secondo i dati del ministero della Salute di Beirut, aveva già lasciato sul terreno 1 morto e 12 feriti, innescando l’ennesimo e doloroso esodo di civili disperati in fuga dalle proprie case. La violenza però non si ferma al Libano.

La morsa sul Mar Rosso
A rendere il panorama regionale ancora più caotico e frammentato ci hanno pensato i ribelli yemeniti Houthi, alleati dell’Iran. Il gruppo ha rivendicato ieri l’attacco contro due petroliere saudite, inquadrando i raid nel quadro del blocco marittimo annunciato contro l’Arabia Saudita. Il portavoce militare del movimento, Yahya Saree, ha confermato che le navi Wafa e Daisy sono state colpite con attacchi di droni e missili balistici. La prima al largo del porto saudita di Yanbu, situato sulla costa centro-occidentale del regno arabo, nel nord del Mar Rosso. La seconda, invece, nel Golfo di Aden.
L’agenzia britannica United Kingdom Maritime Trade Operations (Ukmto) ha confermato gli attacchi, che hanno influenzato negativamente il commercio internazionale anche in questi tratti di mare. Secondo un’analisi di Kpler, il traffico attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, tra la Penisola araba e il Corno d’Africa, si è ridotto ieri a una singola nave da carico in transito, a fronte delle 30 o 40 di media che passavano ogni giorno nel canale prima del conflitto, un tracollo vertiginoso se paragonato ai 20 transiti registrati soltanto 24 ore prima. Un quadro complessivo tutt’altro che rassicurante, che sembra allontanare invece di avvicinare la pace.

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