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Guerra in Libia: cosa succede ora che Haftar ha rifiutato la tregua

Un cessate il fuoco sempre più precario. La conferenza di Berlino sempre più complessa da intavolare. Si prepara la missione Ue guidata dall'Italia che vuole cementare il fronte anti guerra (e anti Haftar)

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 14 Gen. 2020 alle 11:43 Aggiornato il 14 Gen. 2020 alle 12:07
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Immagine di copertina
Credit: Abdullah DOMA/ANSA

Guerra in Libia infinita. Khalifa Haftar non firma la tregua di Mosca: l’uomo forte della Cirenaica, martedì 14 gennaio ha ripreso l’aereo e abbandonato (per ora) la Russia di Vladimir Putin. Mentre il primo ministro del governo di unità nazionale, Fayez al Serraj, ha già accettato il cessate il fuoco proposto da Russia e Turchia.

Secondo alcune fonti, Haftar non era in grado di approvare l’accordo, perché i suoi obiettivi non erano stati raggiunti al 100 per cento. Ma anche alla Russia un breve ritardo fa comodo, per rinviare la conferenza di Berlino, che sarebbe prevista per il prossimo 19 gennaio.

Guerra in Libia, le speranze della Conferenza di Berlino

La data della conferenza di Berlino l’ha comunicata ufficiosamente la Germania ai Paesi partecipanti, tra cui l’Italia. Dopo il faccia a faccio al Cremlino, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha riconosciuto al presidente russo Vladimir Putin il ruolo di mediatore cruciale nel conflitto che sta dilaniando la Libia.

La Merkel è perfettamente consapevole che senza la Russia e la Turchia, la fine delle ostilità militari in Libia è un miraggio: il 24 gennaio sarà ad Ankara per parlarne anche con il presidente turco Erdogan. E Putin ha confermato di appoggiare il “processo di Berlino”, come lo ha battezzato il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas.

Nonostante l’avanzamento delle truppe di Haftar verso Tripoli, la Germania è impegnata a favorire una soluzione politica del conflitto e a “evitare una seconda Siria“, come ha sintetizzato Maas alla vigila del viaggio. Ossia un conflitto militare che sfoci in una spartizione di potere tra Russia, Turchia e le potenze mediorientali in un Paese cruciale per le riserve energetiche e per i flussi di migranti verso l’Europa.

La Russia appoggia le truppe del generale Haftar che stanno insidiando Tripoli e il governo del primo ministro Serraj. Sia Merkel sia Putin hanno menzionato l’importanza del ruolo dell’Inviato Onu in Libia, Ghassan Salamè.

Missione Libia, così l’Ue prepara l’invio di soldati e navi

Mentre a Tripoli l’esercito che fa capo al generale Haftar annuncia di aver preso il controllo dell’aeroporto, del campo militare di Al Naqlia e di alcuni depositi di carburante, Bruxelles tramite Roma muove le sue pedine in loco con una missione militare della Ue in Libia composta da soldati, navi e aerei di almeno quattro Paesi: Italia, Francia, Spagna e Germania.

Di certo, servirà una richiesta formale di Al Serraj, un via libera politico di Haftar e l’autorizzazione dei Parlamenti interessati. Ma probabilmente la questione verrà discussa direttamente sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per la Russia sarebbe una grande mossa: con un mandato dell’Onu, Putin intende partecipare al controllo politico dell’operazione, facendo leva sulla posizione di membro permanente con diritto di veto.

Anche con la missione Ue resterebbe comunque il rischio di una cristallizzazione “stile Siria” della Libia.

Il ruolo dell’Italia

Sul fronte italiano, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini avrebbe intenzione di riconfigurare la presenza italiana in Libia, muovendo truppe da altri scenari di crisi per rafforzare il numero degli uomini presenti nel Paese nord africano.

Trecento militari sono già impegnati a vario titolo nel teatro libico, in particolare attorno all’ospedale militare di Misurata. È prematuro ipotizzare il peso di un eventuale contingente spedito da Roma, ma non sarebbe inferiore agli uomini attualmente schierati.

La proposta messa sul tavolo dal capo della Farnesina prevede una forza di interposizione che ricalchi il modello Unifil, ovvero la missione a guida italiana in Libano istituita nel 1978 e rinnovata nel 2006 per far rispettare il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele.

Difficile però che si replichino numeri simili alla missione in Libano, dove l’Italia offre oltre mille soldati sul campo, tanto da guidare le truppe internazionali sotto la bandiera dell’Onu. Attualmente, con una spesa di un miliardo e mezzo, l’Italia ha 500 militarti in Kosovo, un migliaio in Libano, 800 in Afghanistan e 900 in Iraq.

> Leggi anche: militari italiani in Iraq: quanti sono, dove si trovano e quali sono i rischi. 5 domande e 5 risposte

Guerra in Libia, tre scenari per una crisi

Si potrebbero quindi delineare almeno tre palcoscenici diversi per la guerra in Libia.

Il primo, quello più drammatico, è lo scenario di guerra, proprio lì, attorno a Tripoli, dove il primo ministro al Serraj è sempre più asserragliato, pressato com’è dalle truppe dal generale Haftar, che passo dopo passo (già controllano le regioni dell’Est e di gran parte del Sud) stanno tentando di conquistare l’intero paese che fu del colonnello Gheddafi.

Il secondo scenario è quello invocato da al Serraj: l’intervento internazionale. Il suo governo, è bene ricordarlo, è l’unico riconosciuto dall’Onu, con il supporto esplicito (non soltanto a parole, ma con armi e soldati), della Turchia. Mentre Haftar può contare sul sostegno di Russia, Egitto, Francia, Emirati Arabi e Arabia Saudita.

Il terzo scenario, quello che si può considerare decisivo sul doppio piano operativo-diplomatico, si gioca proprio sull’asse Istanbul-Mosca. A Istanbul, Erdogan e Putin si sono incontrati per celebrare assieme l’inaugurazione del Turkstream, la pipeline che porterà il gas russo nell’Europa dell’Est. Un pretesto per parlare d’altro, di Libia appunto, dove i due capi di stato, in realtà grandi alleati, giocano (almeno all’apparenza) su fronti opposti: l’uno con al Serraj (Erdogan), l’altro (Putin) con Haftar.

Per questo al Serraj parla esplicitamente di “guerra per procura” o “proxy war” che dir si voglia. Perché Russia e Turchia si stanno spartendo il territorio libico: prima si schierano, poi rivendicano il ruolo di negoziatori e di “portatori di pace”. Il viaggio in Europa di al Serraj puntava proprio a questo: a scuotere l’Unione Europea e ottenere aiuti concreti (vale a dire armi): dell’azione diplomatica ormai non sa più cosa farsene.

Tregua fragile

Nel frattempo, la tregua in Libia è molto fragile e vede sporadiche ma pericolose violazioni denunciata da entrambe le parti.

Centinaia di manifestanti sono scesi in piazza Tripoli e Misurata per protestare contro la guerra e contro il generale Khalifa Haftar, che guida forze contrarie al governo di accordo nazionale (GNA).

La piazza è stata stimolata da un appello da parte di organizzazioni apartitiche e della società civile per protestare contro gli attacchi e chiedere protezione al governo di Serraj. Con alcuni slogan hanno chiesto a Egitto, Francia e Emirati Arabi Uniti di “prendere la Libia” mostrando poster del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, del francese Emmanuel Macron e del principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed Al Nahyan. A Misurata sono apparsi anche striscioni pro turchi con su scritto: “La capitale dei martiri non si inchinerà”, “Sì alla cooperazione Libia-Turchia”, “Grazie popolo turco”.

I prossimi giorni saranno decisivi per capire in che direzione andrà il conflitto. Non c’è pace, ancora, per la Libia.

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