Missili sul Golfo, la guerra continua: l’Iran attacca le basi Usa dopo i raid americani contro la Repubblica islamica
In una notte di esplosioni tra Bahrein, Giordania e Kuwait, la crisi tra Washington e Teheran tocca un nuovo apice. Ma le trattative sono ancora aperte
L’Iran ha lanciato nella notte missili e droni contro obiettivi militari degli Usa in Bahrein, Giordania e Kuwait, poche ore dopo che le forze armate statunitensi avevano compiuto nuovi attacchi contro siti iraniani nei pressi dello Stretto di Hormuz, in risposta all’abbattimento di un elicottero americano. È l’ultima, pericolosa tappa di una spirale di rappresaglie incrociate che, nonostante le dichiarazioni del presidente Donald Trump, non sembra sul punto di fermarsi. Anche se i negoziati continuano
Il precipitare degli eventi
Tutto è cominciato con l’abbattimento di un elicottero militare americano. L’8 giugno, un Apache dell’esercito degli Stati Uniti è stato colpito da un drone iraniano Shahed nelle acque al largo dell’Oman. I due piloti sono stati tratti in salvo da un drone navale senza equipaggio. Ieri sera poi, alle diciassette ora della costa orientale americana, il Comando centrale delle forze armate Usa (Centcom) ha avviato quello che ha definito un «attacco di autodifesa» e una «risposta proporzionale all’ingiustificata aggressione iraniana», prendendo di mira sistemi di difesa aerea, stazioni di controllo a terra e radar di sorveglianza nelle aree strategiche intorno allo Stretto di Hormuz.
I raid hanno colpito Qeshm Island, Bandar Abbas, Sirik, Minab e la contea di Jask, tutti luoghi non scelti a caso. Qeshm è parte del sistema difensivo avanzato di Teheran nello Stretto; Bandar Abbas ospita una delle principali basi navali e aeree iraniane; Jask è un porto chiave a est dello Stretto. Secondo la Guardia Rivoluzionaria e l’emittente pubblica IRIB, i raid americani hanno danneggiato una torre di comunicazioni a Sirik e distrutto due serbatoi d’acqua nel distretto di Bamani, interrompendo la fornitura idrica a tutti i villaggi della zona e alla città di Kuhestak.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. «Nessun attacco da parte degli Stati Uniti rimarrà senza risposta», ha dichiarato il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi. «Le nostre forze armate non lasceranno senza risposta alcun attacco o minaccia. Lasciate la nostra regione se volete essere al sicuro», ha aggiunto, rivolgendosi direttamente agli Usa e ai Paesi che ospitano truppe americane sul proprio territorio.
Notte di fuoco nel Golfo
Alle prime ore di oggi, secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, la Guardia Rivoluzionaria ha annunciato di aver colpito la sede della Quinta Flotta americana a Manama, in Bahrein, con un attacco di droni. Il ministero dell’Interno del regno arabo ha fatto suonare le sirene d’allarme e invitato i residenti a rifugiarsi in luoghi sicuri.
In Giordania, le forze armate hanno intercettato cinque missili iraniani diretti verso la base di Al Azraq, nel nord del Paese, dove a febbraio erano stati dispiegati almeno diciotto caccia stealth F-35. Lo Stato Maggiore giordano ha confermato che i missili, a propellente solido e a lungo raggio, sono stati abbattuti causando però la ricaduta di frammenti che non hanno comunque provocato feriti né danni materiali. La Guardia Rivoluzionaria ha sostenuto di aver distrutto alcuni hangar contenenti F-35, ma non ha fornito alcuna prova a supporto. Si tratta in ogni caso del primo attacco diretto alla Giordania da quando il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran era entrato in vigore l’8 aprile scorso.
Anche in Kuwait le sirene sono risuonate prima dell’alba. Le autorità militari hanno confermato l’intercettazione di «obiettivi aerei ostili», invitando i residenti a rispettare le istruzioni delle autorità competenti.
Il ministero degli Esteri di Teheran ha quindi diramato un comunicato in cui definisce i raid americani una «chiara violazione della sovranità nazionale» iraniana, avvertendo esplicitamente i Paesi della regione che ospitano basi statunitensi che il loro territorio sarà considerato un bersaglio qualora l’Iran venga attaccato ancora.
Interpretazioni contrastanti
Il presidente Donald Trump, in una serie di interviste telefoniche concesse a diverse testate statunitensi nel corso dei raid, ha descritto la risposta americana come «molto forte e potente», aggiungendo che «era importante reagire» all’abbattimento dell’elicottero. Poche ore prima tuttavia, in un’intervista al Wall Street Journal, aveva definito lo stesso episodio «niente di grave», una contraddizione che non è passata inosservata e che riflette la difficoltà dell’amministrazione nel calibrare il proprio messaggio verso Teheran.
Un funzionario americano ha fatto sapere all’emittente CNN che i raid sono stati concepiti come un «colpo d’avvertimento» e che Washington ritiene che non danneggeranno i negoziati in corso. Il vicepresidente JD Vance ha infatti annunciato che gli Stati Uniti sono «molto vicini» a un accordo con l’Iran, pur ammettendo che i tempi potrebbero essere questione di giorni come di mesi.
Tra rappresaglie e trattative
Il quadro che emerge è quello di una crisi stratificata, la guerra tra Israele e Iran a seguito dell’intensificarsi dell’offensiva di Tel Aviv contro Hezbollah in Libano, il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le rappresaglie incrociate, che contiene spinte contraddittorie difficili da conciliare. La volontà americana di negoziare e, insieme, di rispondere militarmente a ogni provocazione, la determinazione iraniana a difendersi senza, tuttavia, chiudere i canali diplomatici e la variabile del conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano complicano i negoziati.
In questo contesto, il ministro degli Esteri iraniano Abba Araghchi ha tenuto una serie di colloqui telefonici con i suoi omologhi di Arabia Saudita e Turchia subito dopo gli attacchi americani, un segnale che Teheran mantiene attivi i canali diplomatico, almeno all’interno della regione. Nessuna delle parti sembra intenzionata a una guerra totale, eppure ogni nuova rappresaglia rischia di scatenare un’escalation, riportando indietro l’orologio delle trattative.