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L’Irlanda non riesce a formare un governo

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Il voto del 26 febbraio 2016 ha bocciato i principali partiti, nessuno ha la maggioranza per nominare il premier

Il Parlamento irlandese, frammentato dai risultati delle elezioni del 26 febbraio 2016, non riesce a nominare il nuovo primo ministro per formare un governo. L’ex premier Enda Kenny, aveva l’appoggio del suo partito di centro sinistra, il Fine Gael e dei laburisti, ma ieri non è riuscito a ottenere la fiducia del parlamento, con soli 57 voti a favore e 94 contrari.

È fallito anche il tentativo di essere nominato primo ministro del leader dell’altro maggior partito irlandese, Micheal Martine del Fianna Fail (centrodestra) e di Gerry Adams, il presidente del partito di estrema sinistra nazionalista Sinn Fein.

Si apre così la strada a settimane di trattative e consultazioni tra le diverse formazioni politiche per risolvere l’impasse e dare un nuovo governo al paese. L’Irlanda è solo l’ultima di altre nazioni europee uscita dalle urne con un risultato incerto, come Spagna e Slovacchia, con gli elettori che bocciano i partiti di governo e le politiche di austerità.

Lo scenario più probabile è quello di una grande coalizione tra Fine Gael e Fianna Fail, anche se la prospettiva lascia problemi aperti: con i suoi 23 seggi Sinn Fein resterebbe l’unico grande partito all’opposizione e potrebbe sottrarre consensi a sinistra a Fine Gael. L’altra opzione è un governo di minoranza di Fine Gael con l’appoggio condizionato di Fianna Fail.

Di sicuro è un momento storico per il sistema politico irlandese. Una grande coalizione tra i due partiti nati dalle opposte fazioni alleate durante la guerra di indipendenza segnerebbe la fine di una rivalità durata quasi un secolo avvicinandolo a una dinamica simile a quella tedesca.

Politicamente, le differenze tra i due partiti potrebbero apparire minime: entrambi sono convinti europeisti, a favore del mercato e del capitalismo e sostengono, con toni più o meno accesi, l’unificazione dell’Irlanda. Ma la distanza ideologica affonda soprattutto su motivi di natura sociale e di appartenenza regionale, che rendono difficile un accordo.

L’incertezza politica non sembra tuttavia avere ricadute sull’economia, che vive una straordinaria fase di sviluppo, con un tasso di crescita tra i più alti al mondo: nell’ultimo trimestre del 2015 il Pil è cresciuto del 9,2 per cento, con un più 7,8 per cento su base annua.

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