La violenza di Minneapolis è anche la risposta ai mandati di Obama, il presidente nero che ha amplificato le paure dell’America bianca

Mario Del Pero, professore di Storia americana all'Università Sciences Po di Parigi, commenta a TPI gli scontri esplosi a Minneapolis dopo l'uccisione di George Floyd. E spiega perché il razzismo di oggi è una risposta all'elezione del primo presidente nero degli Stati Uniti, che ha preparato il terreno all'America di Donald Trump

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 31 Mag. 2020 alle 09:45 Aggiornato il 31 Mag. 2020 alle 19:54
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Immagine di copertina

Era l’estate del 1989 quando Michelle Robinson e Barack Obama, due avvocati dello studio legale Sidley & Austin di Chicago, uscirono per il loro primo appuntamento. Andarono a vedere Fa’ la cosa giusta, il film del regista afromaericano Spike Lee sulle tensioni razziali a Brooklyn nell’America degli anni ’80. Dopo 20 anni sarebbero diventati i primi inquilini neri della Casa Bianca. Negli Stati Uniti ancora segnati da forme consolidate di razzismo, e dalla violenza della polizia bianca e militarizzata contro uomini neri, Barack e Michelle rappresentarono per molti la speranza di un’America “post razziale”, in cui la gerarchia sociale tra bianchi e neri sarebbe stata riequilibrata in nome dei diritti civili.

Eppure nel 2016 a Dallas, dopo l’uccisione di cinque agenti di polizia nel corso di una protesta della comunità afroamericana contro la morte di due uomini neri, Obama, a pochi mesi dalla fine del suo ultimo mandato, si trovò a consolare gli Stati Uniti dall’ennesima ferita provocata dalla violenza razziale. Nulla o quasi era cambiato, e l’America si preparava a votare Donald Trump. L’elezione del primo presidente nero della storia americana aveva esacerbato le divisioni, che sarebbero esplose con più forza negli anni a venire, aiutate dal linguaggio del tycoon. Lo spiega a TPI Mario Del Pero, esperto di storia americana e professore di Storia Internazionale all’Università Sciences Po di Parigi, autore, tra gli altri, del saggio “Era Obama, dalla speranza di cambiamento all’elezione di Trump” (Feltrinelli, 2017).

Sono trascorsi pochi giorni dalla morte del 46enne afroamericano George Floyd e le proteste contro la violenza della polizia sui neri infiammano il Paese. In una recente intervista Spike Lee ha affermato che il razzismo e la violenza di oggi “sono la risposta della rabbia bianca ai due mandati di Obama”, è così?

La violenza che vediamo oggi della polizia contro gli afroamericani si collocano in una storia, la storia della frattura razziale, un marchio che la democrazia americana ha fin dalla sua nascita, che nella cultura del 20esimo secolo, superata la schiavitù e superata de iure la segregazione, si manifesta nelle frequenti violenze delle forze di polizia locale soprattutto sui giovani afroamericani, che scatena riots urbani. Dalla seconda guerra mondiale a oggi le dinamiche sono state sempre le stesse, da Detroit nel 67 a St Louis nel 2014. Sono quelle di un Paese caratterizzato da tassi di violenza molto elevati, molto superiori a quelli del mondo ricco, in cui l’elemento razziale incide pesantemente, unita a una storia di polizia che usa con molta più facilità la violenza, in risposta alla violenza. Dagli anni 80 c’è stata una politica di tolleranza zero, il messaggio era “avete mani liberi per rispondere alla microcriminalità urbana”.

Poi arriva Obama

Poi arriva Obama con aspettative elevatissime, troppo elevate per essere realizzate, in un contesto di polarizzazione politica che paralizza l’attività legislativa: al Congresso non si riesce a far passare le leggi, Obama arriva in un contesto di crisi economica devastante. La sua elezione alimenta un certo risentimento bianco e certe paure bianche. Obama è vittima di una caccia alle streghe, il massimo esempio è quella al suo certificato di nascita, il cui principale protagonista è proprio Donald Trump, che nel 2011 lo accusava di non essere nato negli Usa e che ha un chiaro sub testo razzista. L’idea è ‘tu nero non puoi stare alla Casa Bianca’. Infatti non sei americano, infatti sei nato in Kenya, infatti sei segretamente musulmano. Su quello Spike Lee dice una cosa giusta, il paradosso è che il primo presidente nero amplifica le paure bianche e la violenza di oggi è la risposta anche estrema di un certo pezzo di America bianca. Una risposta estrema che Trump cavalca.

Il popolare slogan elettorale di Trump “Make America great again” era la promessa di un ‘ritorno’ della supremazia bianca?

L’America che ha in testa Trump e tanti suoi elettori è quella fintamente idilliaca dei sobborghi anni ’50. L’America bianca è l’America dove le gerarchie socio razziali sono definite e immutabili, dove i neri stanno all’ultimo gradino. Ma il tweet di ieri in cui Trump usa la crisi di Minneapolis per attaccare il sindaco democratico, “se non risolve la situazione mando io la guardia nazionale”, to get the proper job done, perché faccia il lavoro come si deve, usa un linguaggio da vigilantes. E questo non c’entra con i convincimenti politici, perché lui governa come qualsiasi altro repubblicano governerebbe, con la stessa politica fiscale, le stesse nomine alle corti, stesso tipo di deregulation rispetto ad ambiente o finanza. Il problema è che Trump infiamma le divisioni che sono oggi divisioni razziali, riaccende quel marchio che lacera e polarizza l’America.

Ma sono due facce della stessa medaglia, perché anche Obama per ciò che rappresentava scavava nel solco di quella polarizzazione

Sì, e credo che Trump sia il portato di quella polarizzazione, ma anche di un abbrutimento e di un degrado del discorso politico. Ma la Casa Bianca non ha in alcun modo educato istituzionalmente Trump, è lui che ha ‘trumpizzato’ la presidenza. Non è colpa di Trump quello che è successo a Minneapolis, è accaduto con George Bush nel 92, con Carter nell’80, però Trump non fa nulla per dare una risposta, cavalca le divisioni. Nixon costruì la sua campagna elettorale sulle parole “legge e ordine”, “law and order“, Trump sta facendo lo stesso, ma il sub testo è anche “i neri stiano a loro posto”. Obama alla Casa Bianca ha contestato quell’ordine, in una forma estrema di rovesciamento, e ha scatenato una reazione di cui Trump è il prodotto. Trump non è la causa, ma il prodotto di questa reazione violenta. Ora, stando alla Casa Bianca, ne è diventato agente primario.

Michelle Obama ha scritto nella sua biografia che già durante la prima campagna elettorale, quando nel 2008 venne accusata dai bianchi di “odiare l’America”, aveva capito che gli Stati Uniti non erano pronti per Barack Obama

Tra Barack Obama e Michelle, se uno guarda al loro percorso di studi, quella più radicale era Michelle, eccellente studentessa di Princeton che scrive paper sulle parole d’ordine del radicalismo nero americano, e viene presa di mira ancor più pesantemente del marito, intanto perché (é brutto da dire), lei è nera “a tutto tondo”, figlia di due neri della working class di Chicago, che ha lasciato nel suo curriculum di studi tracce di maggior radicalismo. Il radicalismo di Obama si lega invece a quello del pastore della chiesa dove gli Obama andavano, autore di filippiche durissime contro l’Impero americano. La ricordo bene la campagna, e gli Obama non dicono che l’attacco al loro radicalismo nero veniva già nelle primarie democratiche da alcuni sostenitori di Hilary Clinton. Anche la polemica sul certificato di nascita era promossa da qualche sostenitore della Clinton.

Obama sperava che la sua figura rappresentasse gli occhi di tutti gli americani, che la sua persona fosse il segnale che la storia di razzismo negli Usa fosse finita, invece alla fine del suo mandato, prima che Trump fosse eletto, ai funerali dei poliziotti morti a Dallas si leggeva in lui la delusione di un uomo sconfitto

Obama di risultati ne ha portati a casa e il tempo lo ha dimostrato, ma ha subito una sconfitta rispetto alla sua visione unificatrice, di pacificazione nazionale. Il verbo che usava tantissimo era to heal, curare, doveva essere una figura di sintesi da un punto di vista della frattura razziale, un nero che però è anche mezzo bianco che arriva alla Casa Bianca, ricompone questa frattura e porta l’America verso un’era post razziale. Doveva essere l’uomo che riunificava l’America rossa e quella blu, repubblicana e democratica. La sua riforma sanitaria è copiata da modelli repubblicani dell’epoca di Romney, tant’è che da sinistra e dal mondo nero viene criticato anche per questo: troppo moderato, troppo bipartisan. Ma di fatto lascia in eredità un Paese ancora più diviso e polarizzato. Fallisce come simbolo di unificazione, ma non per sua responsabilità. L’America è ancor più divisa e ancora più lacerata dai mandati di Obama per quel che Obama simboleggia e rappresenta, non per quello che fa o non fa. Presidente nero figlio di un kenyano, di nome fa Barack Hussein Obama, rappresenta e simboleggia un’America che esce ancora più divisa.

Non c’è presidente che possa curare l’America da violenza e razzismo?

Se fossi in grado di dirlo prenderei la cittadinanza, diventerei senatore degli Stati Uniti. Ma il razzismo è una ferita che sta all’origine della democrazia americana, fondata sulla schiavitù. Tutt’oggi un giovane nero ha tre volte più possibilità di un bianco di subire una violenza poliziesca, che Trump ha nuovamente sdoganato. Quando ci furono i disordini a Ferguson nel 2014 ci fu grande polemica, perché le forze di polizia si presentarono conciate come le truppe americane che andarono all’assalto di Falluja in Iraq, con mini carri armati: vi era un programma di Bush Junior di trasferire alle forze di polizia il materiale dismesso dai militari. Una militarizzazione estrema che ha fatto sì che le forze di polizia fossero meno capaci di gestire questi momenti di crisi, in cui invece è necessaria capacità di dialogo. Obama intervenne con un ordine esecutivo bloccando questo programma. Uno dei primi ordini esecutivi di Trump è stato di ripristinarlo: un messaggio simbolico. “Polizia, voi siete apparati militari, liberi di agire come tali”. La violenza non la causa Trump, però oggi lui butta benzina sul fuoco.

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