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Ricominciare a vivere dopo il genocidio in Ruanda

Un'associazione no-profit, fondata a Roma da una donna del Burundi di origini ruandesi, aiuta uomini e donne in Ruanda a superare il trauma del genocidio

Di Francesca Fermanelli
Pubblicato il 4 Giu. 2015 alle 18:00 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 08:24
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Immagine di copertina

Marie Claire aveva vent’anni quando lasciò per la prima volta il Burundi, un Paese nell’Africa orientale, per raggiungere l’Europa. D’origine ruandese, nel bagaglio aveva alcuni vestiti e una gran voglia di cambiare vita.

Arrivata a Roma, frequentò un corso da infermiera e nel 2000 sposò un medico italiano. In quegli anni rimase sempre in contatto con parenti e amici che erano rimasti in Burundi e nel confinante Ruanda, tra cui l’amica Maria.

Presto Marie Claire si rese conto di quanto Maria stesse soffrendo a causa degli anni di guerra e violenza vissuti in Ruanda. Anche per questo la incoraggiò a raggiungerla in Italia, per dimenticare gli orrori di cui era stata testimone.

L’inserimento di Maria all’interno della società italiana tuttavia fu lento e complesso. Presto apparirono i primi segni del disturbo post-traumatico da stress (Dpts), un insieme di forti sofferenze psicologiche che si manifestano in seguito a un evento traumatico, catastrofico o violento.

Il corpo e la mente di Maria erano rimasti intrappolati nel tempo: le sembrava di vivere ancora nel 1994, anno in cui la sua famiglia fu barbaramente uccisa a colpi di machete.

Marie Claire mi ha raccontato che Maria, in alcuni momenti, sembrava sentire le grida del padre. Altre volte invece correva perché le sembrava di essere inseguita da qualcuno pronto a ucciderla, nella sua mente un combattente Hutu, l’etnia maggioritaria del Ruanda.

Grazie alla storia di Maria, Marie Claire e il marito capirono di dover fare qualcosa non solo per la loro amica, ma anche per tutte le persone rimaste in Ruanda, paralizzate nel ricordo di atrocità che sembravano impossibili da dimenticare.

Marie Claire decise così di fondare un’associazione senza fini di lucro, chiamata Umubyeyi Mwiza Onlus Ngo. Tra le tante cose, la sua onlus, che ha sede in Italia, si occupa di impiegare cittadini del Ruanda, tra cui in particolare donne, in lavori socialmente utili.

Ad esempio, a Butare, una città nel sud del Ruanda, quaranta donne producono oggetti di artigianato destinati sia al mercato ruandese sia al circuito equo e solidale italiano. In questo modo, le donne si sentono valorizzate e possono contribuire al bene della loro comunità.

Importante è anche l’intervento psicoterapeutico dell’associazione di Marie Claire per le donne ruandesi. Vengono organizzati percorsi individuali di terapia di sostegno all’elaborazione del lutto e della violenza, che permettono alle donne coinvolte di superare il trauma e le tendenze ossessive.

La storia di Marie Claire si intreccia con quella di oltre un milione di vite spezzate in cento giorni tra aprile e luglio del 1994, quando l’etnia Hutu compì ai danni dell’etnia Tutsi ciò che gli storici definiscono il genocidio del Ruanda, in cui vennero sistematicamente massacrate oltre mezzo milione di persone, secondo quanto riportato da Human Rights Watch

Morirono 10mila persone al giorno, 400 ogni ora, sette al minuto. La premeditazione si rivelò la carta vincente. La martellante propaganda degli Hutu consentì l’attuarsi del massacro.

“Calpestare lo scarafaggio Tutsi“, era la parola d’ordine che assiduamente ripetevano radio, giornali, televisioni, come se fosse uno slogan pubblicitario.

Scovare gli “scarafaggi” era semplicissimo: bastava controllare la carta d’identità. Furono i belgi, durante il periodo coloniale (1916 – 1962), a introdurre l’obbligo di indicare sui documenti personali l’etnia di appartenenza. Ma anche i tratti somatici – tra cui dimensione del naso e altezza – rivelavano l’etnia dei ruandesi.

Con l’arrivo dei belgi, si acuirono le tensioni etniche. I colonizzatori consideravano i Tutsi superiori agli Hutu e tendevano a privilegiarli, assegnando loro lavori migliori. Quando il Belgio suonò la ritirata e gli Hutu salirono al potere, questi ultimi si vendicarono delle discriminazioni subite. A causa delle violenze, migliaia di Tutsi furono costretti a scappare nei Paesi vicini, tra cui il Burundi.

Nell’aprile del 1994 un missile terra-aria di origine ignota fece precipitare l’aereo su cui volava l’allora presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana, d’etnia Hutu e ininterrottamente al potere dal 1973.

La sua morte provocò violenze e forti tensioni etniche nel Paese. Nei mesi successivi, infatti, le milizie Hutu perpetrarono una strage di civili innocenti. Le truppe dell’Onu, le cui fila erano per lo più ingrossate dai colonizzatori belgi, non furono in grado di offrire un aiuto considerevole. Fu il Fronte Patriottico Ruandese, formato da Tutsi in esilio in Uganda, a mettere fine al genocidio in atto.

Marie Claire sottolinea come anche coloro che hanno contribuito al massacro siano stati vittime di un brutale disegno. Rendersi conto di aver tolto la vita a vicini e amici per motivazioni inesistenti li ha terribilmente lacerati.

“Siamo esseri umani, non riusciamo a perdonare in maniera incondizionata”, mi dice quando le chiedo quanto tempo serva per perdonare i carnefici.

“Ma non dobbiamo dimenticarci che questo è stato possibile solo grazie a un livello di ignoranza tale che non ci ha permesso, Tutsi o Hutu che fossimo, di comprendere quanto la nostra divisione fosse voluta per tenerci a bada, perché separati siamo meno forti”.

“Abbiamo ingoiato la propaganda come una pillola prescritta dal medico solo perché la colonizzazione non ci aveva permesso di crescere, conoscere, comprendere. Oggi, finalmente, siamo fieri di definirci unicamente ruandesi,” conclude Marie Claire.

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