Enes Kanter, il gigante dell’Nba che sfida Erdogan

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 11 Ott. 2019 alle 20:38 Aggiornato il 11 Ott. 2019 alle 21:09
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Immagine di copertina
Enes Kanter. Credit: AFP

Enes Kanter, il gigante dell’Nba contro Erdogan

Enes Kanter ha 27 anni, è turco ed è una stella dell’Nba, ma soprattutto, oggi, è uno dei volti dell’opposizione a Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia. Il nome di Enes Kanter è ben noto tra gli appassionati di basket, ma è balzato agli onori della cronaca nelle ultime ore per un suo editoriale apparso sulle pagine del Boston Globe in cui dice la sua, ancora, contro il presidente del suo paese.

In Turchia Kanter ci è cresciuto, ma la sua città natale è Zurigo, in Svizzera, dove i genitori turchi si erano trasferiti per lavoro. Poi il ritorno in Turchia, dove il giovane Enes ha iniziato ad appoggiare Fethullah Gülen, il leader del movimento Gülen che si oppone proprio a Erdoğan.

Quando è volato negli Stati Uniti, nel 2011, giovane stella del basket, Kanter si è portato dietro la sua opposizione al presidente turco e con quella la croce dell’oppressione. In diversi episodi, la vita del 27enne è stata condizionata da Erdogan, come quando nel gennaio scorso ha evitato di volare a Londra con la sua squadra, i New York Knicks, perché “Erdogan ha braccia lunghe. In Inghilterra gli agenti turchi potrebbero rapirmi o uccidermi”, come riferiva lo stesso Kanter al Washington Post.

Una manciata di ore dopo, il governo turco chiedeva l’estradizione del cestista, noto per le sue numerose critiche rivolte al presidente turco.

Oggi Kanter torna a far parlare di sé, dopo che sul Boston Globe è apparso il suo editoriale, a poche ore dall’inizio degli attacchi turchi al popolo curdo. Il 27enne racconta di un episodio avvenuto la settimana scorsa fuori da una moschea in cui era andato a pregare. Lì è stato aggredito verbalmente da alcuni uomini, probabilmente sostenitori di Erdoğan, ma “come critico schietto del presidente autoritario Recep Tayyip Erdoğan della Turchia è quello che mi aspetto”.

In quell’occasione quelle persone lo hanno insultato, mentre alcuni fan hanno preso le sue difese. “Questo non è stato un incidente isolato”, ha scritto la stella dell’Nba. “Sono passate meno di due settimane da quando i ministri turchi si sono riuniti con i membri della comunità turca a New York, che si sono vantati di annullare i miei eventi e di darmi la caccia negli Stati Uniti. I ministri turchi li hanno incoraggiati a continuare”.

La costante pressione dei consolati turchi negli Stati Uniti, come le continue e pesanti intrusioni da parte del governo per ora non sono riuscite a reprimere il suo dissenso. “Loro aumentano le pressioni nei miei confronti e io alzo la voce. Non mi scoraggeranno. Stanno perdendo tempo”, si legge ancora sull’editoriale di Kanter.

“Come posso rimanere in silenzio? Ci sono decine di migliaia di persone, tra cui insegnanti, medici, membri della magistratura e dell’esercito, avvocati, burocrati, attivisti e giornalisti in carcere da anni solo perché sono oppositori di Erdoğan. Centinaia di bambini crescono nelle celle delle prigioni in cui sono detenute le loro madri”, continua il giocatore di basket. La democrazia oggi sopravvive, ma muore ogni volta che un oppositore di Erdoğan viene arrestato perché esprime le sue idee.

Credit: Eduardo Munoz Alvarez/Getty Images/AFP

“Sono immensamente fortunato di stare negli Stati Uniti. Questo paese mi ha dato molto da quando sono arrivato dalla Turchia che ero appena un adolescente”, spiega ancora il campione, che si sente in dovere di restituire alla comunità qualcosa. Per questo ha trascorso l’estate attraversando il paese e tenendo dei corsi per insegnare ai bambini a giocare a basket: “È stato un piacere vedere i bambini che imparano il gioco di squadra e la leadership mentre si divertono”.

Dopo la sparatoria a El Paso, Kanter ha organizzato uno di questi campi proprio lì, in Texas: “Il mio obiettivo era quello di inviare un messaggio ben preciso a chi promuoveva l’odio e allo stesso tempo di stare con la gente di El Paso in quel momento di difficoltà. È così che trionfiamo sul male”.

Mentre il campione dei Boston Celtic organizzava questi campi, i diplomatici turchi si impegnavano per smontarli: chiamavano i luoghi in cui Kanter preparava gli eventi, e, con le intimidazioni, chiedevano di cancellare gli appuntamenti.

“Il basket è la mia fuga. Ogni volta che sono in campo con i miei compagni di squadra, ad allenarmi o a giocare, mi concentro interamente sul basket. Se dovessi portare una di queste conversazioni in tribunale, sarebbe molto egoista da parte mia. Ma non appena esco dal tribunale, mi vengono in mente queste domande: cosa posso fare per le persone innocenti in Turchia che soffrono? Sto facendo abbastanza?”, scrive ancora Kanter.

Quello che sottolinea nel suo editoriale è che gli atleti come lui hanno una grande, grandissima opportunità per le mani: quella di poter essere d’ispirazione per le giovani generazioni, “dare l’esempio e dimostrare loro che finché difendi ciò in cui credi, tutto è possibile. Non vedo l’ora di dare il meglio di me con i Boston Celtics e di godermi questo nuovo capitolo della mia carriera in Nba con questa città che mi ha accolto così calorosamente”.

“Sono su un palco d’eccezione e voglio usarlo per promuovere il rispetto dei diritti umani, della democrazia e della libertà personale. Per me, questo è più grande del basket. Essere un campione di decine di migliaia di persone senza voce nel mio paese d’origine comporta il rischio delle minacce di morte e dei mandati di arresto”, continua.

A gennaio, la Turchia ha emesso una richiesta di estradizione di Kanter, con l’accusa di essere un terrorista: “Sono stato onorato dal supporto travolgente che ho ricevuto da fan e personaggi pubblici. Questo è ciò che mi dà la forza per andare avanti”.

Se fosse in Turchia, sarebbe in prigione a struggersi. Stare lontano dalla sua famiglia e dai suoi affetti l’ha segnato molto, “ma niente di buono arriva facilmente”.

“Ho ricevuto minacce di morte per anni ormai. È il prezzo che sono pronto a pagare se questo è ciò che serve per difendere ciò che credo sia giusto. Ne varrà la pena”.

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