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La prima enciclica di Leone XIV: “L’Intelligenza artificiale non deve oscurare la dignità umana”

Immagine di copertina
Credit: AGF

Il Papa pubblica "Magnifica Humanitas" nel 135esimo anniversario della "Rerum novarum" di Leone XIII: "L'IA non è un antagonista: il problema è come viene usata. Restiamo umani, mettiamo al centro il bene comune". Il richiamo alla pace: "Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile

Ieri, lunedì 26 maggio, Papa Leone XIV ha pubblicato la prima enciclica del suo pontificato, dal titolo “Magnifica humanitas” (“Umanità magnifica”). Il tema scelto è quello dell’Intelligenza artificiale. «Nel tempo dell’IA», avverte Prevost, «la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione»: per questo «abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani».

La tecnica, secondo Leone, «non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona»: al contrario, essa è un «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». Tuttavia oggi «la potenza e la pervasività delle tecnologie plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa», osserva il Santo Padre.

Di qui, il richiamo alla necessità di «costruire nel bene», seguendo la logica della «corresponsabilità coraggiosa» e della «sussidiarietà», affinché «l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare». «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza – è il messaggio del pontefice – il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato».

Dalla questione operaia ad Anthropic
Tradotta in otto lingue e articolata in cinque capitoli (più un’introduzione una conclusione), l’enciclica è stata pubblicata nel 135esimo anniversario della promulgazione della «Rerum novarum», la più celebre delle lettere pastorali firmate da Leone XIII. La Dottrina Sociale della Chiesa teorizzata in quel documento è il punto di riferimento su cui innestano le riflessioni attuali di Prevost.

Come Leone XIII alla fine dell’Ottocento si addentrò nella «questione operaia» («gli operai sono stati abbandonati, soli e indifesi, alla disumanità dei padroni e alla sfrenata cupidigia dei concorrenti»), così oggi Leone XIV si confronta con le opportunità e i rischi dell’Intelligenza artificiale. «La Dottrina Sociale della Chiesa – osserva il Papa americano – ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo.

Alla presentazione della “Magnifica humanitas” era presente in Vaticano anche Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, gigante statunitense dell’IA, protagonista di un duro scontro nei mesi scorsi con l’Amministrazione degli Stati Uniti per essersi rifiutata di contribuire a un progetto di sorveglianza di massa dei cittadini. Nelle settimane che hanno preceduto la pubblicazione dell’enciclica, il pontefice ha incontrato anche i rappresentanti di altre Big Tech, tra cui Google, Meta e Amazon.

Umanità al bivio
Oggi, secondo Prevost, «l’umanità è posta davanti a una scelta: se lasciarsi guidare dalla tecnologia e dal progresso come unici principi su cui costruire la nostra civiltà o se porre al centro la dignità della persona, riconducendo il progresso tecnico a strumento».

Nell’enciclica si ricorda come nel corso della storia lo sviluppo tecnologico abbia contribuito «a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità» ma abbia anche provocato «danno» quando non è stato «orientato al bene».

«La tecnologia – ribadisce Leone – non è di per sé un male». Ma non è nemmeno «neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». L’alternativa, dunque, non è tra accettare o rifiutare la tecnologia, bensì tra un uso che disgrega e uno che custodisce l’umano.

Il Papa mette in guardia dal rischio che lo sviluppo tecnologico diventi criterio assoluto di giudizio, dando forma al «paradigma tecnocratico», capace di ridurre la realtà a ciò che è misurabile, calcolabile e ottimizzabile. «Negli ultimi anni – rileva – è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’Intelligenza artificiale e la robotica stiano trasformando il nostro mondo».

Ecco dunque una distinzione fondamentale tra «intelligenza umana» e «intelligenza artificiale». I sistemi di IA, pur capaci di imitare alcuni linguaggi e comportamenti, restano estranei all’esperienza propriamente umana: «Le cosiddette intelligenze artificiali – fa notare il Santo Padre – non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, responsabilità». Quindi non possono assumere una responsabilità morale né comprendere il senso ultimo delle decisioni che contribuiscono a generare.

Ne segue che è senza dubbio «necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico». Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco – ricorda Leone – occorre «domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti». Perché, se un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione, oggi invece «i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».

La dignità umana
Il «bene comune» è uno dei concetti fondativi della Dottrina Sociale della Chiesa. Inteso non come somma di interessi individuali, ma come realtà eminentemente relazionale: «L’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente».

Prevost si rifà a una visione della persona umana incentrata sulla relazione: l’essere umano è creato a immagine del «Dio trinitario» ed è chiamato alla comunione. Da questa origine discende una dignità che precede ogni valutazione funzionale, produttiva o sociale. L’enciclica distingue diverse dimensioni della dignità, ma ne sottolinea una decisiva, che non dipende dalle circostanze o dalle capacità individuali. Viene affermato con chiarezza che esiste «un livello più profondo, il più importante, che consiste nella dignità ontologica»: «È la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio».

Babele o Gerusalemme?
Leone XIV richiama due immagini bibliche: la torre di Babele («un’opera sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità») e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (completata «attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo»). «La tecnologia – scrive – può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie». Di conseguenza, «la scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna».

Il Papa invita allora a evitare quella che definisce «la sindrome di Babele: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico, anche digitale, capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni».

Al contrario, bisogna «riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità».

L’IA in guerra
Se il potere tecnologico tende oggi a concentrarsi nelle mani di pochi attori privati e transnazionali, il rischio non riguarda soltanto l’economia o la comunicazione: riguarda anche la guerra. È infatti nei contesti di conflitto che il paradigma tecnocratico mostra il suo volto più radicale, trasformando la decisione sulla vita e sulla morte in un processo sempre più automatizzato e distante dalla responsabilità umana. Il pontefice individua un legame sempre più stretto tra tecnologia, potere e violenza, in un contesto globale segnato dalla crisi del multilateralismo e dalla progressiva «normalizzazione della guerra».

«Oggi – riflette – assistiamo a un cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra». Le armi autonome, osserva, rendono «la guerra più praticabile e meno soggetta al controllo umano». Per questo «lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici». Per Leone, «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile».

Tocca allora in primis a «scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri» lavorare «in una logica di trasparenza e responsabilità, mantenendo viva la consapevolezza del quadro ampio nel quale si collocano i progressi tecnologici a cui contribuiscono». Ma, aggiunge, «ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)».

«La civiltà dell’amore – si legge nell’enciclica – non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione».

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