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Elezioni in Tunisia, il primo candidato gay a TPI: “Ecco perché mi hanno fatto fuori”

Avvocato, 48 anni, da anni impegnato nella difesa dei diritti civili. Mounir Baatour è seriamente preoccupato per il potere che il partito islamico Ennahda sta prendendo in Tunisia

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 14 Set. 2019 alle 14:13
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Mounir Baatour, il primo candidato apertamente gay in Tunisia Credit: AFP

Elezioni in Tunisia 2019, parla il primo candidato apertamente gay

Per le elezioni in Tunisia 2019 domenica 15 settembre otto milioni di tunisini si recheranno alle urne. È la seconda volta nella storia della giovane democrazia, unico esperimento riuscito tra i paesi della ‘primavera araba’, e importante test anche in vista delle elezioni legislative del 6 ottobre.

Mounir Baatour è il primo candidato apertamente gay. Avvocato e presidente di SHAMS, associazione che si batte per i diritti della comunità LGBTQI+ e la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia, la sua candidatura è stata rigettata dalla Commissione elettorale a poche settimane dal voto, tra non poche polemiche.

Ai microfoni di TPI Baatour ha raccontato le difficoltà e i problemi che si appresta ad affrontare il paese della Rivoluzione dei Gelsomini al voto.

ELEZIONI TUNISIA 2019: TUTTI I CANDIDATI

Domenica la Tunisia vota per la seconda volta dalla Rivoluzione del 2011. Perché sono così importanti queste elezioni?

L’alternanza attraverso le elezioni è importante per garantire la democrazia. Nel 2014 ci sono state le prime elezioni libere, questa volta forse siamo più coscienti. I diritti delle minoranze sono in serio pericolo, la situazione è catastrofica, da alcuni anni a questa parte, per questo sono fondamentali queste elezioni.

Lei è il primo candidato apertamente omosessuale, ha rappresentato una svolta per la Tunisia?

La mia candidatura è stata vista come un simbolo di apertura più dai paesi stranieri che dalla Tunisia. Perché una parte di tunisini resta omofoba, ostile agli omosessuali e ha reagito molto molto male alla mia candidatura.

Una parte di avvocati islamici mi ha attaccato e ha chiesto la radiazione dall’avvocatura, solo perché sono omosessuale.

Anche se ci sono tantissime persone, in tutte le parti del mondo, che mi sostengono e m’incoraggiano ad andare avanti. Esse considerano la mia candidatura un esempio di libertà, democrazia, rispetto delle differenze, rispetto della vita di ciascuno e una garanzia di tutto ciò, qualora fossi eletto presidente. Ma rispetto agli incoraggiamenti, sono state molte più le minacce.

Chi l’ha minacciata esattamente?

Sono stati gli islamisti, che politicamente fanno capo al partito Ennahda, perché pretendono di essere il partito di Dio. Ma com’è ben noto, Dio non ha dato alcun mandato ai partiti politici.

Ennahda cerca di approfittare del sentimento musulmano e conservatore del popolo tunisino, affermando: ‘votate per chi crede in Dio’. Non è un atteggiamento democratico quello che amalgama religione e politica a fini elettorali.

È un partito che utilizza la democrazia per arrivare alla vittoria, ma che è pronto a rivoltarsi contro la democrazia stessa, una volta al potere.

Nei sondaggi il partito Ennahda è dato intorno al 15 per cento. Quali sono i rischi di un loro successo?

Credo che l’Islam a livello politico sia molto pericoloso perché utilizza la democrazia per arrivare al potere, ma una volta arrivati al potere sono pronti a distruggerla la democrazia. Il potere diventa religioso, come in Iran attualmente, dove gli Āyatollāh a pensarci bene sono arrivati al potere attraverso il voto dei cittadini.

Ci sono molte persone affascinate dall’ordine, dalle tradizioni. Perché si sentono persi nella società di oggi, perché non sanno accettare la diversità.

Che cosa significa essere omosessuale oggi in Tunisia?

Significa vedere le proprie libertà ristrette. Significa essere una persona che può finire in prigione in qualsiasi momento e rischiare di subire il test anale, una pratica violentissima della polizia. E le persone non si ribellano a tutto questo perché c’è molta paura.

Perché l’omosessualità non è accettata in Tunisia, secondo lei?

Secondo un sondaggio dell’Arab Barometer Institute soltanto il 7 per cento della popolazione tunisina sostiene che l’omosessualità sia accettabile.

Questo perché si tratta di una società conservatrice, decisamente influenzata dall’Islam, dove l’uomo deve essere virile e dominatore. Una società machista e mascolino che parla solo di quante donne ha conquistato. E tutto questo perché per gli islamisti radicali la donna è inferiore all’uomo.

Cosa vorrei fare? Nel 2019 ci sono state diverse iniziative e documenti promossi anche da SHAMS, in cui si domandava al governo tunisino di smettere di perseguitare le persone omosessuali, condurre il test anale e infrangere la privacy delle persone.

La Commissione elettorale ha poi rigettato la sua candidatura, nonostante avesse raccolto un numero di firme maggiore di quelle richieste per presentare una lista. Perché?

Sono stato rigettato per dei vizi di forma. La Commissione elettorale ha presentato ricorso dicendo che i firmatari della candidatura non erano iscritti a nessun formulario elettorale, dunque non erano secondo loro rintracciabili.

> Elezioni Tunisia 2019, bocciata la candidatura del primo leader apertamente gay

Pensate che ci sia qualcosa dietro? Che sia stata forzata la vostra espulsione?

Non ho le prove per dirlo. Ma a poche settimane dalle elezioni hanno deciso di eliminare proprio il candidato che veniva minacciato dagli islamisti.

In concomitanza con il verdetto della Commissione elettorale, su Change.org è nata una petizione che accusa lei e la sua organizzazione, SHAMS, di aver infranto la legge commettendo reati gravi, come la violazione di minori e della privacy delle persone LGBTQI+. Sono vere queste accuse?

Questo fatto è stato gravissimo: una diffamazione bella e buona. la petizione è stata firmata in gran parte da persone che non hanno rilasciato il loro nome. E le associazioni che la sostengono non sono veramente organizzazioni che difendono la comunità LGBTQI+.

Vogliamo dirla tutta? Si tratta di organizzazioni anti-israeliane, antisemite, seguaci di Nasser. Mi attaccano perché perseguo la pace con Israele. Io ho sempre sostenuto di volere un’intesa secondo gli accordi del 1967, uno scenario che preveda l’esistenza di uno stato palestinese indipendente e sovrano. Ma queste organizzazioni vogliono ancora “buttare a mare Israele”, come si diceva negli anni ‘60. Lo scontro sulla questione israeliana è il principale nodo.

Se chi ha messo in piedi la petizione ha delle prove, le porti davanti a un giudice. Non è con delle petizioni su internet che si fa la giustizia.

Non è la prima accusa che le viene rivolta. Nel 2013, lei è stato condannato per “sodomia” per aver intrattenuto un rapporto sessuale con un minore di 17 anni e ha passato 3 mesi in carcere. Questo momento della sua vita ha avuto delle ripercussioni?

Un momento orribile, il carcere è molto duro. In prigione mi consideravano un sodomizzatore e volevano punirmi per questo. Ho avuto una depressione fortissima in carcere, dei problemi psicologici che mi hanno segnato per anni.

Ho dovuto affrontare tutti i miei mostri dopo il 2013. Anche per questo voglio battermi per i diritti di tutti.

Nel vostro programma elettorale però i diritti civili non erano al primo posto. La priorità, si legge, è risolvere il problema della disoccupazione. È così grave in Tunisia?

La disoccupazione è una piaga in Tunisia. La situazione economica è grave: c’è molta povertà, le pensioni sono basse e i giovani non trovano lavoro.

Io ho proposto di sostituire il Dinaro tunisino per far rientrare nelle banche la grande massa di denaro in circolazione legata all’economia nera. Ciò permetterebbe di tassare le attività che hanno evaso. E con le nuove risorse sarebbe possibile realizzare delle politiche attive sul mercato del lavoro.

Qual è esattamente la visione economica del Partito liberale tunisino per le elezioni in Tunisia 2019?

Io sono un liberale dal punto di vista economico: significa favorire l’apertura delle frontiere e credere nel commercio internazionale e nell’eliminazione della burocrazia che ferma gli investimenti. Sono liberale anche da un punto di vista dei diritti civili e non sono due cose contraddittorie, secondo me.

Come è cambiata la Tunisia con la Rivoluzione del 2011? Come ha percepito questo periodo storico lei?

C’è stato un miglioramento per le libertà d’espressione, libertà di stampa. E si è vista un’evoluzione della pluralità politica. L’atmosfera democratica ha fatto un balzo in avanti con la rivoluzione. Ma, allo stesso tempo, dal punto di vista economico le cose sono peggiorate e la povertà è aumentata e la disoccupazione anche. È questo il prezzo della libertà?

E cosa è cambiato invece dopo la nuova costituzione del 2014?

Il presidente della Repubblica ha meno poteri, sono diventati enormi invece i poteri del Primo ministro. Per questo nel mio programma c’è la modifica della costituzione.

Ci vuole un parlamento più forte, che possa contrastare il Premier. Quello che propongo è un modello simile a quello degli Stati Uniti, in cui il Presidente ha dei poteri che sono ben delimitati dal Congresso.

La vostra candidatura è stata rifiutata. A questo punto quale candidato appoggiate?

Appoggio Nabil Karoui perché ha fatto una promessa molto precisa per l’abolizione dell’articolo del codice penale che criminalizza l’omosessualità e per me è una delle priorità.

La Tunisia è strettamente connessa all’Italia per le sue politiche energetiche e migratorie. Queste elezioni come influenzeranno la gestione dei flussi migratori?

Per questo bisognerà aspettare il risultato. Ma la mia posizione è che bisogna aprire le frontiere e lasciare che ricominci una libera circolazione tra Italia e Tunisia, perché molte persone sono migranti economici, cioè che possono fare bene a entrambi i paesi.