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Io, orfano adottivo, capisco il dolore che si prova a essere messi in mostra come carne a possibili genitori

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 2 Giu. 2019 alle 17:16 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:23
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Immagine di copertina

Brasile sfilata bambini orfani | Adozioni

Brasile sfilata bambini orfani – Sarà che sono stato adottato: ogni volta che leggo notizie così, da qualche parte in fondo nel cuore mi scende una lacrima, mi si stringe una ferita o forse mi si scurisce un dolore che speravo di avere sopito. 

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L’evento dei bambini orfani in passerella, che racconta come in Brasile sia avvenuta una sfilata di organi mostrati ai loro possibili genitori in un supermercato come in un’oscena mostra di cavalli, o di mucche o di cani, è qualcosa che grida vendetta. E non solo per la mostruosità con cui viene reso osceno l’essere senza genitori ma anche, e soprattutto, per come si saranno sentiti loro, quei bambini, offerti a un pubblico che li rifiuta perché troppo grandi o perché troppo magri o perché fratelli e quindi indivisibili.

La questione delle adozioni in Italia e nel mondo viene sempre trattata con una superficialità che mi si conficca in mezzo al petto.

Io, da orfano, ho avuto la fortuna di essere adottato ma non oserei mai pensare cosa potrebbe significare per un bimbo in orfanotrofio (che ha già pesantissimo il dolore di essere stato rifiutato dalla cosiddetta madre naturale) trovarsi di fronte a un’offerta pubblica di se stesso come carne, capelli, tendini e ossa senza tenere conto di tutto quello che contiene.

Scrive La Stampa: “Uno a uno, sono stati presentati come modelli per un giorno tra il pubblico che entrava e usciva dai negozi: Laurienne ha 11 anni e con lei c’è il suo fratellino di 8 anni”, “Roberto ha 7 anni e sfila assieme al suo migliore amico Marcos, di 9 anni”.

Brasile sfilata bambini orfani | Le leggi

Sentite la puzza che c’è dietro a una notizia del genere? Sentite la solitudine che si eleva nella camminata mano nella mano di questi bambini che cercano di accasarsi come cuccioli dentro un canile?

Non è questione di leggi (i giudici brasiliani si sono incazzati parecchio) ma è la questione di come trattiamo i buchi degli altri, la violenza con cui pensiamo di poterli curare avendo perso completamente la capacità di commuoversi (nel senso letterale del muoversi con loro) e di sentire chi ci capita davanti.

Essere adottati è già una battaglia affidata al destino, per molti è una cabala che si vince o si perde come una lotteria. Sfilare per cercare di intenerire qualche possibile genitore, trattenendo la voglia di attaccarsi alla sua gamba e non farselo più scappare, è una violenza che mi viene lo schifo anche solo a scriverlo.

Vi prego, giocate con la politica, giocate con il mercato e con l’Europa, ma lasciateli stare questi bambini spuri, lasciateli stare.

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