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La triste storia di Amadou: “Sopravvissuto ai lager libici, ucciso dal Coronavirus a 25 anni”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 1 Apr. 2020 alle 15:15 Aggiornato il 1 Apr. 2020 alle 16:28
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Immagine di copertina

Amadou: sopravvissuto ai lager libici, ucciso dal Coronavirus a 25 anni

“Il ragazzo a destra si chiama Amadou. Io sono quello a sinistra. Questa foto è stata scattata il 3 gennaio 2015 in Sicilia, ad Agrigento, una settimana dopo lo sbarco. Amadou era ivoriano, avrebbe compiuto 25 anni il 7 aprile prossimo! Era un amico, un fratellino. Mi è arrivata da Amburgo, in Germania, la brutta notizia che Amadou ci ha lasciato per il Covid-19″.

In Germania Amadou faceva il panettiere, il Coronavirus se l’è portato via dopo una settimana in terapia intensiva. A raccontare a TPI la sua storia è Soumaila Diawara, del Mali. Poeta, scrittore, rifugiato politico in Italia, Diawara a Bamako consegue la laurea in Scienze Giuridiche. Terminati gli studi si inserisce in politica, entrando nel partito di opposizione “Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance” (SADI) in cui ben presto ricopre la figura di guida del movimento giovanile. Diventa responsabile della comunicazione del suo partito in collaborazione con la Sinistra Maliana e con l’Organizzazione della Sinistra Africana. Nel 2012 è costretto ad abbandonare il Mali in quanto accusato ingiustamente, insieme ad altri, di un’aggressione ai danni del Presidente dell’Assemblea Legislativa.

A seguito di tali accuse molti suoi compagni hanno incontrato la morte, altri pochi sopravvissuti sono fuggiti dal paese, mentre lui è stato costretto a fuggire, partendo dalla Libia su un gommone. Grazie al salvataggio di una nave della Marina Militare giunge in Italia nel 2014 dove ottiene la protezione internazionale ed è tuttora rifugiato politico.

Ed è proprio in Libia che Diawara conosce Amadou, nel 2014, a Tripoli. “Abbiamo condiviso la stessa casa e purtroppo anche lo stesso lager in Libia in condizioni estreme”. Due mesi tragici nella prigione di Buslim a Tripoli. Poi, finalmente fuori. “Sempre insieme siamo sopravvissuti ad un naufragio. Mi chiamava sempre zio, perché avevo lo stesso cognome di sua madre, originaria del Mali come me. Era una cosa culturale”, prosegue Diawara.

“Mi ricordo ancora le sue parole, dopo il naufragio del 24 dicembre 2014: “Zio prendi questo numero, se muoio chiama mamma e dille che non ce l’ho fatta. Che le voglio tanto bene e volevo tanto aiutarla a prendersi cura dei miei fratelli, come ha sempre fatto lei da quando è morto papà”.

Arrivati a Pozzallo Amadou è rimasto in Italia il tempo necessario per avere i documenti ed è partito alla volta della Germania. 

“Non aveva parenti o amici lì”, racconta Diawara che riporta uno degli ultimi messaggi di Amadou. “‘Soumaila, adesso sto lavorando, i miei fratelli piccoli lì sto mandando a scuola. Non lavorano più. Anche mamma si riposa abbastanza adesso. Ha quasi 60 anni e credo sia tempo che resti a casa per godere di ciò che ha messo al mondo: “suo figlio’. Amadou sognava di ritornare a casa, rivedere sua madre, che amava tanto, e i suoi fratelli. Purtroppo questo maledetto virus non gli ha permesso di realizzare l’ultimo sogno”.

“Non ho parole per esprimere il mio dolore. So che mi ricorderò sempre di lui, della prigione di Buslim a Tripoli, nel lager della municipalità di Trabulus, e del naufragio del 24 dicembre. Del nuoto insieme fino alle coste libiche. Della nuova partenza il 25 dicembre e del salvataggio del 26 dicembre sotto la pioggia. Della scoperta fatta insieme della prima parola italiana “Acqua”, quando ci hanno dato da bere dopo il salvataggio. Quando mi diceva che acqua minerale forse è “l’eau minerale” in francese?”.

Diawara lo ricorda come “una persona solare, tranquilla, scherzava con tutti. Ci faceva divertire molto. Era ragazzo che andava avanti, nonostante le difficoltà che aveva vissuto”.

“Questa situazione ci insegna che siamo tutti vulnerabili, troppo spesso non ci aspettiamo cose del genere, soprattutto quando hai 25 anni. Non puoi credere che accada una cosa del genere. Quando ho sentito un medico dire che gli africani non prendono il virus, ho pensato fosse una grande idiozia. Avere la pelle scura non significa essere immortali. Speriamo che questa situazione ci insegni qualcosa e cambi un po’ la nostra vita. Il disagio o qualsiasi cosa faccia scappare le persone, abbiamo tutti paura di morire nella nostra vita. Soffriamo tutti in una situazione di insicurezza, non si può giudicare una persone che scappa perché sta cercando un luogo sicuro, qualunque sia la motivazione, se per persecuzione o bisogno economico. Il diritto a migrare lo abbiamo tutti. Non credo che qualcuno possa fermare il corso della vita di un’altra persona”, conclude Diawara.

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