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“Io, cooperante in Afghanistan, vi spiego i successi e i fallimenti della guerra dei 20 anni”

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Credit: Federico Porro

Nell’autunno 2001 gli Stati Uniti diedero inizio in Afghanistan all’operazione militare Enduring Freedom come risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Allora avevo 17 anni e insieme a un amico partecipai alla marcia per la pace lungo i 25 chilometri della Perugia-Assisi in segno di protesta contro l’intervento armato. Fu strano 9 anni più tardi salire a bordo di un volo militare per recarmi a Herat, dove avrei lavorato come cooperante per i successivi 2 anni.

Afghanistan, la terra da cui 6.000 anni fa si diffusero gli Ariani, attraverso cui passò Alessandro Magno per raggiungere l’India, dove fiorì una civiltà greco-buddhista, le cui strade furono percorse dai mercanti lungo la Via della Seta, i cui valichi montani vennero mappati dagli agenti segreti russi e inglesi nell’Ottocento – in quello che la Storia ricorda come “il Grande Gioco” tra la Russia zarista e l’India britannica per l’egemonia sull’Asia Centrale – molto prima della guerra al terrorismo, della supremazia dei taliban, dell’incubo della guerra civile, dell’invasione dell’Armata Rossa la vigilia di Natale del 1979 e della lotta di liberazione che ne seguì, guidata dai mujaheddin armati dagli Stati Uniti.

Kabul, la capitale, situata a quasi 2.000 metri di quota, dà l’impressione di sorgere al centro di un cupo cratere sovrastato dall’imponente catena montuosa dell’Hindu Kush. Difficile da espugnare per via delle montagne che la circondano e situata vicina allo strategico passo del Salang, della città ho sentito spesso dire che “chi prende Kabul prende l’Afghanistan”. E’ a Kabul che i taliban, dopo aver conquistato Kandahar e Herat, hanno vinto nel 1996 lo scontro decisivo contro l’Alleanza del Nord. I ribelli furono allora costretti a ritirarsi nella valle del Panshir, di cui era originario il loro leader Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir, poi ucciso da Al-Qaeda. L’organizzazione terroristica guidata da Osama Bin Laden si era alleata con i taliban, musulmani sunniti di etnia pashtu, che applicavano una rigida interpretazione della sharia, la legge islamica, esasperata da un arcaico codice di valori tribali chiamato pashtunwali.

Se è vero che chi prende Kabul prende l’Afghanistan, è altrettanto vero che controllare un vasto territorio per lo più montuoso non è impresa facile, tantomeno rimanendo arroccati nella capitale. Una volta cacciati i taliban da Kabul, gli Stati Uniti trasferirono il grosso delle truppe in Iraq, dove nel 2003 era cominciata l’operazione militare Iraqi Freedom. Nello spostare parte delle truppe sul nuovo fronte iracheno, gli Stati Uniti e i loro alleati appoggiarono il ritorno al potere dei signori della guerra delle varie Province afghane, appartenenti a differenti gruppi etnici e ostili ai taliban, contribuendo tuttavia in questo modo a dividere il Paese anziché a renderlo unito sotto un unico potere centralizzato, con la conseguenza che di lì a un paio d’anni i taliban sarebbero tornati più forti di prima.

Nel momento in cui cominciarono a disinteressarsi dell’Afghanistan, gli Stati Uniti decisero comunque di provare a replicare l’effetto positivo che l’International Security Assistance ForceISAF, questo il nome della missione NATO attiva nel Paese fino al 2014, aveva avuto sulla città di Kabul. Le opinioni pubbliche europee e canadesi però non erano favorevoli a un nuovo coinvolgimento bellico, in parte per la scoperta che l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq era stata una macchinazione dell’amministrazione Bush per dichiarare guerra a Saddam Hussein, ma anche per la paura di subire attentati terroristici sul proprio territorio dopo quello di Madrid nel 2004 e di Londra l’anno successivo.

L’impasse fu superata dalla NATO attraverso l’istituzione dei Provincial Reconstruction Teams composti da unità del genio militare. In questo modo la presenza nelle varie Province afghane sarebbe stata mantenuta realizzando opere di costruzione e riabilitazione di strade, scuole e ospedali anziché attraverso attività di combattimento vere e proprie. Tuttavia, prima gli inglesi nell’Helmand, poi i canadesi a Kandahar e in seguito altri contingenti, compreso quello italiano a Herat, si trovarono coinvolti in attacchi da parte dei così detti “insurgents”.

Nel 2014 è terminato il processo di transizione, durante il quale le forze di sicurezza occidentali hanno fornito assistenza e formazione alle forze armate afghane, che ora sono lasciate sole, ad eccezione di alcune unità dei corpi speciali stranieri, a difendere la popolazione e il Governo. L’esercito afghano è però composto da personale sottopagato e non può competere sul lungo periodo contro un nemico che include tra le varie fonti di finanziamento gli introiti del traffico di droga, in particolare oppio ed eroina di cui l’Afghanistan è uno dei principali produttori mondiali.

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato alcuni giorni fa il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021, esattamente vent’anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle. A seguito di questa dichiarazione l’opinione pubblica mondiale ha cominciato a domandarsi cosa ne sarà dell’Afghanistan una volta terminata la guerra più lunga nella storia degli Stati Uniti.

L’Afghanistan di oggi è lontano dall’essere uno Stato moderno come lo intendiamo in Occidente, quel modello di Stato sorto dopo la Pace di Westfalia, che nel 1648 aveva posto fine sul suolo europeo alle guerre di religione e che si differenziava dalle precedenti forme di organizzazione del potere politico per il monopolio della forza in un determinato territorio e per la presenza di un apparato amministrativo.

Nel precedente Stato feudale la debolezza del potere centrale, incapace di imporsi sui vari signori locali che esercitavano il proprio potere in modo autonomo, era la causa delle continue guerre che i padroni dei feudi intraprendevano tra loro per estendere il proprio potere. Tale situazione durò in Europa per diversi secoli fino a quando emerse un unico potere in grado di imporsi su un territorio conteso. Si trattò di un processo di pacificazione in quanto, in un territorio dilaniato dai conflitti, si instaurò il diritto esclusivo di usare la forza, e quindi le armi, da parte del potere sovrano.

In Afghanistan, fattori quali la particolare conformazione del territorio, per lo più montuoso o desertico e quindi difficile da controllare, la presenza di numerosi gruppi etnici appoggiati da potenze straniere, nonché la diffusione di armi tra la popolazione civile, inevitabile in un Paese in guerra da oltre trent’anni, ha impedito al Governo centrale di monopolizzare la gestione della violenza, premessa imprescindibile per mantenere il reale controllo sul territorio. Non ha avuto sorte migliore la creazione di un apparato amministrativo centralizzato in quanto, sebbene l’Afghanistan abbia oggi leggi nazionali e una Costituzione ispirata a quelle occidentali, la maggioranza delle dispute civili e penali continua ad essere risolta a livello comunitario, attraverso i consigli di villaggio.

Quello di domani sarà un Afghanistan più debole di quanto è stato durante la presenza militare occidentale, la quale nonostante le tante, troppe vittime collaterali e i costi insostenibili, è stata accompagnata da interventi di riabilitazione di strade, scuole e ospedali, ha permesso a molte donne di lavorare, alle bambine di studiare, ha favorito il diffondersi anche nelle Province più lontane dalla capitale di una televisione nazionale che ha portato nelle case degli afghani le immagini di stili di vita moderni e relativamente liberali, seppure contestualizzati alla realtà di una Repubblica islamica.

Sono trascorsi vent’anni da quella marcia per la pace lungo i 25 chilometri della Perugia-Assisi e ne sono passati di chilometri sotto le mie scarpe da quando avevo 17 anni. Allora ero senz’altro più idealista, ma anche meno esperto del mondo e della vita. Oggi non ho più tutte quelle certezze giovanili e torno spesso a pormi le stesse domande.

La libertà e la democrazia sono un lusso riservato a pochi Stati, mentre altrove sono qualcosa di prematuro? Oppure è giusto sacrificare la stabilità di un Paese e intraprendere una guerra più lunga della Prima e della Seconda Guerra Mondiale messe insieme per l’affermazione di un diritto?

Qual è il male minore tra l’ordine imposto da un regime e il caos che può scaturire da una guerra contro quel regime? La democrazia può essere esportata come un format da distribuire in franchising? Anche se prima non si esportano le condizioni in cui farla crescere? Anche laddove mancano le premesse per la democrazia stessa?

Una guerra preventiva può dare i risultati attesi se non ci si preoccupa preventivamente anche delle sue conseguenze? Quando avevo 17 anni come avrei pensato di porre fine alle violazioni messe in atto dai taliban se non attraverso un intervento armato? O forse facevo bene allora a protestare contro una guerra che si è dimostrata lunga, sanguinosa e fallimentare?

Leggi anche: 1. A cosa sono serviti 20 anni di guerra in Afghanistan: Biden prepara il rientro delle truppe, ma i talebani sono ancora lì (di Giampiero Gramaglia) / 2. Guerra in Afghanistan: numeri, memoria e responsabilità (di Alessandro Di Battista)

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