Cosa prevede il controverso accordo tra Italia e Libia per bloccare i migranti

Di Laura Melissari
Pubblicato il 30 Ott. 2019 alle 13:08 Aggiornato il 1 Nov. 2019 alle 20:26
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Credit: Ansa

Cosa prevede l’accordo tra Italia e Libia per bloccare i migranti

Il 2 novembre 2019 si rinnoverà automaticamente l’accordo tra Italia e Libia sui migranti, stipulato tra il governo Gentiloni e quello di Tripoli guidato da Serraji nel febbraio 2017.

Il Memorandum d’Intesa, che porta la firma dell’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, se non arriverà una revoca del governo, proseguirà grazie al tacito assenso, per i prossimi 3 anni.

“Un’eventuale denuncia del memorandum con la Libia rappresenterebbe un vulnus politico ma lavoriamo per migliorarlo, ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, rispondendo durante un question time alla Camera a un’interrogazione sulla prevista scadenza del Memorandum di intesa. “Il documento può essere modificato ma è innegabile come abbia ridotto arrivi e morti in mare”, ha detto.

Se l’Italia non farà nulla per impedirlo, tra 3 giorni verrà rinnovato automaticamente l’accordo con la Libia per riportare indietro i migranti

Ma cosa prevede questo accordo, criticato apertamente da più parti?

Il Memorandum di intesa ha lo scopo di limitare l’arrivo di migranti dall’Africa sulle coste italiane. Per fare questo l’Italia si è impegnata a erogare fondi per l’addestramento e i mezzi in dotazione alla Guardia Costiera libica, una sorta di “milizia” molto controversa e su cui si sono concentrate numerose inchieste giornalistiche che ne hanno portato alla luce aspetti poco chiari.

L’accordo, che porta il titolo ufficiale di “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana”, è stato firmato il 2 febbraio 2017,  presidente del Consiglio dei ministri italiano Paolo Gentiloni e dal primo ministro del Governo di Riconciliazione Nazionale libico Fayez al-Sarraj.

L’accordo – nella teoria – prevede finanziamenti italiani in cambio dell’impegno di Tripoli a migliorare le condizioni dei centri di detenzione. Ma come vedremo più avanti, l’impegno è rimasto del tutto inevaso, dal momento che le condizioni erano e rimangono tuttora disumane.

Il memorandum è stato ampiamente criticato dal momento che la Guardia costiera libica che riceve gli aiuti economici italiani, è formata da milizie locali che in realtà hanno spesso obiettivi diversi dal reale soccorso in mare. I miliziani spesso sono direttamente collusi con trafficanti di migranti, come spieghiamo nei paragrafi successivi. Qui un pezzo di Nancy Porsia per TPI su come funziona il business del traffico di esseri umani in Libia.

Le modifiche che vuole apportare Di Maio

Oggi, 30 ottobre 2019, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha presto parte a un Question time alla Camera sull’accordo Italia-Libia.

“Il Governo intende lavorare per modificare in meglio i contenuti” del memorandum Italia-Libia sui migranti. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

“Proporrò di convocare una riunione della commissione congiunta italo-libica, prevista dall’articolo tre del memorandum. In particolare dovremo favorire un’ulteriore coinvolgimento delle Nazioni Unite, della comunità internazionale e delle organizzazioni della società civile per migliorare l’assistenza ai migranti salvati in mare e le condizioni dei centri”, ha proseguito il titolare della Farnesina.

Tra le modifiche che potrebbero essere apportate vi è quindi quella di garantire l’accesso alle organizzazioni umanitarie e all’Onu all’interno dei centri di detenzione libici e in generale di migliorarne le condizioni. Tra le modifiche vi è anche quella di chiedere l’intervento delle Nazioni Unite per investire in programmi alternativi alla detenzione, come ad esempio contributi per l’alloggio dei rifugiati, come scrive Annalisa Camilli su Internazionale. In ogni caso le modifiche dovrebbero essere approvate anche da Tripoli e non rivoluzionerebbero lo spirito di fondo dell’accordo.

Tra le critiche vi è inoltre quella secondo cui l’accordo tra Roma e Tripoli è illegittimo perché non c’è stato alcun passaggio parlamentare e quella secondo cui non c’è chiarezza sui fondi usati per finanziare l’accordo.

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Quanto spende l’Italia per finanziare l’accordo con la Libia sui migranti

Dal 2017 ad oggi l’Italia ha dato al governo libico oltre 150 milioni finanziando la formazione del personale impegnato nei centri di detenzione ufficiali e la fornitura di mezzi terresti e navali per le autorità di polizia e la Guardia Costiera. A dirlo è l’Oxfam, che chiede che il memorandum d’intesa con Tripoli venga sospeso e sia cancellata ogni missione italiana in Libia.

Secondo Oxfam, 43,5 milioni sono stati spesi dall’Italia nel 2017, più di 51 milioni nel 2018 e quest’anno si è già a 56 milioni. “Bisogna mettere la parola fine a una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia recente” dice l’organizzazione umanitaria sottolineando che “l’accordo, peraltro, non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano contrariamente a quanto previsto in Costituzione”. Un’intesa che “ha di fatto consentito le violazioni” dei diritti umani che avvengono nei “lager ufficiali”, dove ci sono quasi 5mila migranti. Senza contare che, dice Paolo Pezzati di Oxfam Italia, “i soldi spesi dai Governi Gentiloni e Conte sono serviti a finanziare la Guardia costiera libica che, come denunciato dall’Onu, impiega alcuni dei più pericolosi trafficanti di esseri umani”.

Le violazioni dei diritti umani in Libia

L’accordo tra Italia e Libia è stato criticato in maniera molto accesa perché permette che i migranti fuggiti dalla Libia vengano riportati indietro dalla Guarda Costiera di Tripoli, in un paese che non può essere definito porto sicuro. Numerosissime sono state le denunce di violazione dei diritti umani all’interno delle carceri libiche, documentate dalle stesse Nazioni Unite.

L’Ohchr e l’Unsmil, agenzie dell’Onu, nel 2018 hanno stilato un rapporto preoccupante sulle condizioni disumane di quelli che sono stati definiti “lager” libici, dove al momento sono detenute tra le 3mila e le 6mila persone. Le autorità libiche sono state, e sono tuttora incapaci, di mettere fine alle violenze all’interno delle carceri, che spesso sono terreno delle milizie, dove in un clima di totale impunità, avviene la spartizione del potere e del controllo del territorio.

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Oltre alle Nazioni Unite, anche altre organizzazioni umanitarie, ong e giornalisti hanno documentato, tramite agghiaccianti testimonianze, le atroci violenze nei centri di detenzione libici.

Alcune inchieste giornalistiche, tra cui quella di Nello Scavo su Avvenire e Francesca Mannocchi sull’Espresso, hanno evidenziato l’esistenza di una trattativa parallela tra governo italiano e libici per il blocco delle partenze dei migranti. Uno degli uomini chiave della trattativa è Abd al Rahman al Milad, detto Bija, un trafficante di uomini e signore della guerra che nel 2017 è venuto a Roma, ospite del Viminale, insieme a una delegazione dei Guardiacoste libici. Le milizie libiche hanno avuto un ruolo fondamentale, a partire dal 2017, nel blocco delle partenze e di conseguenza nella detenzione dei migranti delle carceri. Nello Scavo è attualmente sotto protezione per le minacce ricevute dalle milizie libiche.

Ora più che mai la Libia non è un porto sicuro: i centri per migranti di Tripoli sono un inferno

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