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Le 48 ore che hanno fatto Trump presidente degli Stati Uniti d’America (di Giulio Gambino)

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 14 Lug. 2019 alle 19:01 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:55
Immagine di copertina
CREDIT: MANDEL NGAN / AFP

Trump presidente Usa | Per molto, forse troppo tempo, ci si è chiesti come fosse stato possibile che Donald Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Questo lungo articolo, un retroscena con storie e aneddoti finora inediti, rivela come ciò sia stato possibile.

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E cioè non solo quanto abbiamo saputo finora, ovvero sia che il popolo americano ha voltato le spalle al tradizionale establishment USA dei partiti, democratico e repubblicano (posto che Trump è oltre lo stesso GOP), per preferire l’ascesa al potere di un uomo quanto più dissimile e al contempo a loro vicino; c’è di più, ben di più. Non solo il fallimento di una politica inesistente e inefficace da parte dei democratici. Non solo il più grosso harakiri del più debole candidato democratico da diversi anni a questa parte (Hillary Clinton), la quale per inciso sarebbe riuscita a perdere comunque e in ogni caso, possibilmente contro chiunque, incapace di interpretare i tempi e l’era storica della politica.

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Questo lungo articolo rivela anche la totale abnegazione, la sfida, la lotta di un uomo, imprenditore, magnate – che della cosa pubblica mai si era occupato e meno che mai preoccupato prima d’ora, – a diventare il più potente individuo sulla faccia della terra. Quasi spinto da una fede e da un culto della personalità che stava costruendo intorno alla sua stessa figura.

Abnegazione, sfida e lotta contro tutto e tutti. Contro il suo stesso partito. Contro i grandi giornali e gli istituti demoscopici che lo hanno sempre ignorato e degradato a secondo della classe. Contro gli uomini che diversamente da lui di politica fino ad allora avevano vissuto a pieno, e che con un po’ di invidia vedevano in lui un ignoto futuro ma in fin dei conti non accettavano che ciò avvenisse, avendo lui stesso rotto gli schemi del loro partito, intrinsecamente debole. Contro anche chi lo aveva sempre sostenuto e che in un weekend di ottobre, a un mese dal voto, gli aveva improvvisamente voltato le spalle. Contro il suo stesso staff ed entourage che lo aveva sempre spinto e sospinto.

Capita che in un tranquillo weekend di ottobre, mentre Trump in cima alla Trump Tower, circondato dai suoi più stretti collaboratori, provava e riprovava le risposte per il dibattito presidenziale di due giorni dopo contro Hillary Clinton, arriva una brutta notizia. Trump è al centro di uno scandalo sessuale che lo vede coinvolto in prima persona. Il WaPo (Washington Post) ha tirato fuori una registrazione di undici anni prima in cui Trump, rivolgendosi al conduttore di un noto programma televisivo (cugino di Bush jr.), sostiene di averci provato con una sua collega conduttrice, e lo fa usando termini che rendono bene l’idea che il futuro presidente USA ha delle donne (I grab their pussy, I just kiss them).

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In poche ora il candidato repubblicano alla Casa Bianca è inchiodato, il mondo sembra rivoltarglisi contro. Ma (e la chiave è proprio questa) Trump da quel momento in poi non ha compiuto alcun significativo miracolo, a parte una geniale e improvvisata conferenza stampa del giorno dopo in cui sedeva al fianco delle donne che avevano accusato sessualmente Bill Clinton, dopo aver cancellato una sciagurata intervista tv che lo avrebbe forse decretato perdente per sempre.

Trump non è un abile stratega politico né un leader eccellente con lampi di genialità. Non condivido né i suoi modi né la sua politica, alle volte disumana e spietata. Da uomo d’azienda ha tuttavia inteso che la politica è fatta di cicli storici. E a fronte della storia non c’è ostacolo che possa frapporsi fra te ed essa. Per questo se n’è fregato di tutti, dei pareri fortemente negativi e delle condanne contro di lui provenienti dalle più autorevoli figure del partito repubblicano che lo volevano sostituire a soli 30 giorni dalle elezioni, anche nel momento più buio della sua candidatura, quando si era già persino votato in alcuni stati federali. Sapeva che avrebbe vinto.

Se ne è fregato di tutti eccezion fatta per un solo uomo, che lui in fondo riteneva un po’ un “alieno” perché ‘pregava tanto, chiamava sua moglie Mother e la teneva sempre per la mano’ (“Mother is not going to like this whole affair”). Ma che di fatto lo ha salvato e sostenuto fino in fondo: Mike Pence.

Ma, appunto, nella più assurda e bizzarra corsa presidenziale USA, che ha lasciato tutti senza parole perché, come con la Brexit, ha vinto l’uomo cattivo al posto giusto nel momento giusto.

Trump ha ottenuto la presidenza, come lui stesso ha detto, in quel secondo dibattito presidenziale che ha fatto seguito a quella improvvisata conferenza stampa e dopo 48 ore di stillicidio politico dove aveva preso botte su botte, e ne era uscito sanguinante. E questo dà l’idea di come i tempi della politica siano profondamente cambiati. Il tempo scandisce gli scandali. E 48 ore oggi sono sufficienti ad “auto-censurare” un grosso, significante scandalo politico. A sfondo sessista. A dimostrazione che l’era dei social e di internet infanga, sì, ma dimentica, e in fondo finisce per cancellare molto presto ciò di cui si parla troppo.

Ma, soprattutto, 48 ore sono sufficienti per la società odierna a cambiare radicalmente opinione e restaurare l’immagine di un uomo che solo due giorni prima era finito. Da un venerdì qualsiasi a una domenica qualunque di ottobre, tutto cambia: Trump torna a essere il numero Uno e tutti, ma proprio tutti, dimenticano le affermazioni che, nelle parole degli uomini del suo stesso partito, erano fino a poche ore prima inaccettabili e indecorose, indegne per un leader democratico e occidentale. Rappresentante di quei valori che gli USA hanno voluto per decenni esportare in tutto il mondo, e che ora, forse, quest’uomo non vuole più esportare in principio.

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